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Verso una nuova "shared saving spending"

Ho sempre avuto un grande dubbio da quando si parla in Italia di spending review. Prevalentemente, a partire dall’etimologia anglosassone, “review” significa infatti “revisione”.

Già ma una revisione non vuol dire necessariamente un risparmio, può significare una “riallocazione”, una “rivisitazione”, un “ripensamento” o semplicemente “un controllo per vedere se c’è qualcosa che non va”, come un sorta di bollino, blu, verde o rosso, senza per questo implicare che ci debba essere un risparmio o un’efficienza “di o nei” costi, in inglese “cost-effective”, ovvero rendere più efficaci i costi sostenuti per una data voce o partita economica.

 

Se riflettiamo poi sull’aspetto dell’efficienza viene immediatamente da pensare al concetto e al significato di efficienza: rendere un’attività o un compito più veloce con minori mezzi o risorse, quindi di fatto più economico o meno costoso.

 

Concetti di spending: alla ricerca dei criteri

Già, pensavo poi, come si fa a rendere più economico un processo, un’attività o un compito in assenza di regole di riferimento o di criteri certi o partecipati e, o, condivisi cui attenersi?

 

Così, nella ricerca di questi criteri, varie sollecitazioni mi hanno portato a pensare ad una sorta di ripensamento di un “patto condiviso” pubblico privato, un nuovo patto sociale, il cui l’obiettivo finale recita qualcosa che assomiglia a questa frase:

«se riusciamo a condividere una parte, meglio se grande, di certe spese, probabilmente risparmiamo in tempi e costi e riusciamo a liberare risorse per altre attività o compiti, che potrebbero essere utili alla collettività».

 

Ci porteremmo così avanti verso il futuro, eliminando alcuni potenziali problemi che si potrebbero presentare a fronte di nuove esigenze (di varia natura e legati a fenomeni economici o sociali), anticipando il più e ove possibile, la soluzione di inefficienze operative attuali e a tendere (procedure, burocrazia, costi incomprimibili o ineliminabili, eventi internazionali non governabili dall’interno, calamità naturali impreviste, ecc.).

 

Verso un’etica guidata da una logica super partes

Ferma la libertà di ognuno di decidere privatamente come e quando spendere i propri soldi, se si parla di costi complessivi per la collettività, ad esempio la spesa pubblica e tutte le classificazioni che compaiono nel bilancio dello Stato e nei suoi singoli capitoli economici (spese correnti, in conto esercizio, e spese in conto capitale), rimane il dubbio di chi e di come si dovrebbe decidere per l’appunto come destinare questi soldi che sono confluiti in un “pozzo comune”, tramite entrate tributarie o, se vogliamo, tasse.

 

Il tema aperto, qui ancora non completamente risolto ma solo orientato, è quindi: come si può passare da un decisione autarchica, che vede uno o più soggetti e punti di vista (politici e parlamentari) contrapporsi o dividersi nelle opinioni e indirizzi sulle scelte di spesa, ad una decisione condivisa che tenga conto degli interessi e delle priorità della collettività, che partono dall’assunto che si è costruito il famoso “pozzo comune”?

D’altronde ad oggi il general public (opinione pubblica) ha poca voce in capitolo e assiste spesso passivamente alle decisioni politiche e parlamentari, delegate per legge.

Così, adoperando una metafora, diciamo spesso che questo passa la casa, ovvero “non che ci meritiamo il Governo e la classe politica che abbiamo”, ma che accettiamo de jure, nel bene e nel male, la classe politica di turno, Governo incluso. Quindi, osservo, potremmo essere estremamente fortunati o estremamente sfortunati a seconda di chi “fa il manovratore”.

 

Credo che questo rischio oggi, alla luce del cambiamento radicale avvenuto a livello mondiale dopo la crisi economica del 2007 e anni seguenti, e visti anche i risultati recenti della crisi dei debiti sovrani, non solo nei Paesi sud-europei, e i vincoli che ancora ci pone l’Unione europea, sia sulla politica monetaria che sul debito pubblico, non possiamo più permetterci il lusso di lasciare alla casualità questa scelta.

Sembra ovvio, senza bisogno di ripeterlo, che non è un problema di colorazione politica, di destra estrema destra o centro, sinistra o estrema sinistra, è un problema di logica, prima che di etica. Se ci hanno insegnato a scuola che 2+2 fa 4, lasciare al caso il fatto che 3,999 o 4,001 assomigliano molto o moltissimo a quattro, mi sembra un ragionamento veramente senza senso, quando assistiamo quasi sempre inerti a società di rating e mondo finance che fanno dei milionesimi di decimali la loro fortuna, a scapito di una collettività mondiale, operando una pressione insostenibile sui Governi di turno, qua e là dislocati.

