testata

La comunicazione e la prossimità

"Comunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro" questo il titolo della comunicazione di Papa Francesco per la Giornata delle comunicazioni sociali.
Un messaggio che rimette al centro l'umanità della comunicazione e che in un passaggio ripreso da tutti i principali quotidiani definisce "Internet dono di Dio".
Ma come accade spesso con Papa Francesco bisogna entrare nel testo per scorgervi messaggi che ci rimettono un po' in riga, perché sì, Papa Francesco è buono e simpatico, ma insomma non le manda a dire.

 

Se il messaggio si apre con un reale messaggio positivo riconosciuto al ruolo dei mezzi di comunicazione e in particolar modo della rete, ben presto il Papa evidenzia gli aspetti problematici dell'attuale comunicazione: 

  • la velocità: che non ci dà il tempo della riflessione;
  • la varietà e la disponibilità delle opinioni, che rende possibile una visione plurale ma pone anche il rischio di chiudersi all'interno della sfera di chi è d'accordo con noi;
  • la connessione digitale che può sostituire quella umana, fisica.

Questi tre rischi dimostrano allora che la comunicazione oggi non ha di fronte a sé una questione tecnologia, ma umana: la pazienza e la calma e la capacità di fare silenzio diventano le virtù del comunicatore.

 

Una pazienza e un silenzio che consentono non solo l'ascolto ma l'accoglienza dell'altro. E qui, il Papa ricorda la parabola del buon samaritano, che tutti conosciamo. La sfida del comunicatore non è quella di considerare gli altri simili a lui, ma di considerare se stesso simile agli altri.

Cito un passaggio particolarmente scomodo:

 

Non sono le strategie comunicative a garantire la bellezza, la bontà e la verità della comunicazione. Anche il mondo dei media non può essere alieno dalla cura per l’umanità, ed è chiamato ad esprimere tenerezza. La rete digitale può essere un luogo ricco di umanità, non una rete di fili ma di persone umane. La neutralità dei media è solo apparente: solo chi comunica mettendo in gioco se stesso può rappresentare un punto di riferimento. Il coinvolgimento personale è la radice stessa dell’affidabilità di un comunicatore.

 

Al di là del richiamo della trilogia così cara a Ratzinger (bello, buono vero, nell'ordine che il papa emerito ha scelto, mentre Francesco ribalta spesso parlando di vero, buono e bello), quello che appare scomodo soprattutto per chi ha scelto la professione del comunicatore è la considerazione della strategia come un mezzo neon come un fine, quest'ultimo ben più coinvolgente di un piano di comunicazione.

 

Ecco che allora la sfida della comunicazione coinvolge non solo chi fa strategie per conto terzi, ma chi di quella fonte (termine tecnico, scusate) è il corpo e la faccia. 

Un coinvolgimento diretto e partecipativo, su due fronti: il comunicatore di professione e il pubblico da coinvolgere. "La nostra comunicazione sia olio profumato per il dolore e vino buono per l’allegria", al di là del clima di perenne insoddisfazione che fin troppo spesso si legge fra le finestre del browser.

 

Un'immaginazione nuova, dice allora Papa Francesco, per scendere in strada rischiando di essere una "Chiesa accidentata" (se non credete sostituite il termine "chiesa" con "società") essendo consapevole nei fatti, e non nelle parole, che "La nostra luminosità (immagine che ricorda il Concilio Vaticano II)) non provenga da trucchi o effetti speciali (quanto mi ricorda Toschi, questo passaggio!), ma dal nostro farci prossimo di chi incontriamo ferito lungo il cammino, con amore, con tenerezza."

 

tag cloud del messaggio di Papa Francesco

 

Un messaggio, questo di Papa Francesco, che apparentemente si integra alla perfezione con la cultura del "volemose bene" che così bene è rappresentato dall'avere su Facebook amici,  che rimane molto al di là da venire, e gli eventi politici italiani di questi giorni ce l'hanno dimostrato senza mezzi termini.

 

Sì, un messaggio scomodo.

Share