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Seconda modernità

Quando ero all’università si faceva tanto parlare di post modernità. Poi ho incontrato addirittura la iper post modernità, mi piacerebbe sapere quale prefisso si inventeranno per il passaggio successivo.

Ho fatto un infantile sospiro di sollievo quando, leggendo Rullani, ho incontrato questa posizione: siamo in una seconda modernità, perché l’economia della conoscenza era già presente, potenzialmente, anche nella prima modernità (quella della rivoluzione industriale, per intenderci).

Insomma, non ci siamo inventati niente.

A questo punto abbiamo un dovere: come vivere in questa seconda modernità? La strumentalizzazione della conoscenza, che vediamo in atto nel marketing, ha depotenziato lo spirito dei lumi (così chiama Rullani la scoperta della centralità del sapere), ci ha fatto perdere il vantaggio: l’esplorazione delle possibilità, un’azione intelligente che genera (incontreremo di nuovo questo verbo anche se in forma di aggettivo) perché crea sperimentalmente nuove connessioni fra le conoscenze. Questo significa anche invadere altri campi, che nella prima modernità, hanno scelto di chiudere il proprio sapere tecnico, monopolizzandolo.

Ma come si fa ad esplorare il nuovo se poi ci troviamo di fronte a un muro? Non ci resta che fare dietro front e lasciare che quel muro non faccia entrare il cambiamento che sta avvenendo, malgrado la nostra volontà. Dietro front, se non ci si vuole adeguare al tecnicismo, se non si vuole promuovere una partecipazione di facciata, un sapere che, in fondo, non capiamo.

 

Ora, da dove iniziare?

Per comprenderlo è bene ricordarsi che la conoscenza definisce la nostra identità, continuamente, attraverso la generazione di significati, simboli e linguaggi nuovi, che però non interagiscono solo sui propri destinatari, ma anche su se stessi.

Un eterno ritorno: ci allontaniamo dalla nostra conoscenza per poi ritornarci. Come direbbe Vasco Rossi: “fanno dei giri immensi e poi ritornano”. Nel suo caso sono le parole, nel nostro le informazioni in base alle quali cerchiamo, faticosamente, di capirci qualcosa. In questa indeterminatezza, ritornano alcuni concetti che sembravano essere oramai superati: il virtuale, il potenziale, le possibilità.

Un modo di abitare il mondo dove del “doman non v’è certezza” e dove per “essere lieti” fantasia e concretezza si incontrano ragionando sul metodo.

Per ora “chi vuole esser lieto sia”. Ma attenzione forse nella seconda modernità ciò sarà il must.

 

Fonti 

Enzo Rullani, Economia della conoscenza, Carrocci, 2004 

«E’ caduta, con qualche clamore l’illusione deterministica che ha “incantato” gran parte del pensiero economico e sociale della prima modernità, consegnandoci nuovamente, oggi, la conoscenza come problema aperto, non risolto». (pagina 386)

«La propagazione cognitiva che si realizza nelle reti è come l’acqua di un fiume in piena che preme su una grande diga, costruita in altri e (e più ordinati) tempi: la diga degli automatismi e delle tecnostrutture che hanno, nei due secoli di modernità, monopolizzato il sapere e, di conseguenza, il potere decisionale». (pagina 387)

 

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