 

Consumatore, utente, cliente, cittadino

Scrivevo in un mio intervento di 31 anni fa, pubblicato negli atti di un convegno tenutosi in Olanda all’Università di Leiden (Proceedings of the IFAC/IFIP Symposium, Leiden 7-10 giugno1983, vedi nota tra le Fonti), che se la politica effettua un push (pressione, spinta) su scelte industriali (ad esempio tecnologiche) credendo solo di essere la parte “decisore” (e finanziatore a volte tramite leggi all’uopo predisposte), di fatto quindi “un fornitore privilegiato”, dimentica a volte di essere parte in causa anche come “consumatore, utente, cliente, cittadino” di quelle stesse decisioni (e leggi) con tutte le conseguenze del caso.

L’errore, notavo, è solitamente dovuto alla mancanza di “analisi accurata dei bisogni” dei consumatori, utenti, clienti, cittadini, considerando questi bisogni provenienti solo da una parte. Quando si dismette, finita la temporalità, il ruolo di politico, si ridiventa normali cittadini (citizen) e, se si è sbagliato prima nelle scelte, si pagano pesantemente tutte le conseguenze del caso (a meno di aver beneficiato privatamente di quelle leggi in altro modo, e qui entriamo nell’etica).

 

Se vogliamo citare il caso della crisi dei mutui sub-prime, ad esempio, siamo sicuri che alcuni Governi, in parte Usa, sommati al Governo mondiale “ombra” finanziario, abbiano valutato fino in fondo le conseguenze a livello economico e sociale a livello globale, anche su loro stessi, e che questi stessi soggetti siano tuttora o siano stati scevri dagli effetti provocati in termini di responsabilità sociali?

Secondo me no, mi sembra che i risultati siano sotto gli occhi di tutti. Sicuramente qualcuno sarà più ricco e molti più poveri, ma si è generato uno spreco che oserei dire con un eufemismo non sostenibile nel medio e lungo periodo, in assenza di solide e funzionanti rupi tarpee.

Non c’è bisogno di essere dei premi Nobel in economia per notarlo.

 

Così la nuova frontiera della partecipazione deve essere indirizzata alla ricerca di soluzioni super partes, terze e arbitre che permettano decisioni maggiormente condivise, oltre che democratiche, di ciò che possiamo considerare “beni comuni”, “interessi dei cittadini e della collettività” e, in sostanza, che abbiano come fine ultimo un maggiore benessere individuale, su grandi numeri.

Visto in una prospettiva storica ed economica, mi sembra che siamo lontanissimi dalla meta e, anzi, forse ci siamo allontanati da situazioni di maggiore equilibrio vissute nel passato.

 

Un progetto in grado di traguardare il futuro

Oggi sento la mancanza di un progetto Paese della durata di dieci, venti e anche trenta anni, che dovrebbe essere portato avanti a prescindere da chi guida politicamente il Paese in un dato intervallo temporale.

Si tratta di ripensare le fondamenta del convivere civile, dello stare insieme, del condividere miserie e successi comuni. Ci mancano le conoscenze sociali dei loop e dei circuiti di feed-back, ovvero degli anelli di retroazione che regolano e si autoregolano, in presenza di scostamenti significativi dai parametri fisici, biologici e chimici, di cui siamo fatti e di cui la convivenza civile è solo un’espressione.

E ci manca, ancor prima, una definizione condivisa di cosa sia un “bene comune” o un “interesse della collettività”, da cui ripartirei per provare a proporre soluzioni viable (agibili). È un tema che mi riprometto con il contributo di altri di affrontare in un prossimo futuro e che si situa in un universo di contenuti dal titolo meta o macro--identità collettiva.

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Collaborazioni, partnership e co-needership

Citavo in un mio intervento del 1993 sulla total quality finalizzata al miglioramento continuo, che un altro futuro possibile nel business e nel lavoro è quello legato ad un termine o neologismo attualmente inesistente in inglese: la “co-needership” (forse verrà coniato in futuro, se non esistono o non esisteranno obiezioni grammaticali), ovvero la capacità di condividere, da parte di un’azienda, il disegno di un prodotto o servizio, prima della sua produzione, stabilendo una partnership con i suoi clienti, partecipando direttamente i bisogni reali, attesi, latenti o in evoluzione dell’utenza stessa (lato della domanda).

Era presentato a lato della “co-makership” (partnership tra azienda e fornitori), molto in voga in quegli anni, quale complemento al miglioramento complessivo dei comportamenti organizzativi che hanno riflesso sui processi aziendali per la soddisfazione dei clienti finali (customer satisfaction).

