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Femminicidio e pubblicità

C'è una sottile distinzione, fondamentale, nei casi di assassinio di una donna. Quelle tra l'omicidio di donne e il femminicidio. Nel mondo vengono uccise per motivi svariati, interessi economici, lotte intestine alla criminalità, pazzi che sparano a sconosciuti, sia uomini (in prevalenza), sia donne. Si tratta di omicidi di uomini e omicidi di donne. Ma ci sono anche altre donne che ogni anno vengono uccise, per la quasi totalità da uomini generalmente, si calcola per il 70 per cento, da mariti, ex mariti, fidanzati, ex fidanzati, amanti, ex amanti. Ma anche da padri verso figlie, o da figli verso le madri.

 

Il termine femminicidio

In questi casi (in Italia circa 2.200 dal 2000 al 2012; 124 nel 2012 a cui aggiungere 47 tentativi non riusciti) le donne vengono uccise da uomini in quanto donne. Ovvero la maggior parte degli omicidi di donne e bambine

Il termine femminicidio si riferisce, dunque, a tutti quei casi di omicidio in cui una donna viene uccisa da un uomo per motivi relativi alla sua identità di genere. Come abbiamo visto in genere per motivi "sentimentali", ma il femminicidio, come cita il Devoto-Oli, è

«Qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuare la subordinazione e di annientare l'identità attraverso l'assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte»

 

Da pochi anni in Italia si parla di questo problema. Esiste una oggettiva difficoltà nel rilevare il fenomeno e la sua diffusione, anche perché a livello istituzionale non vengono raccolti i dati in modo sistematico.

 

Che cosa accomuna tutte queste donne? Secondo la criminologa statunitense Diana Russell la loro colpa è stata quella di aver trasgredito al ruolo ideale di donna imposto dalla tradizione (la donna obbediente, brava madre e moglie, la “Madonna”, o la donna sessualmente disponibile, “Eva” la tentatrice), di essersi prese la libertà di decidere cosa fare delle proprie vite, di essersi sottratte al potere e al controllo del proprio padre, partner, compagno, amante ….Per la loro autodeterminazione, sono state punite con la morte.

 

Chi ha deciso la loro condanna a morte? Certo il singolo uomo che si è incaricato di punirle o controllarle e possederle nel solo modo che gli era possibile, uccidendole, ma anche la società non è esente da colpe. Diana Russell sostiene che

«tutte le società patriarcali hanno usato, e continuano a usare, il femminicidio come forma di punizione e controllo sociale sulle donne».

 

Il ruolo sociale della pubblicità

Fa rabbrividire, dopo questi numeri e scenari, riguardare alcune pubblicitò degli anni Cinquanta apparse negli Stati Uniti, ma simili sono apparse in molte altre nazioni industrializzate.

 

Compito della pubblicità è di essere accattivante, di accogliere favori, di farsi gradire (facendo gradire, per proprietà transitiva, il prodotto pubblicizzato).

La pubblicità è efficace nella misura in cui rappresenta gli stati d'animo della comunità alla quale si rivolge. Ne amplifica gli umori e i sentimenti viscerali, "di pancia". Li interpreta, li scarnifica, li amplifica e li diffonde.

 

Il vero danno che la storia registrerà quando parlerà del ventennio berlusconiano non sarà tanto la profonda crisi economica che ha colpito il paese dopo essere stato per due decenni guidato esclusivamente dall'interesse privato di un ricco imprenditore scaltro e corruttore; quanto la trasformazione culturale, consumistica, nazional popolare degli italiani introdotta dalla sua televisione commerciale e riprodotta sui media del pianeta per i suoi personali comportamenti e sintetizzabile nel modello sociale ambito dalle giovani generazione del primo decennio del terzo millennio: il calciatore e la velina.

 

Riguardiamo, allora, alcune pubblicità degli anni Cinquanta per ricostruire i modelli culturali che rappresentavano e diffondevano, in particolare sul ruolo della donna. Nessuna di queste pubblicità, oggi, passerebbe il test di ammissibilità. Non incorrerebbe semplicemente nel rifiuto di un lasciapassare di "politicamente corretto", quanto proprio di una denuncia per "istigazione a delinquere".

Chissà che fra cinquantanni anni, avendo fra le mani le pubblicità di oggi, non penseremo le stesse cose che state per pensare voi guardando queste immagini..

