testata

L'innovazione che in Italia non c'è

Tante parole, pochi fatti e ancor meno soldi, questa, in sintesi la situazione dell'innovazione nel BelPaese. Latita lo Stato, latitano le aziende. Almeno secondo un rapporto di recente pubblicazione da parte dell'ambasciata francese in Italia segnalatoci da Emmanuel Rouillier.

Il rapporto si apre, più o meno, così: «l’innovazione è un fattore chiave della crescita economica… rappresenta un elemento di prosperità e ben essere individuale» ed è per questo «che l’innovazione costituisce il cuore degli obiettivi dell’Unione Europea per il 2020.»

«Tutti gli indicatori dell’innovazione mostrano che le performances dell’Italia [in termini di innovazione] sono tra le meno buone in Europa».

 

Al di sotto della media europea

Il rapporto è sostenuto oltre che da considerazioni sopratutto dai datio che supportano le considerazioni.

Il primo di questi dati: l’investimento italiano in ricerca e sviluppo è, in relazione al nostro prodotto interno lordo, tra i più bassi in Europa, lontano dagli obiettivi identificati, per il nostro Paese, dall’Unione Europea per il 2020. L’Italia investe in ricerca e sviluppo solo l’1,25 percento del Pil contro il 2,84 della Germania, il 2,25 della Francia e una media Europea dell’1,94.
Percentuali basse in termini assoluti ma che celano, naturalmente, cifre a nove zeri.
Solo sei imprese italiane, infatti, figurano tra le prime cento imprese europee in termini di ricerca e sviluppo e questo contro le trenta imprese tedesche, le ventidue imprese francesi e le diciasette inglesi

 

Innovatori moderati

Il posizionamento del nostro Paese nello scoreboard pubblicato dall'Unione europea sull’innovazione è inequivoco e preoccupante e conferma le tesi del rapporto francese.
Siamo al quindicesimo posto in Europa, tra i Paesi considerati “innovatori moderati” in compagnia di Portogallo, Repubblica Ceca, Spagna, Ungheria, Grecia, Malta, Slovacchia e Polonia.
Un piazzamento, sfortunatamente, coerente con quello ottenuto dal nostro Paese nel “Global innovation index 2012” redatto dall’Organizzazione mondiale della proprietà intellettuale e dall’Insead.

 

Underperformers

L’Italia, nel Global index, strappa appena un 36mo posto dietro alla Spagna (29ma), alla Francia (24ma), agli Stati Uniti (17mi), alla Germania (15ma) al Regno Unito (quinto) ed alla Svizzera (primo).
Un piazzamento che ci pone, peraltro, tra i Paesi definiti “underperformers” ovvero tra quelli che, in termini di innovazione, raggiungono risultati inferiori a quelli che potrebbero raggiungere in rapporto al tasso di crescita.


Risultati allarmanti ma, sfortunatamente, confermati da ogni altra classifica e graduatoria volta alla misurazione del livello di innovazione.
Tanto per ricordare qualche altro dato richiamato nello Studio dell’ambasciata francese, nella classifica delle cento imprese più innovatrici pubblicata da Forbes compare una sola impresa italiana (la Saipem), in 69ma posizione a dispetto delle nove imprese francesi e delle sei tedesche.
Peggio ancora se si guarda alla classifica dei cento innovatori pubblicata da Thomson Reuters.

I quattro parametri su cui sono stati valutati enti ed imprese sono il rapporto tra domande e brevetti ottenuti, la loro copertura internazionale, l’impatto, e il numero di brevetti che inaugurano una tendenza.

Nel rapporto si individuano alcuni aspetti interessanti, tra i quali l’assoluta assenza di imprese italiane, la predominanza dei paesi nordici tra i migliori innovatori, ma c'è una sola impresa tedesca, e la dominazione incontestata di Stati Uniti e Giappone. Investiamo poco in innovazione e, infatti, brevettiamo meno della più parte dei Paesi europei. Peccato! nel 2010 le 100 imprese comprese in questa classifica avevano creato 400mila posti di lavoro.

 

Le uniche ragioni di speranza di inversione del trend e, dunque, le uniche opportunità di risalire la china, a leggere il rapporto dell'ambasciata francese, sembrerebbero essere offerte dalle startup innovative che, per fortuna, in Italia non mancano.
Il rapporto, tuttavia, ricorda che le startup hanno bisogno di finanziamenti e capitali di rischio e che, sfortunatamente, sotto questo profilo, in Italia le cose non vanno affatto bene.
I capitali di rischio investiti nel nostro Paese sono, in termini percentuali sul Pil, tra i più bassi in Europa (NdR, oh, di nuovo in fondo!) , con numeri lontani anni luce da quelli spagnoli, tedeschi, inglesi e francesi.

 

Di male in peggio

Addirittura peggiori i dati relativi alla facilità di accesso al credito bancario: l’Italia occupa l’ultimo posto, che, tradotto, vuol dire che siamo il Paese nel quale è più difficile accedere al credito bancario per un’impresa, nella classifica redatta dall’Oecd.


Tristemente condivisibile la conclusione del rapporto dell’ambasciata francese secondo il quale se, nei dati delle classifiche sin qui ricordati si inserissero i numeri relativi alle conferenze, ai workshop, ai festival, alle esposizioni, alle best practices e ai premi relativi all’innovazione, il nostro Paese si classificherebbe tra i primi al mondo.


Come dire che in Italia si parla tanto di innovazione e futuro ma, purtroppo, mancano fatti e, soprattutto, la propensione all’investimento. Di certo la nostra burocrazia e le amministrazioni pubbliche incapaci ed incompetenti e la pressione fiscale non aiutano.

 

Fonti

Fatto Quotidiano, Blog di Guido Scorza

Thomson-Reuters: Top 100 Innovators

Officine Einstein Gli indicatori di efficienza di un Paese

Share