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Crisi, decrescita e tentate soluzioni

Se il sistema economico e finanziario globale basato sulla crescita di prodotti, consumi e rifiuti ha generato la crisi, è lo stesso sistema che può risolvere il problema che ha creato?

O non servirebbe un radicale cambiamento di concetti fondamentali, dove la crescita infelice di bisogni sempre più difficili da soddisfare si trasformi in decrescita felice di consumi e sprechi a favore di una migliore qualità della vita?

 

Il significato delle parole

Si va sempre più diffondendo la cattiva pratica di discutere senza aver prima stabilito il significato delle parole, per cui le stesse parole, a seconda dei punti di vista, vengono usate con significati impliciti diversi. Ciò accade specialmente con parole astratte e generiche come libertà, democrazia, amore, conflitto, crescita, crisi. Chi ama chi? Chi è libero da che cosa? Democrazia di delega o di partecipazione?


Due parole che più di tutte ricorrono in discussioni pubbliche e private sono “crisi” e “crescita”. Vediamo allora di chiarire il significato dei due termini.
La crisi è un rivolgimento, un cambiamento brusco. Per i cinesi è al tempo stesso opportunità e minaccia. La crisi può essere economica, finanziaria, mistica, o un evento come un terremoto o l’improvviso aggravarsi di una malattia. Se ci limitiamo al campo economico, la crisi si riferisce alle variazioni del Pil. Se il Pil cala dello 0,5 per cento si parla di crisi economica, se cala dell’1 per cento si parla di recessione, se la recessione innesca processi di disoccupazione, calo di consumi e produzione, impoverimento sociale, diventa depressione (da Wikipedia).

 

Quando si parla di crescita, in campo economico e sociale si intende la crescita del Pil, ossia l’inversione del trend da negativo a positivo.


La definizione del Pil (prodotto interno lordo) è molto più complessa. Per semplificare, è il valore di beni e servizi prodotti in un anno all’interno di un Paese, a prescindere dalla qualità di ciò che si produce e si vende. Per esempio, una macchina che si sfascia contro un muro e che viene riparata dal carrozziere aumenta il Pil, ma non il benessere del suo proprietario.

 

L'utopia della crescita infinita

Il modello economico dominante in tutto il mondo è quello della crescita. Se il profitto cresce, l’economia è sana, se decresce l’economia è malata. Tuttavia in natura non c’è niente che cresca all’infinito. Dagli esseri viventi alle montagne c’è una crescita, una maturità, un declino. Pure la crescita economica non fa eccezione. L’aumento di fatturati, capitali, profitti, interessi, genera bolle che ogni tanto si sgonfiano, innescando crisi e depressioni come quella del 1929 o del 2008. A ciò si aggiungono i limiti ecologici della Terra, che non sopportano uno sviluppo continuo.
Possiamo dire perciò che è la stessa crescita a generare la crisi, con andamenti ondulatori ben visibili in grafici economici e finanziari.

 

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Fonte: Dshort.com


La crisi attuale, più che oscillazione momentanea, è crisi del modello di crescita che alcuni hanno paragonato ad un ciclista che deve pedalare continuamente se non vuol cadere. Per esempio, il valore finanziario che cresce sempre più di fronte al valore dell’oro, accentua la virtualità e l’inaffidabilità dell’economia finanziaria che ogni tanto deve riabbassare le penne e fare i conti con l’economia reale.

 

La crescita genera la crisi

Allora la domanda da farsi è questa: se è proprio la crescita a generare la crisi, quanto è strategicamente giusto invocare la crescita per uscire dalla crisi?


Nel problem solving strategico che fa capo a Bateson e Watzlawick si parla di ipersoluzioni, o tentate soluzioni disfunzionali, quando si adottano soluzioni che invece di eliminare il problema lo tengono in vita o perfino lo aggravano. Un esempio era la relazione simmetrica fra Urss e Usa nella corsa gli armamenti che caratterizzò la guerra fredda del secolo scorso. Poiché Urss aumentava i suoi missili, gli Usa facevano altrettanto, costringendo Urss ad aumentarli di nuovo, in una spirale perversa del terrore.


