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La forza riformatrice della cittadinanza attiva

Ho avuto l’opportunità di discutere del mio libro "La forza riformatrice della cittadinanza attiva" (Carocci, aprile 2013, a giugno ristampa) in occasione di cinque presentazioni pubbliche organizzate da Cittadinanzattiva in collaborazione col Forum del terzo settore in varie città e in due seminari più ristretti, promossi da Dipartimenti universitari, cui hanno partecipato soprattutto colleghi e dottorandi.

In autunno si proseguirà.

Per le presentazioni pubbliche la scelta è stata di cercare il dialogo con studiosi del diritto, dell’economia, della sociologia e della scienza politica, insieme con esponenti delle organizzazioni sociali interessate e con rappresentanti delle istituzioni territoriali.

 

Una riflessione sulla Politica con la P maiuscola

Questo ha corrisposto all’intento principale del libro, che appunto vuole essere strumento di una riflessione congiunta di esperienze e competenze diverse, non solo sul cosidetto Terzo settore ma, propriamente, sulla politica, nella sua accezione più larga e partecipata (come ha sottolineato perspicuamente Piero Fantozzi a Cosenza).

 

Se in questa prima fase non si è cercato il confronto anche con dirigenti politici in senso stretto non vuol dire che non se ne riconosca la necessità. L’attualità politica anzi, con le sue contraddizioni e delusioni, ha sopravanzato le pur nere previsioni del tempo (pochi mesi prima) in cui il libro è stato scritto. Ciò impone che si diano sforzi di dialogo anche in quella direzione.

 

Ma il passaggio preliminare è che del saggio si condivida anzitutto l’invito a un ripensamento sul lungo periodo, sulla storia del “caso italiano”. E i politici “puri”, si sa, sono schiacciati dalla logica dell’emergenza, hanno l’affanno dei tempi brevi e anzi brevissimi delle ricorrenti crisi delle loro proposte di governo. Incombe su tutti loro poi, in questa fase, l’eventualità di un ritorno ravvicinato alle urne.

 

Bisogni diffusi o dictat dei poteri finanziari?

Cosicché se forze sociali e uomini di studio trovano modo di levare una voce insieme, per ancorare il dibattito a concreti contenuti delle politiche, invece che solo a strategie o tattiche del “gioco dei partiti”, la discussione potrà finalmente essere legata ai tanti bisogni diffusi che attendono risposte.

 

E di questo c’è grande necessità, a fronte del fatto che politici e media sembrano preoccupati solo dei dictat che i grandi poteri finanziari internazionali e i maggiori partners europei fanno pesare sul futuro del paese.

Non ci sarà futuro se i vincoli finanziari non si combinano con un disegno di solidarietà umana e di “sviluppo sostenibile”.

 

Un intento politico-culturale preciso quindi anima il libro ed è stato messo alla prova in questo primo ciclo di discussioni:

  • mostrare che i soggetti sociali “minori” non sono irrilevanti per la politica e la storia del paese;
  • far apprezzare le tante innovazioni istituzionali e giuridiche che, grazie al loro agire, sono intervenute nella nostra democrazia;
  • rompere il muro di autoreferenzialià che si sono costruiti i partiti e spezzare la loro convinzione di poter disporre a piacere della Costituzione,
  • far vedere, anzi, l’inanità e la distruttività dei tanti tentativi di riforme “dall’alto” (ultimo espediente, le commissioni di “saggi”, che certificano solo l’espropriazione del Parlamento).

 

La vera impotenza della attuale politica, che nella pratica “alta” di sistema appare ormai alla deriva, discende da decenni di ottuso convincimento delle oligarchie politiche circa i propri poteri.

 

Perfino la riforma di un sistema elettorale vergognoso, come il Porcellum, tante volte e da tante parti invocata o promessa, appare ancora una volta irraggiungibile. E pensare che servirebbe solo una legge ordinaria, non revisioni della Costituzione.

 

Un'ipotesi sostenibile?

Ho raccolto quaderni di appunti, con molti consensi e apprezzamenti, e anche alcune riserve sull’analisi e dubbi sulla praticabilità della prospettiva indicata. Qui voglio dare conto soprattutto di essi, affinchè il dibattito possa andare avanti.

 

Un dubbio di fondo riguarda il senso della scelta strategica a favore della partecipazione in generale. Diversi argomenti alimentano le riserve in proposito.

 

Primo: è illusorio aspettarsi grandi cose da mobilitazioni “virtuose”, sono sempre pochi quelli che scelgono questa strada (Luigi Bobbio), e quelli che restano fuori e guardano “passivi” dall’esterno hanno ragioni e forse aspettative che l’homo civicus non coglie e non esprime (Franco Cassano).

 

Secondo: molti dei cittadini attivi si mobilitano per ragioni proprie, difficile fargli credito di totale disinteresse e amore per i beni comuni (Graziella Priulla, Armida Salvati).