 

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D’altronde la politica di stimolo e di induzione della domanda, sollecitando bisogni latenti a volte inesistenti o inesplorati, che tanta parte ha avuto negli anni ’70 e ’80 nelle politiche commerciali e di marketing, per generare nuovo lavoro, mercato e prodotti o servizi, alla prova dei fatti oggi non può più reggere, se non con nuovi sistemi e metodi, la complessità in corso per i seguenti motivi:

  • l’eccesso di individualizzazione e frammentazione dei bisogni personali rende impossibile la creazione di prodotti e servizi altrettanto individualizzati, con il rischio di operare solo scelte standard che tendono ad un’espansione dell’omologazione piuttosto che al soddisfacimento di bisogni individuali e all'esaltazione delle capacità e talenti personali;
  • l’evoluzione tecnologica ha operato un cambio di paradigma troppo veloce per un'assimilabilità umana complessiva, in termini di collettività, con uno spreco ingentissimo di risorse intangibili di quarta e quinta generazione (servizi finanziari, know-how, competenze, ricerca scientifica, altre);
  • la proliferazione di nuove tecnologie e metodologie deve essere operata sulla base di bisogni reali e non virtuali, sia per non generare aspettative impossibili da realizzare, sia per non generare costi inutili, rispetto allo sforzo per la loro creazione.

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Driver per una shared saving spending

Se le frontiere della collaborazione si sono evolute e spostate negli ultimi trenta, quaranta anni producendo una sequenza semantica che ha recitato, tra le altre, le seguenti parole: integrazione, sinergia, partecipazione, adesione, co-make, condivisione, co-design e, di recente, co-creazione, oggi, se ci spostiamo dal piano dell'industria a quello dell'Amministrazione della cosa Pubblica, un nuovo patto sociale, tra cittadini e Stato (governo e parlamento), dovrebbe quindi indirizzarsi ad una “shared saving spending” (condivisione dei risparmi di spesa). Specie quando parliamo di impieghi di risorse economiche che tutti hanno contribuito a generare ed alimentare, tramite prelievi alla fonte o versamenti all'erario.

 

Questa, una volta operata, dovrebbe permetterci di fruire, ove possibile, delle cose considerabili comuni, a minor costo, senza per questo togliere valore economico ad ogni parte di esse. Che permetta cioè una più consapevole decisione di come usare in modo efficace le risorse confluite nel “pozzo comune” delle entrate tributarie.

D’altronde queste, se confluite, sono di tutti, non è forse vero? Quindi fanno parte di una "community" (escludo per ora il caso di evasione fiscale che merita un approfondimento separato).

 

In un pianeta governato da sistemi a rete, dove gli aspetti “social” sono oggi insostituibili, costituiscono e costituiranno l’infrastruttura di ogni nuova partecipazione democratica attiva, anche alla vita pubblica, occorre quindi ripensare ai mezzi e ai modi per stare meglio insieme bene ed ai percorsi possibili perché questo possa accadere.

 

Prime pillole per come fare
  1. Esaminare i principali macro problemi di spesa esistenti, condividerne l’esistenza, classificarli e suddividerli in chunks, (pezzi, porzioni o parti elementari);
  2. Assegnare i chunks a esperti della materia e suddividerli in chunks ancora più elementari e piccoli in modo da poter essere gestiti e analizzati;
  3. Progettare miglioramenti in sistemi, processi, procedure, leggi che riguardano i singoli problemi elementari (chunks), indagando e intervistando, con metodi appropriati, la collettività e sue rappresentanze, per individuare priorità di intervento e urgenze, anche sulla base degli impatti economici relativi e sulla loro sostenibilità o insostenibilità, in un lasso di tempo accettabile per le prossime due, cinque generazioni umane (dai dieci ai quaranta anni);
  4. Costruire, discutere, ridiscutere e validare i criteri e i sistemi di valutazione delle scelte delle possibili soluzioni e dei potenziali percorsi normativi e politici, attraverso nuovi e innovativi metodi democratici di partecipazione pubblica alle decisioni di interesse della collettività.

 

Il presente articolo è uno primo spunto di riflessione per una nuova partecipazione pubblica alle scelte che riguardano i singoli e la collettività. Prevede l’eventuale raccolta di commenti e contributi sulla tematica da inviare alla redazione di OfficineEinstein all’indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. .

 

Fonti
  • Mauro Bonaretti (2014), Governare la rete: dalle parole ai fatti, OfficineEinstein, 25 aprile 2014.
  • Paolo Petrucciani (2013), Trasformare la cultura aziendale in valore, OfficineEinstein, 3 maggio 2013.
  • Luca Massacesi e Paolo Petrucciani (2013): Quando la consulenza diventa un partner , OfficineEinstein, 19 marzo 2013.
  • Paolo Petrucciani (1993): “La qualità totale nella gestione e nello sviluppo delle risorse umane”, intervento presso Iri-Management, incontro dedicato HayGroup-Italcable.
  • Paolo Petrucciani (1983): contributi alla Paper Session on "Automation of Production" (Discussion Summary pagg. 13-14) in "Training for Tomorrow - Educational aspects of computerized automation", Atti convegno internazionale tenutosi in Olanda, “Proceedings of the IFAC/IFIP Symposium, Leiden 7-10.6.1983”, Ed. by J.E.Rijnsdorp, Tj.Plomp, J.Moller, IFAC Proceedings Series 1984, n. 4, Pergamon Press.

 

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