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Slow Communication

Grazie agli Stati generali della comunicazione politica, abbiamo avuto l’occasione di approfondire molti temi soprattutto nel rapporto tra rete e democrazia.

Purtroppo però non siamo riusciti ad assistere al panel dedicato a Slow Communication, un movimento che nelle prime righe della sua presentazione afferma:

 

Il Movimento “Slow Communication” intende diffondere anche in Italia una nuova cultura digitale, una nuova alfabetizzazione mediatica e una nuova etica intellettuale fondata sulla ricerca di un equilibrio sostenibile tra la velocità e l’immediatezza del web e il pensiero lento, lineare e approfondito che utilizziamo per seguire una lunga narrazione e un’argomentazione complessa oppure per riflettere sulle esperienze della nostra esistenza.

 

Per l'interesse suscitato, abbiamo allora deciso di raggiungere direttamente la fonte e in un bellissimo palazzo affacciato sul Canal Grande di Venezia, abbiamo incontrato Andrea Ferrazzi, giornalista, consulente politico, esperto di strategie di comunicazione e fondatore del movimento.

 

Proprio da qui vogliamo partire.

 

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Che cosa è Slow Communication?

Attualmente è un movimento, nato circa un anno fa, e un’associazione spero a breve, che si propone di sviluppare attività di vario tipo: dalla promozione di eventi dedicati al tema della filosofia slow in comunicazione e nell’uso della rete, alla promozione di borse di studio in accordo con le università, alla promozione di attività di solidarietà internazionale per portare l’istruzione, la formazione e la cultura nei paesi del terzo mondo attraverso internet. Questo a dire che nonostante la filosofia, non c’è nessun luddismo di ritorno, e ovviamente siamo propensi a utilizzare internet.

 

Slow Communication si propone anche di uscire dall’ambito stretto della comunicazione? Affrontare, cioè, le trasformazioni che il digitale (o meglio, la rete) porta anche in termini di metodo e di processo?

Tutto quello che riguarda un uso eccessivo e distorto dei media è campo di interesse. Quindi da un lato naturalmente l’informazione, uno degli aspetti cruciali, direi, ma anche gli atteggiamenti individuali come il fenomeno per il quale, che come mi piace citare, ci stiamo trasformando in “zombi messaggianti”. Uno dei fenomeni che meritano assolutamente attenzione e spero che qualcuno voglia farsi carico anche di qualche studio scientifico.

 

Chi sono gli “zombi messaggianti”?

Ti faccio un esempio, che ho già citato qualche volta.

Tutte le mattine, nel percorso per andare a lavorare, incontro sempre una studentessa che avrà 18, 20 anni. Lei è immancabilmente (che piova, che nevichi, che ci sia il sole) con la testa chinata sul suo smartphone. Possono cambiare le stagioni, può succedere qualsiasi cosa: lei è unicamente concentrata sul suo smartphone. Questi segnali, che sono trascurabili, marginali, e sicuramente non spostano niente, sono però emblematici di una tendenza che merita riflessione.

 

Come fare formazione per e su internet? Se infatti  al momento c’è molta formazione tecnica, non è prevista una educazione all’uso consapevole.

La formazione si esaurisce quasi esclusivamente sul come utilizzare i social media per fare campagne di marketing e comunicazione. Si occupa di conoscenze pratiche.

Se vogliamo ricavare un esempio dalla patente di guida, prima di fare l’esame di pratica, fai l’esame di teoria. Ecco quello che manca è tutta la parte teorica che, secondo me, è il nuovo digital divide. La forbice non è tra chi usa e chi non usa i social media, ormai la distanza si sta velocemente restringendo, ma chi li usa con consapevolezza, e chi li usa senza consapevolezza. I casi di cronaca, dal cyberbullismo in poi, sono abbastanza emblematici.

 

Praticamente come e con chi Slow Communication vuole fare formazione all’uso della rete?

Una delle chiavi di volta è iniziare a inserire l’insegnamento di internet e dei nuovi media all’interno dei programmi di studio già dalle scuole medie e, quindi, anche dei professori.

Prima di arrivare all’università è il caso di iniziare con l’abc nelle scuole medie perché ci sono casi preoccupanti. I ragazzi pensano che urlare una parolaccia al bar o scrivere queste cose simili su Facebook sia la stessa cosa, ma è diverso.

Per realizzare questo programma, come Slow Communication, abbiamo preso contatti con il Ministro dell’Istruzione del precedente governo che si era dimostrata molto interessata all’iniziativa.

