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Per telefono, per lettera o online

Credo che dovremmo riportarla così come è, come ha fatto il Post, questa lettera di Philip B. Corbett, uno dei responsabili giornalistici del New York Times.

Ma non resistiamo alla tentazione di commentare e di notare quanto questa lettera possa essere letta anche come un ridimensionamento dell'esaltazione del web.

 

Partiamo dal mezzo: 

"Bisogna essere civili sia che uno scambio avvenga personalmente, sia che avvenga per telefono, per lettera o online."

 

Il testo di Corbett trasuda buon senso: la notorietà pubblica, magari perché si è una firma di una delle più celebri testate al mondo, si eredita anche nei social network. E non è la tua credibilità, ma quella della testata. 

In rete non esistono "mercenari", ma "martiri per al causa": la credibilità personale sarà sempre associata alla marca alla quale si è legati da contratto o da un rapporto professionale. 

 

Insomma ragazzi, non c'è spazio della vita privata perché le stesse recinzioni date dalle impostazioni della privacy su Facebook sono insoddisfacenti. 

Non c'è da fidarsi. 

 

E se magari uno la pensa diversamente dalla linea editoriale della testata che lo paga? 

Nessun problema, il criterio da seguire è semplicissimo: 

"quando siete in dubbio, chiedetevi se una data azione potrebbe danneggiare la reputazione del Times. Se è così, è probabilmente una cattiva idea."

E ancora:

"I membri della redazione dovrebbero evitare di scrivere pezzi di opinione o di promuovere prese di posizione politiche."

Chiaro?

Lo dicevo io che trasudava di buon senso. 

 

E sì perchè la rete non è più (anzi oserei dire che non è mai stata) il luogo della libertà sganciata dalla autorità e dalla fonte e, perdonatemi il personale riferimento politico (non scrivo per il New York Times, evidentemente), nemmeno qui vale il celebre motto "uno vale uno".

Nemmeno se sei una lancia indipendente, checchè ne dica l'etimologia. 

 

Fonti

Il Post

 

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