testata

Il giuramento dell’aspirante manager

C'era una volta... l'economia come scienza sociale. Poi divenne scienza matematica. Ed ecco i risultati! Vediamo come si è evoluto il pensiero economico e come la pensano gli economisti che con il loro pensiero hanno creato la finanza globale e il pianeta come unico mercato.

 

«Le corporation non sono istituzioni concepite come enti morali...... , sono istituzioni che hanno una sola vera missione, quella di accrescere la ricchezza degli azionisti»

Debora Spar, docente della Harvard Business School.


Free Joomla Extensions

 

“I dirigenti delle corporation hanno una sola e unica responsabilità sociale massimizzare gli utili a vantaggio degli azionisti. Questo è l’imperativo morale. I manager che perseguono finalità sociali o ambientali a scapito dei profitti, ossia che cercano di agire moralmente, in realtà si comportano immoralmente”.

Milton Friedman, premio Nobel per l'economia 1976, tra i più influenti economisti a livello internazionale.

 

«Penso che la Ford faccia ancora belle macchine e camion ma ritengo che le attività socialmente responsabili del nuovo Mr. Ford possano andare a detrimento degli azionisti»

William Niskanen, economista, autore dell'architettura del programma economico di Ronald Reagan.

 

«Se un tuo dirigente vuole intraprendere iniziative di responsabilità sociale licenzialo. E subito.»

Peter Drucker, autore di fama mondiale per le sue opere sulle teorie di gestione aziendale, che ha svolto consulenza in tutto il mondo, per imprese di ogni dimensione e per enti governativi.


Free Joomla Extensions

 

«Utilizzare il denaro degli azionisti per risolvere problemi sociali, significa fare della beneficenza con i soldi degli altri, senza averne il permesso e tassarli senza dare un corrispondente servizio, violando il principio del "no taxation without representation".»

Milton Friedman, le sue teorie hanno esercitato una forte influenza sulle scelte del governo britannico di Margaret Thatcher e di quello statunitense di Ronald Reagan, degli anni ottanta.

 

Viviamo in un periodo in cui vengono scoperte grandi truffe perpetrate da leader di successo e top performer sino a quel momento oggetto di ammirazione e adulazione da parte di tutti. L'inganno sistematico, diventato così condotta istituzionale, insieme all'avidità e all'arroganza dei leader ha rovinato grandi aziende e ridotto al lastrico milioni di famiglie del pianeta.

Dopo questa carellata di citazioni di economisti di successo è difficile potersene stupire.

 

«Esiste etica ed etica», mi spiegò una volta il top manager di un importante istituto finanziario italiano. Persona per bene e simpatica, che tutte le domeniche si presenta in Chiesa.

 

Gli fa il verso (qui la questione di chi viene prima, se l'uovo o la gallina, diventa di difficile soluzione), ancora una volta, Milton Friedman ricordando che c'è un caso in cui la responsabilità sociale delle imprese è ammissibile: quando non è sincera.

 

Il dirigente che utilizza i valori sociali e ambientali come mero espediente per massimizzare la ricchezza degli azionisti e non come fine in sé, agisce correttamente. E' come

«mettere una ragazza avvenente davanti a un'automobile: non lo fai per promuovere la bellezza, ma per vendere macchine».

 

I buoni propositi come le belle ragazze aiutano a vendere. E' vero, riconosce Friedman, che questa visione puramente opportunistica della responsabilità sociale riduce quelli che sono nobili ideali a un' «ipocrito specchietto per le allodole». Ma l'ipocrisia è virtuosa se incrementa gli utili mentre è immorale se no lo fa (2004, pp.47-48)

 

Le cronache della finanza mondiale di questo ultimo trentennio mettono in luce veri e propri sistemi di truffa, non interpretabili in termini di agenti di borsa o manager isolati con profili devianti. A condurre queste operazioni sono persone vincenti che hanno messo da parte ogni istanza morale per perseguire solo il potere e l'arricchimento, nella convinzione di restare impuniti.

 

La guerra a questo sistema non deve essere condotta solo sul piano giudiziario, con l'inasprimento delle pene, ma per poterla vincere è necessaria la diffusione di una cultura fondata sulla responsabilità sociale, che evidenzi come adottare comportamenti che permettano di essere al tempo stesso competitivi e etici.

 

Da questo punto di vista merita una certa attenzione "Il giuramento dell'aspirante manager" che è stato redatto e proposto ai laureati di quell'università che è stata il tempio del management disinvolto mondiale, la Harvard Business School. Per questo ve lo proponiamo nella sezione "Verso un nuovo modello di sviluppo". In questo caso vogliamo essere didascalici, non stiamo parlando della società nella quale viviamo, che, come abbiamo visto è condizionata dalla cultura dei Friedman, dei Decker, delle Spar.

 

Il giuramento dell'aspirante manager

(proposto dalla Harvard business school)

 

Come manager, il mio scopo è di servire il bene superiore. Convoglierò le capacità delle persone alle risorse disponibili, per creare un valore che nessun individuo, da solo potrebbe creare.

 

Cercherò quindi di percorrere una strada che aumenti il valore che la mia impresa può creare per la società nel lungo periodo. Sono cosciente del fatto che le mie decisioni possono avere conseguenze di enorme portata, che riguardano il benessere degli individui all’interno e all’esterno della mia impresa, oggi e in futuro.

 

Quando cercherò di conciliare i diversi interessi dovrò fare scelte difficili.

Quindi prometto:

  • agirò con la massima integrità e farò il mio lavoro in modo etico;

  • salvaguarderò gli interessi degli azionisti, delle persone che lavorano con me, dei clienti e del contesto sociale in cui operiamo;

  • prenderò decisioni in piena buona fede e mi guarderò dalle decisioni e dai comportamenti che lusinghino la mia personale, piccola ambizione ma danneggino l’azienda e il contesto sociale in cui opera;

  • comprenderò a fondo e sosterrò, nella forma e nella sostanza, le leggi e i contratti alla base della mia personale condotta e di quella della mia azienda;

  • mi prenderò la responsabilità delle mie azioni e illustrerò i risultati ottenuti dall’azienda e gli eventuali rischi a cui è sottoposta con accuratezza e onestà;

  • svilupperò le mie capacità e quelle dei manager che faranno capo a me, in modo che la professionalità continui a crescere e contribuisca al benessere della società in cui operiamo;

  • farò di tutto per creare, a livello mondiale, prosperità sostenibile dal punto di vista economico, sociale e ambientale;

  •  renderò conto ai miei pari e loro renderanno conto a me del rispetto di questo giuramento.

Faccio questo giuramento liberamente e sul mio onore.

 

Nota a margine. Fa riflettere sapere (se è vero, e quando?) che è stato firmato solo dal 20percento dei laureandi. Come dire... per l'80 per cento (maggioranza ampia e qualificata) questo giuramento non è cosa per chi ha la responsabilità di far girare il mondo. Ce ne è ancora di acqua da far passare sotto i ponti.

Luca Massacesi 

 

Fonte

Il Giornale, «Giurate di non rubare?» E i futuri manager rispondono: «No, grazie» di Luigi Mascheroni, 1 giugno 2009

Aislo

Alberto Dei, "Il signori dei tranelli", Franco Angeli, collana La società, 2012, pp.128, €17

Share