 

Nelle tue riflessioni c’è una netta separazione tra offline e online. Dove è il punto di contatto?

Il punto di contatto è la persona. Distinguendo offline e online, quello che sostengo è che dobbiamo essere consapevoli che la tecnologia non può essere data per scontata.

Se diamo per scontato la presenza delle tecnologie al nostro fianco, ad esempio alzarsi la mattina e guardare il cellulare come prima cosa, abbiamo già superato la soglia critica.

Ricavarsi degli spazi in modo consapevole, staccarsi dalle tecnologie, dall’essere connessi 24 ore su 24, è uno dei punti di volta dei nostri comportamenti. Dobbiamo consapevolmente riprenderci delle pause dalla tecnologia. Un pensiero, questo, che sta crescendo.

 

Un nuovo umanesimo? Possiamo chiamarlo così?

Sì possiamo dire proprio così.

 

Una possibile critica a Slow Comunication potrebbe essere quella di rappresentare una resistenza al cambiamento.

Sarebbe come dire che Slow Food è restia al cambiamento. In realtà è stato un elemento di cambiamento. Perché il punto vero è mantenere un’analisi critica dei fenomeni. Se accettiamo tutto quello che la tecnologia comporta e non vediamo gli aspetti critici forse abbiamo già perso.

Se pensiamo che internet aiuti la democrazia solo per il fatto di esistere, senza considerare che ci sono molti aspetti critici nel rapporto tra questi due elementi ormai indissolubili, c’è qualcosa che non va.

 

Quali sono alcuni aspetti critici nel rapporto tra democrazia e rete?

Questo è un tema a me molto caro. La democrazia non si esaurisce in una serie di azioni, ma nella qualità del dibattito pubblico. Se qualcuno mi dimostra che attraverso internet e i social media il dibattito pubblico è migliorato, sono pronto a chiudere Slow Communication.

Ma quando vedo una polarizzazione delle posizioni, quando vedo che il dibattito avviene tra persone che si danno ragione tra loro, rafforzando la loro posizione, sono portato a credere che i punti critici siano superiori rispetto ai vantaggi di internet.

Quando si parla di internet e democrazia si pensa che quest'ultima sia solo ampliare la partecipazione e dimentichiamo spesso che la democrazia è anche la capacità di dare risposte alle esigenze dei cittadini. Tra questi due aspetti, internet magari agevola il primo, ma penalizza molto il secondo perchè la “tweet-democrazia” impedisce scelte lungimiranti. Ostacola le decisioni che non si riducono ad essere una risposta per assecondare la posizione più popolare del momento ma che, anche se impopolari, hanno una sguardo a lungo termine.

 

I rischi sono, allora, da un lato una posizione dominante che si autoalimenta e dall’altro la tendenza della classe politica a prendere decisioni in base alla popolarità, aumentando l’incapacità di fare scelte strategiche anche se impopolari.

Se a fronte di una scelta impopolare, nascono gruppi di protesta su Facebok e una polemica montante su Twitter, il politico non ha spesso il coraggio di portarla avanti comunque. Questo agevola la partecipazione perché le persone si sentono influenti, ma sul lungo periodo, quando le risposte vengono meno, anche il consenso della democrazia viene meno.

 

La velocità come caratteristica della rete e la lentezza come valore dela filosofia slow. C’è un punto di contatto tra lentezza e volocità?

Sì, è l‘equilibrio, la parola cardine della filosofia slow, in tutti i campi.

Se prendiamo Slow Food, equilibrio significa non cibarsi unicamente di panini e patatine fritte, ma avere un’alimentazione equilibrata per una dieta salutare.

Nel campo della comunicazione nessuno dice che bisogna smettere di usare i nuovi media,  ma usarli con equilibrio: ricavarsi delle pause di disconnessione per avere il coraggio di rimanere ancora soli.

 

Anche in riferimento alle esperienze di Slow Food e Città Slow dove la tradizione italiana culinaria e agricola, per la prima, e quella architettonica e urbanistica per la seconda rappresentano ispirazioni delle due iniziative, cosa può la ricchezza della cultura italiana dare a Slow Communication?

Per Città Slow è la capacità di coniugare sviluppo e recupero delle tradizioni. Nel nostro ambito: il progresso tecnologico con la profondità del pensiero.