 

Vi è poi un terzo tipo di argomenti, che poggia sulla contrapposta, persistente e “insuperabile” forza dei poteri costituiti, la cui logica “arbitraria” non si lascia ammorbidire né tantomeno correggere dal basso: si dovrebbe parlare piuttosto di come cambiare il lato delle istituzioni (Carlo Smuraglia) o di come il Terzo settore dovrebbe farsi esso soggetto più propriamente politico (Guido Memo).


Rispondo. Le osservazioni sulla disparità di forze (da qualunque lato si guardi) possono portare alla rinuncia e alla passività, ma possono anche dare conto di quanto lungo sia il cammino delle lotte per il cambiamento, e di quali particolari avanzamenti nell’ordinamento giuridico e negli equilibri istituzionali ci si debba fare forti.

 

Il libro indica questa seconda strada. In particolare l’affermazione del valore della cittadinanza attiva nella Costituzione (articolo 118, quarto comma: autonoma iniziativa dei cittadini per l’interesse generale) è una innovazione potente: le istituzioni devono accogliere e favorire tali segnalazioni concrete.

 

C’è qui uno spostamento dal terreno meramente politico delle forze contrapposte, al terreno di un nuovo indirizzo dell’agire istituzionale, che la Costituzione vincola all’agire dal basso. E’ una novità. Essa aiuta a dire che la politicità di questi attori sociali sta propriamente in questo agire e nel vincolo che determinano sull’indirizzo delle istituzioni: si deve cercare dunque nella direzione di una estensione e rafforzamento di questo modo di fare politica, non nella direzione di una organizzazione e riconoscimento politico tradizionali.


E’ un campo di lotte politico-sociali incidenti sul buon funzionamento delle istituzioni, che viene indicato alle forme partecipative in generale. Non sono indenni da critiche le stesse forze del Terzo settore (Pietro Barbieri, Maria Bottiglieri, Raffaella Milano), e anche l’applicazione delle leggi “di favore” come la istituzione di Fondazioni bancarie dedicate è da riportare ai fini sociali originari, in lotta con poteri locali e sistema bancario (Gustavo Zagrebelsky, Gian Paolo Barbetta).

Serve moltiplicare le iniziative, sperimentarne la incisività, misurarla sui temi dello sviluppo sostenibile (Marco Frey): è una società del tutto diversa quella che la crisi ha in nuce.

 

E sulla sussidiarietà orizzontale...

E’ vero che la cosiddetta sussidiarietà orizzontale, da quando è stata riconosciuta (anno 2001), è stata intesa dalle Regioni come via libera alla dismissione delle loro primarie responsabilità verso l’attuazione dei diritti sociali (Graziella Priulla, Anna Di Mascio, Liberata Dell’Arciprete, Angela Peruca). Ma non è questo che si è scritto in Costituzione.

 

La lotta per il diritto è da sempre quanto possono i soggetti deboli, per contrastare distorsioni, abusi e magari “malgoverno” (l’esito dal “caso Lombardia” ammonisce: ma la crisi e i tagli pesanti ora indicano che anche la “variante regionale” della sussidiarietà ora non ha più spazi).

 

Chi nel dibattito ha fatto riferimento al concreto “andazzo” in questi anni della sussidiarietà cittadini-istituzioni a mio avviso non ha portato argomenti contro la prospettiva indicata, ma ragioni di moltiplicato impegno per dispiegare le possibilità connesse a una diversa visione dei modi di costituire la sfera pubblica (lo Stato muta ruolo e funzioni: Giuseppe Vecchio).

 

La Carta dà infatti un potere nuovo, garanzie giuridiche che prima non c’erano (si può chiedere al giudice l’accertamento della conformità dell’iniziativa civica ai fini costituzionali, la cancellazione di indebite autorizzazioni o divieti dell’autorità territoriale…). Che ciò configuri una dialettica tra poteri diversi (istituzioni, iniziative civiche) e tra maggioranze e minoranze (anche singoli cittadini, dice la Costituzione) mi fa parlare di democrazia duale.

Vi leggo la nascita di contrappesi di minoranza alle derive dei poteri maggioritari: chi può negare che ovunque alla fine del Novecento di questo ci fosse bisogno per ridare fiato e speranza nelle democrazie?

 

Il pluralismo identitario

Si deve intendere che questa sia una situazione di passaggio, o una definitiva nuova forma di democrazia (Stefano Rodotà)? Tendo a credere che la trasformazione porti a assetti stabili di altro tipo, ma è su questo appunto che dobbiamo ragionare insieme.


Le obiezioni invece sugli intenti particolari dei soggetti non-profit non mi paiono rilevanti. Esse sono legate a un’altra fase degli interrogativi su tali fenomeni: quando ci si interrogava sulle ragioni dei riconoscimenti; e quando le stesse organizzazioni sociali emergenti erano in lotta tra loro per riconoscimento e accesso a sostegni economici.

 

Non c’è dubbio che tali approcci abbiano veicolato ma anche limitato lo sviluppo del campo associativo e volontario. Bisogna rovesciare la prospettiva: il pluralismo identitario non va giocato per “mettere in concorrenza” tali soggetti. Esso va inteso piuttosto come ricchezza complessiva, da cui la comunità deve saper trarre comunque vantaggio.