 

Gli uomini si chiedono: "E' carina?" non "è intelligente?"

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E' sempre illegale uccidere una donna?

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Tappeti. "E' bello avere una ragazza in casa"

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 Mettila al suo posto...

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Gli uomini sono migliori delle donne!

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Non ti preoccupare tesoro, almeno non hai bruciato la birra!

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Il cuoco fa tutto, ma cucinare è compito delle mogli!131204 donne9

 

Da pochi anni in Italia si parla di questo problema. Esiste una oggettiva difficoltà nel rilevare il fenomeno e la sua diffusione, anche perché, a livello istituzionale, non vengono raccolti i dati in modo sistematico.

 

Secondo Isabella Bossi Fedrigotti il termine “femminicidio” suona cacofonico , e molti a sentirlo storcono il naso, perché rimanda all’idea sprezzante della latina “femina”, l’animale di sesso femminile.

 

Tuttavia il termine femminicidio non nasce per caso, né perché mediaticamente d’impatto, e tantomeno per ansia di precisione. Oggi sembra quasi una banalità ripetere i dati dell’Oms: la prima causa di uccisione nel mondo delle donne tra i 16 e i 44 anni è l’omicidio (da parte di persone conosciute).

Negli anni Novanta il dato non era noto, e quando alcune criminologhe femministe verificarono questa triste realtà, decisero di “nominarla”. Fu una scelta politica: la categoria criminologica del femmicidio introduceva un’ottica di genere nello studio di crimini “neutri” e consentiva di rendere visibile il fenomeno, spiegarlo, potenziare l’efficacia delle risposte punitive.

 

Che cosa accomuna tutte queste donne? Secondo la criminologa statunitense Diana Russell , il fatto di essere state uccise “in quanto donne”. La loro colpa è stata quella di aver trasgredito al ruolo ideale di donna imposto dalla tradizione (la donna obbediente, brava madre e moglie, la “Madonna”, o la donna sessualmente disponibile, “Eva” la tentatrice), di essersi prese la libertà di decidere cosa fare delle proprie vite, di essersi sottratte al potere e al controllo del proprio padre, partner, compagno, amante ….Per la loro autodeterminazione, sono state punite con la morte.

Chi ha deciso la loro condanna a morte? Certo il singolo uomo che si è incaricato di punirle o controllarle e possederle nel solo modo che gli era possibile, uccidendole, ma anche la società non è esente da colpe. Diana Russell sostiene che

“tutte le società patriarcali hanno usato –e continuano a usare- il femminicidio come forma di punizione e controllo sociale sulle donne”.

Marcela Lagarde , antropologa messicana, considerata la teorica del femminicidio, sostiene che

“La cultura in mille modi rafforza la concezione per cui la violenza maschile sulle donne è un qualcosa di naturale, attraverso una proiezione permanente di immagini, dossier, spiegazioni che legittimano la violenza, siamo davanti a una violenza illegale ma legittima, questo è uno dei punti chiave del femminicidio”.

Il femminicidio secondo Marcela Lagarde è un problema strutturale, che va aldilà degli omicidi delle donne, riguarda tutte le forme di discriminazione e violenza di genere che sono in grado di annullare la donna nella sua identità e libertà non soltanto fisicamente, ma anche nella loro dimensione psicologica, nella socialità, nella partecipazione alla vita pubblica. Pensiamo a quelle donne che subiscono per anni molestie sessuali sul lavoro, o violenza psicologica dal proprio compagno, e alla difficoltà, una volta trovata la forza di uscire da quelle situazioni, di ricostruirsi una vita, di riappropriarsi di sé.

Femminicidio è «La forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine -maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria, istituzionale- che comportano l’impunità delle condotte poste in essere tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambine: suicidi, incidenti, morti o sofferenze fisiche e psichiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e alla esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia».

 

Fonti

L'Huffington post "Pubblicità degli anni '50 che oggi ci farebbero rabbrividire"

Barbara Spinelli "Perché si chiama femminicidio" Corsera.it

Isabella Bossi Fedrigotti "Donne uccise, violenza in aumento ma non chiamatelo più «femminicidio»"

Devoto-Oli, Vocabolario della lingua italiana, 2013

Wikipedia "Femminicidio"

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