Più in piccolo, un dirigente che non si fida dei suoi dipendenti e li controlla continuamente, al tempo stesso li deresponsabilizza, ma proprio perché li vede deresponsabilizzati li controlla ancora di più rovinando la vita a sé e a loro.


Per risolvere un problema dunque bisogna analizzare ciò che si è fatto finora, e che non funziona perché non è servito ad eliminare il problema, e cercare di fare qualcosa di diverso per vedere se genera qualche cambiamento.


Ecco dunque che al posto della crescita, magari invocata in senso vuoto e acritico (che cosa deve crescere ancora, il traffico, i tumori, la popolazione mondiale, la cementificazione?) si potrebbe pensare alla decrescita, e cioè ad un paradigma del tutto diverso da quello che ci ha portato fin qui.


Proprio perché l’idea dominante è la crescita, la decrescita evoca inquietanti scenari di miseria, di ritorno a tempi bui, di involuzione, di sconfitta. Tutto ciò è vero se ci si trova di fronte ad una crescita che non cresce, e cioè ad una recessione.

 

La decrescita felice

Se invece si pensa alla decrescita in modo positivo (decompressione, decongestione, la febbre che scende) si realizza un salto di paradigma, un modo nuovo e creativo di affrontare i problemi fuori dagli schemi e dai luoghi comuni.


La “decrescita felice” teorizzata da Latouche e Pallante è la base da cui si può partire per governare strategicamente la recessione (la crescita che non cresce) e trasformarla in ottimizzazione di risorse, nella costruzione di una società basata su nuovi modelli che invece di far aumentare il Pil fanno rifiorire persone, natura, beni, in nuove idee che aprono nuovi mercati, propongono nuovi comportamenti, sviluppano nuove imprese e generano nuove opportunità di lavoro.


Bene, ma come fare per realizzare processi di decrescita felice?


A livello personale

Possiamo cominciare a cambiare qualche nostra abitudine: muoversi in bici non aumenta il Pil, ma la nostra salute. Mangiare cibi stagionali a chilometro zero, bere acqua di rubinetto, coltivare un piccolo orto, farsi lo yogurth in casa, sono tutte buone abitudini che fanno bene alla persona e all’ambiente.

Evitare il più possibile l’usa e getta per sostituirlo con l’usa e riusa riduce consumi e rifiuti. Il Pil non è contento, ma noi e l’ambiente sì.


A livello lavorativo

Possiamo ridurre al massimo l’uso della carta e di altri materiali, rivedere processi di automazione che aumentano il profitto ma disumanizzano il servizio, eliminare qualsiasi spreco, cercare di produrre beni (valore aggiunto per il cliente) invece di merci.

Per esempio l’edilizia in crisi può riprendersi non tanto con grandi opere divoratrici di denaro e alimentatrici di mafie, o con cementificazioni che deprezzano sempre più il valore degli appartamenti in gran parte invenduti, ma con ristrutturazioni che fanno risparmiare energia e valorizzano l’esistente preservando il suolo e l’ambiente.

 

A livello politico

Possiamo sostenere partiti e movimenti sensibili a questi temi, dalle energie rinnovabili al risanamento dei territori, da investimenti in ricerca e nuove tecnologie piuttosto che nel sostegno di produzioni obsolete come quella dell’auto.

La politica può dare quelle direttive e normative che possono realizzare una società conviviale, non competitiva ma cooperante, una produzione e manutenzione di beni utili, fino alla creazione di occasioni e posti di lavoro orientati alla produzione di vera utilità per le persone, riducendo orari lavorativi, spostamenti pendolari, attività parassitarie.


A livello macroeconomico

Si possono superare i confini dei singoli stati per realizzare progetti di decrescita globale volti a ridurre l’impronta ecologica sull’intero pianeta.

L’uscita dai paradigmi della crescita può portare a nuove idee per ridurre gli squilibri sociali e demografici, per controllare i cambiamenti climatici, per trasformare il genere umano da parassita distruttivo a germe di fioritura e coltivazione del piccolo pianeta che sfortunatamente è l’unico su cui può esistere.

 

Fonti 

Umberto Santucci

Dshort.com

 

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