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Un'altra lezione dell'Amleto

Ho veramente con molto piacere ascoltato la lezione che la professoressa Nadia Fusini ha portato nel primo ciclo di incontri dedicati a quell'opera che rappresenta il teatro, Amleto, e organizzati dal Teatro di Roma. 

La lezione si svolgeva intorno all'affasciante tema della trasformazione dell'Amleto di Shakespeare in mito (l'ultimo mito, nato a cavallo di due secoli fondamentali nella storia moderna) e verso il termine del percorso ha evidenziato un passaggio fondamentale anche per chi, come me, lavora nella comunicazione. 

 

Audience e stage

Non è una sorpresa, negli articoli di content marketing anglofoni, leggere spesso la parola "audience" (pubblico) in riferimento alle persone verso le quali la comunicazione è rivolta. Del resto anche noi, quando abbiamo parlato di Piano di Comunicazione (lo strumento di definizione della strategia) abbiamo usato la parola "pubblici" per lo stesso scopo. 

Maggiore interesse è invece l'uso, nei medesimi articoli anglofoni, del termine "stage" (palcoscenico) che sembra sostituire quella più vicina alla cultura comunicativa "canali". 

La comunicazione calca un palcoscenico e la metafora del teatro diventa una metafora "euristica", che ci fa intuire, portandoci al di là (meta-fora) e dandoci l'occasione di capire perché il teatro è un mondo da cui la comunicazione può imparare. 

 

Ed eccoci all'Amleto

Amleto è "il teatro". Un po' come il Don Chisciotte è "il romanzo" e la Divina Commedia "la poesia". 

Amleto è il teatro non solo per la sua perfezione, ma anche perché è attraverso il teatro, a mio parere, che Amleto, il principe sempre accusato di inerzia dell'agire, agisce e modifica il mondo. Non entriamo nei particolari, ma la scena della "Trappola per topi" è forse il punto più alto di questa visione. 

 

Al di là di questa corrispondenza interna, però, abbiamo scoperto, grazie alla professoressa Fusini, anche una esterna, che si rifà alla storia del'opera. 

Non so se conoscete bene l'opera, ma è vero: Gertrude, la madre di Amleto e la nuova moglie di Claudio accusato di omicidio del re, ha per tutta la tragedia un ruolo ambiguo. Non si capisce se è stata complice della morte del re, se invece non ne sa nulla, se ha sposato Claudio per amore o per rimanere regina. Non si sa davvero se crede alla pazzia di Amleto oppure se ha capito (e appoggia) le intenzioni del figlio. 

 

La Fusini ci spiega la nascita di questo personaggio, correlandola con la figura della regina Elisabetta, di Maria Stuarda, di Giacomo primo, e di una difficilissima successione al trono. L'ambiguità della figura di Gertrude, infatti, diventa specchio di una regina che aveva mandato a morte la madre del futuro re:  l'autore si ritrovata con un fatto che, da un lato, non poteva essere dichiaratamente raccontato in un'opera, dall'altro, che tutto il suo pubblico conosceva e quindi non poteva essere ignorato. 

La figura della madre di Amleto nasce da questa ambiguità. Nasce cioè dalla consapevolezza del pubblico. E' il pubblico, insieme all'autore, insieme agli attori, ci dice la Fusini, che produce l'Amleto. 

 

Nella comunicazione, il ruolo del pubblico

La stessa dinamica, se è vero che il teatro è metafora della comunicazione, la possiamo trovare nella comunicazione stessa che ha come suo principale comandamento non solo la conoscenza del destinatario, ma anche la ricerca di dialogo e corrispondenze con questo. Così come Shakespeare viene influenzato dalle consocenze del suo pubblico, così il comunicatore deve ascoltare e collegare quelle delle persone che vuole raggiungere. 

 

Infine, la falsità

Attraverso un richiamo terminologico e una dinamica che ci avvicina ai teatranti, abbiamo allora riconsociuto le affinità tra teatro e comunicazione. Se questo è vero sembra tornare alla mente l'accusa di costruzione artefatta che spesso viene fatta alla comunicazione, ma che nel teatro, è una qualità e che spesso la identifichiamo con la famosa formula della sospensione dell'incredulità. Ma al di là delle torie estetiche, vogliamo rispondere a questa accusa con un sonetto di Gigi Proietti (e ci perdonerete per la deriva romanesca di questo finale) che guarda caso richiama un'altro capolavoro di Shakesperare:

 

Er teatro

Viva er teatro, dove è tutto finto
ma gnente c'è de farzo, e questo è vero.

E ttu lo sai da prima, si ss'è ttinto, Otello,

oppuramente è nero...

 

Nessun attore vero vô ffa' ccrede,

spignenno forte su l'intonazzione,

che è ttutto vero quello che sse vede.

Lui vole fa' vedè ch'è 'na finzione.

 

Si je tocca morì sopra le scene

è vero che nun more veramente

sennò che, morirebbe così bbene?

 

Capiscilo da te, famme er piacere:

si morisse definitivamente

nun potrebbe morì tutte le sere!

Ecco, forse basterebbe sostituire teatro con comunicazione e ci capiremmo qualcosa in più, senza tante ipocrisie. 

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