 

C’è un fenomeno interessante che sta avvenendo a causa della crisi: un ritorno all’agricoltura e quindi una riscoperta dello stile di vista “lento”. Anche per Slow Communication la crisi può essere un catalizzatore?

No, sicuramente in questo momento la posizione alla Riccardo Luna, quella dei tecnoentusiasmi, è dominante. Le voci critiche spesso sono tacciate di essere nemiche del progresso. Una delle risposte alle critiche, nei confronti della tecnologia, è che sono le stesse di quelle rivolte al libro stampato e che ritornano ogni volta che c’è un grande sviluppo tecnologico. Ma è semplicistico dire che la storia si ripete, perchè non è detto che si debba ripetere.

 

Oggi, i social danno la possibilità a tutti di esprimersi su tutto. E qui ritorna il senso del limite, teorizzato da Huizinga a metà degli anni trenta, il quale afferma che prima della scolarizzazione di massa il contadino e l’artigiano sapevano fare alcune cose e al di là di quelle riconoscenvano la loro incompentenza, il loro limite.

Ma proprio in questo senso del limite risiedeva la loro saggezza.

La mancanza di questo senso del limite è un fenomento che si riscontra oggi con i social: tutti pensano di poter dire la loro su tutto e facciamo fatica a selezionare il grano dall’erba cattiva.

 

Il criterio della separazione è ad esempio la costruzione della reputazione della fonte. Funziona questo sistema di autoregolazione?

Funziona?

 

Possiamo definire la qualità in rete, nell’ambito della informazione?

Come dice Riotta, in rete trovi tutto. Il punto è la capacità di filtrare l’informazione, rendersi conto che non basta avere uno strumento a disposizione e un’enorme mole di dati per poter essere giornalisti. Se vuoi costruire una casa vai da un architetto o da un geometra; allo stesso modo chi pretende informazione di qualità deve rivolgersi a chi ha una professionalità alle spalle. Purtroppo questo è messo in discussione. Poi esistono anche esempi di giornalismo dal basso che hanno avuto molto successo.

E’ molto difficile catalogare la qualità su internet ed è uno degli aspetti più importanti.

 

Riprendendo la relazione tra democrazia e rete, nel grande dibattito sulla trasparenza, come possiamo definirla? La trasparenza è davvero dire tutto, sempre?

No, la politica deve mantenere un po’ di oscurità. Se i decisori pubblici sono costantemente in una camera di vetro, il pericolo è la perdita di efficienza delle istituzioni democratiche, anche se può portare vantaggi alla partecipazione.

Se le istituzioni democratiche non danno risposte ai cittadini, il disagio della democrazia è destinato a crescere.

La politica è per definizione è anche qualcosa di oscuro: non credo che i nostri padri costituenti dell’Europa, per dire una delle più grandi invenzioni politiche degli ultimi anni hanno discusso la nascita dell’Unione europea, se fossero stati sotto gli occhi dell’opinione pubblica 24 ore su 24, avrebbero avuto il coraggio di prendere certe decisioni.

Per definire la trasparenza: più nelle decisioni di policy e un po’ meno in quelle di politics.


Concludiamo con il richiamo ad alcune espressioni che abbiamo ritrovato nella filosofia slow, e in particolare: dimensione emotiva e cognitiva.

La dimensione cognitiva è una parte rilevante in rete. E’ dimostrato che il web è un sistema di trasmissione di emozioni e questo lo lega anche con la facilità di propagazione delle informazioni ad alto impatto emotivo, che espone anche alle derive populistiche.

La dimensione cognitiva rimanda al web e i nuovi media come facilitatori di un’intelligenza più immediata e più superficiale a danno, invece, della capacità di lettura profonda e approfondita.

Altri termini che mi sono piaciuti: consapevolezza, senso critico, cambiamento, buon vivere, dieta, equilibrio. E il senso limite, la cui perdita focalizza bene il nostro rapporto con la rete. 


 

Quasi a fare nostro il senso del limite, riconosciamo la molteplicità degli spunti che l'incontro con Andrea (che ringraziamo per la sua disponibilità e chiarezza) ha posto in evidenza, e vogliamo concludere con il rimando a due articoli del fondatore del movimento da poco usciti, cercando di  iniziare il processo di un approfondiamento slow. 

 

Il senso del limite

Relazioni Pubbliche, Ferpi, numero 68, maggio 2013

 

La dieta corretta

L'Impresa, Rivista italiana di management, numero 6, giugno 2013.

 

 

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