 

Il terreno decisivo di questa altra prospettiva è nella valutazione dei risultati dell’agire diffuso, chiunque lo ponga in essere e per qualunque suo interesse: questo è il paradigma dell’articolo 118, ottica del risultato.

Le leggi promozionali precedenti e successive sono dettate invece dal paradigma della meritevolezza degli attori.

 

Insistere sull’esito dell’agire (realizzare interessi generali) sposta in avanti il problema e aiuta anche a dare della “cittadinanza attiva” una definizione più precisa, normativamente rilevante.

 

L’insistenza su questa ultima e, credo, più incisiva forma del partecipare non vuol dire sottovalutare l’importanza di tutto quel campo di esperienze che chiamiamo “democrazia partecipativa” (l’osservazione mi è stata fatta da Luigi Bobbio e qui ammetto che nel libro si dà questa impressione, che appunto voglio correggere).

 

La cittadinanza attiva corrisponde all’intento di operare “pezzi” di concrete politiche, le altre forme mirano a risultati diversi (nell’ordine della conoscenza, della progettazione, della decisione e della valutazione), anch’esse a loro modo incisive sull’indirizzo delle istituzioni, come i molti casi indicano. Diciamo che le une e le altre si tengono, rafforzano la stessa prospettiva, si alimentano reciprocamente.

 

L'Europa e la foresta che cammina

Concludo con qualche accenno a limiti di analisi segnalati. Uno studioso di relazioni internazionali (Isidoro Mortellaro) mi ha fatto osservare che la vicenda europea è più mossa e piena di contraddizioni di quel che nel libro si registra. Vero. Ma tengo a mantenere un punto: la prospettiva delle diverse organizzazioni sociali resta determinata in primis dal punto di vista da cui agiscono, e cioè dalle concrete possibilità di difesa dei diritti e dei bisogni date nel loro immediato territorio di pratica.

 

Di certo, chi vuol scrivere della parabola del Terzo settore, in Italia, come altrove, può assumere l’orizzonte sovranazionale come ordine molto successivo e di minor impatto, rispetto alle necessità quotidiane che in ciascun ordinamento nazionale obbligano i cittadini a sperimentazioni innovative, al salvarsi come si può.

 

In un certo senso questo è anche uno degli aspetti di quella “autonomia” che, in genere, si apprezza. Probabilmente qui c’è la questione dei diversi tempi della percezione e della capacità di risposta, tra attori di diversa natura e dimensione. Ma la discrasia non va valutata solo come ritardo e ostacolo frapposti dai piccoli e “lenti”.

C’è il diritto ai propri diritti, il diritto alla libertà democratica di operare per prospettive di solidarietà. Anche l’Europa ha i suoi problemi, e se si tenesse conto di più di quelle che appaiono come “resistenze” e ritardo dei cittadini comuni, la costruzione stessa dell’Unione potrebbe trovare esiti, che oggi mancano.


Un secondo limite riguarda le tendenze più recenti di volontariato e associazionismo. Le ultime ricerche rilevanti risalgono al 2008: su quelle basi non ho potuto fare altro che tener conto di ipotesi sul mutamento che studiosi molto attenti hanno negli ultimi anni formulato. Ora però sono imminenti le prime diffusioni dei dati del censimento Istat 2011: sembra che l’associazionismo tradizionale sia in diminuzione e che proprio il volontariato, con la crisi, registri rilevanti tentativi di espansione e intervento in campi e in forme inedite.

E’ quel che chiamo “la foresta che cammina”. Dovremo tutti ripartire da nuove ricerche.

Giuseppe Cotturri

 

 
Chi è intervenuto alle presentazioni

Nella presentazione di Bari sono intervenuti: Alessandro Lattarulo, Piero D’Argento, Guido Memo, Guglielmo Minervini, Armida Salvati (assente Franco Cassano per impegni parlamentari).

 

Milano sono intervenuti: Enzo Argante, Liberata Dell’Arciprete, Gian Paolo Barbetta, Marco Frey, Paolo Guggioli, Carlo Smuraglia. 

 

A Roma: Antonio Gaudioso, Pietro Barbieri, Franco Cassano, Raffaela Milano, Stefano Rodotà (Miguel Gotor assente per impegni parlamentari).

 

A Torino: Alessio Terzi, Luigi Bobbio, Maria Bottiglieri, Anna Di Mascio, Gustavo Zagrebelsky (Elide Tisi assente per impegni istituzionali).

 

A Catania: Massimo Caruso, Giuseppe Greco, Enzo Bianco, Giacomo Pignataro, Antonino Mantineo, Angela Maria Peruca, Graziella Priulla, Santino Scirè, Giuseppe Vecchio.

 

Nel seminario del Dipartimento sociologia di Bari sono intervenuti Onofrio Romano, Letizia Carrera, Isidoro Mortellaro, Daniele Petrosino, A. Salvati e due dottorandi);

nel seminario del Dipartimento di scienze politiche e sociali di Cosenza sono intervenuti: Pietro Fantozzi, Antonio Costabile, Guerino D’Ignazio, Giorgio Marcello, Giovanni Serra, Maria Teresa D’Agostino, (assente Luciano Squillaci).

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