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Cresce la domanda di giustizia “alternativa”

L'Istituto per lo studio e la diffusione dell'arbitrato e del diritto commerciale internazionale ha presentato a Milano, il 21 novembre, il suo Sesto rapporto sulla diffusione della giustizia alternativa in Italia per il quale la domanda di giustizia  “alternativa” è in crescita, del 72 per cento l'Alternative Dispute Resolution (Adr), in un anno più 154 per cento per mediazione civile.

 

La mediazione obbligatoria, dopo molti mesi di paralisi per la decisione della Corte costituzionale di un anno fa, è ripartita alla fine di settembre con risultati interessanti, anche se rimane aperto il problema della partecipazione delle due parti all’incontro di mediazione. Una “diserzione” che può essere combattuta solo con la sensibilizzazione e la crescita della “cultura della composizione degli interessi", anche se la creazione di maggiori incentivi per la partecipazione sarebbero di buon aiuto.

Mentre la mediazione civile si sviluppa nella pratica i tribunali, in particolare quello di Roma, sono impegnati a dare una risposta alle questioni giurisprudenziali più calde.

 

Il rapporto Isdaci

In una fase di particolare importanza per il futuro dell'Alternative Dispute Resolution in Italia, a due mesi di distanza dall'entrata in vigore delle disposizioni del "Decreto del fare" che ha reintrodotto la mediazione come condizione di procedibilità per una serie molto ampia di materie, si colloca la pubblicazione del rapporto stilato dal Isdaci, in collaborazionecon  Unioncamere, Camera di commercio di Milano e Camera arbitrale di Milano, per il sesto anno consecutivo.

243.281 sono state le domande di Alternative Dispute Resolution depositate nei Centri di risoluzione italiani nel 2012, con una crescita del 72 per cento rispetto al 2011. Poco meno di 150mila sono mediazioni civili e commerciali, con un incremento di quasi il 155 per cento rispetto all'anno precedente.

 

70mila, in crescita del 26 per cento rispetto al 2011, sono anche le conciliazioni presso i Corecom, mentre rimangono stabili le altre forme di giustizia alternativa: la negoziazione paritetica, con 17.626 domande; e l'arbitrato amministrato, con 735 domande. 

 

Carlo Sangalli, presidente della Camera di commercio di Milano, tra i relatori della presentazione è convinto che

«la capacità di tornare a crescere per l'Italia dipende anche dalla possibilità per le sue imprese di contare su una giustizia veloce ed efficiente. In un contesto economico globalizzato e competitivo il contenzioso deve essere gestito in modo sempre più imprenditoriale».


Secondo Livia Pomodoro, presidente del Tribunale di Milano,

«il "Decreto del fare" ci ha restituito una mediazione ulteriormente arricchita di contenuti e protagonisti. L'importanza di questo istituto non è però quella di essere strumento deflattivo delle attività del Tribunale quanto quello di contribuire alla diffusione di una cultura della mediazione che riconosca la capacità dei cittadini di risolvere, in modo autonomo e con strumenti diversi, le proprie controversie con altri cittadini o imprese». 

 

Le prime verifiche giurisprudenziali.

Prima la proposta transattiva del giudice, quindi la mediazione extragiudiziale. Così, in estrema sintesi, si possono descrivere i passaggi che la recente riforma attuata con il decreto “del fare” (decreto legge 69/2013,convertito dalla legge 98/2013) suggerisce per raggiungere un risultato conciliativo in tempi brevi.
 
I tribunali, nell’applicare l’articolo 185-bis del Codice penale civile, si stanno orientando in a seguire questo iter: durante la prima udienza, ovvero fino a quando è esaurita l’istruzione, il giudice comunica alle parti una proposta transattiva o conciliativa e in via subordinata, qualora non si dovesse pervenire all’accordo, le parti dovranno tentare con la mediazione in sede stragiudiziale.
 
Il  tribunale di Roma, dopo le ordinanze “gemelle” del 23 settembre scorso è tornato di recente sul tema affrontando controversie in tema di risarcimenti.
 
Con la prima sentenza della sezione XIII civile (giudice Moriconi), datata 30 settembre, il magistrato dispone che il potere di formulare una proposta giudiziale sia applicabile ai processi pendenti in virtù del principio del “tempus  regit  actum” dal giorno della sua entrata in vigore. E inoltre, benché la legge non preveda che in questa fase i provvedimenti siano motivati, l’ordinanza dichiara che possono essere indicate alcune fondamentali direttrici utili a orientare le parti nella riflessione sul contenuto della proposta e nella opportunità e convenienza di farla propria, ovvero di svilupparla autonomamente.
 
La pronuncia del 21 ottobre 2013 (sempre della sezione XIII civile), incentrata su una richiesta di ristoro per una lesione derivante da circolazione di veicoli, chiarisce che la caratteristica principale di questo tentativo iniziale è l’equità: una proposta conciliativa formulata in una fase nella quale l’istruttoria, pur avanzata, non è ancora conclusa, postula uno spirito equitativo senza rinunciare a una implicita valutazione basata sull’esperienza.
 
La terza e ultima ordinanza pubblicata è del 24 ottobre e tocca il settore della pubblica amministrazione: una lite per malpractice medico-sanitaria. Secondo il giudice del foro romano se una delle parti è una Asl, non vi sono ostacoli a che il funzionario delegato possa gestire la procedura e, nell’ambito dei poteri attribuitigli, concludere un accordo e ciò, ricorrendone i presupposti, anche osservando le indicazioni contenute nelle linee guida in materia di mediazione di cui alla circolare del dipartimento della funzione pubblica del 10 agosto 2012.

 

Fonte

Mondo mediazione

Il sole 24 ore

 

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