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Dal dovere alla responsabilità

Diritti e doveri. Oggi ne riparliamo Da quando nasciamo veniamo inseriti in un modello relazionale binario basato sui diritti e i doveri. Ci vengono riconosciuti dei diritti, ci appelliamo a dei diritti; ma in cambio dobbiamo assolvere a dei doveri. E' così il rapporto con i propri genitori, dove, nelle famiglie ordinarie, dietro lo schermo dell'amore materno e paterno si celano un pò più diritti (per i figli) che doveri; è così a scuola, ma qui gli equilibri si ribaltano,  dove l'autorità dell'insegnante non scaturisce, spesso, dalla sua competenza, alias autorevolezza, ma dal rapporto gerarchico verticistico dettato dal voto, dall'interrogazione, dalla pagella, dalla promozione. L'equilibrio tra diritti e doveri, in questo caso si sposta a favore degli insegnanti, principalmente per i pochi diritti riconosciuti agli studenti. Non a caso la scuola è la prima istituzione dove il ragazzo si scontra con lo schema bipolare tradizionale, verticale e gerarchico.

 

Il modello amministrativo bipolare e tradizionale
Il cittadino è un soggetto i cui diritti sono garantiti e difesi dalle istituzioni dello Stato di cui ha la cittadinanza. Ma il cittadino, in cambio di questi diritti, ha anche dei doveri, che,

  • in parte si possono identificare con i doveri di tipo fiscale e quelli connessi con la coscrizione militare (quando c’era),
  • in parte sono doveri civici quali il rispetto delle norme dell’ordinamento e la partecipazione mediante il voto alle scelte politiche e amministrative. Il cittadino, in questo schema, ha dei doveri non tanto verso la comunità di appartenenza, sia essa locale o regionale o nazionale, quanto verso le istituzioni rappresentative di quelle comunità. 

Insomma lo schema binario diritti, doveri è strutturalmente connesso con il modello amministrativo bipolare e tradizionale.

 

Cosa si intende con il modello amministrativo bipolare?
Ce lo spiega Gregorio Arena, presidente di Labsus e docente di diritto amministrativo all'Università di Trento: «Si intende il paradigma fondamentale che ha dominato il diritto amministrativo dell’Europa continentale negli ultimi duecento anni, quel paradigma secondo il quale spetta all’amministrazione pubblica prendersi cura dell’interesse generale, perché i privati, gli amministrati, sono per definizione egoisti (cioè chiusi nel proprio “particulare”) e incompetenti (cioè incapaci di occuparsi di ciò che esula dalla loro sfera immediata di interessi)».

 

Di qui l’idea ottocentesca

  • dell’amministrazione pubblica come macchina anonima e imparziale, rigidamente subordinata ai propri vertici politici (non a caso questa amministrazione è una diretta discendenza dell'amministrazione reale), gestita da funzionari pubblici selezionati per applicare norme;
  • dell'amministrazione pubblica separata dalla società (miracolosamente e "graziosamente" tutelata dai suoi due segreti, di Stato e di ufficio);
  • dell'amministrazione pubblica sovraordinata a quella società che la finanzia con le tasse, sovraordinata in nome della superiorità di quell’interesse pubblico la cui tutela è all’amministrazione affidata in via esclusiva, anche a costo, se necessario, di ledere interessi dei privati.

 

“Amministrati”, non cittadini
L'amministrazione pubblica è una struttura piramidale, gerarchica, tendenzialmente autoritaria sia al proprio interno, sia nei rapporti con coloro che, non casualmente, ci ricorda il professor Arena, sono chiamati “amministrati”. Amministrati, non cittadini, per sottolinearne la posizione di passività e subordinazione nei confronti di decisioni alla cui adozione non possono in alcun modo partecipare e nei cui confronti possono tutelarsi unicamente ricorrendo ad un soggetto terzo, la magistratura.
 
C'è una profonda coerenza in queste apparenti contraddizioni. La democrazia è una conquista lunga e perigliosa. L'amministrazione reale era pagata dal sovrano e tutelava gli interessi del sovrano (che la pagava). Il suddito era l'amministrato, colui al quale bisognava far rispettare le norme che tutelavano gli interessi del sovrano. Il suddito era visto come un pericolo e siccome spesso, quasi sempre, era ai limiti della sopravvivenza  un pericolo lo era davvero perché privo di potere, di risorse e di benessere per sopravvivere doveva arrangiarsi ricorrendo a quella che era la legge naturale prima che la natura diventasse di proprietà di qualcuno (il sovrano): coglieva i frutti, cacciava gli animali. Ovvero, per il sovrano lo derubava dei raccolti e della selvaggina.

 

Amministratore e amministrato, doveri e diritti
La storia moderna è un lenta riconquista di modesti diritti da parte di chi non ne aveva nessuno salvo avere diversi doveri (intorno al millennio anche quello di "donare" il proprio corpo al principe del feudo).

Insomma, l'amministrazione pubblica moderna si regge ancora sullo schema amministratore e amministrato, doveri e diritti, lo schema bipolare tradizionale, verticale e gerarchico. Nell'ultimo secolo però l’amministrato è un cittadino che ha dei diritti da rivendicare nei confronti di istituzioni che in cambio, per così dire, esigono l’adempimento di alcuni doveri. 
Lo schema diritti, doveri rimane fermo, naturalmente, perché costitutivo e strutturale, e lo ritroviamo in tutte le relazioni umane in particolare tra individuo e organizzazione. Lo ritroviamo a scuola, abbiamo visto, lo ritroviamo al lavoro, non a caso definito dipendente (quindi non autonomo) e subordinato, (quindi dipendente da ordini gerarchici e privo di responsabilità propria).

E qui verrebbe da fare un profonda riflessione sul fatto che i sindacati che si dichiarano a favore della dignità della persona e della libertà dell'individuo possano essere così strenui difensori di un modello esplicitamente basato sulla subordinazione e la dipendenza gerarchica (anche da capi dementi e incompetenti).
D'altronde anche il modello organizzativo del sindacato è tradizionale e gerarchico; il modello è imperante e "imperante" è un concetto preciso. 
 
Autorevolezza e responsabilità
Non è quindi, probabilmente, un caso se un'umanità più evoluta e informata sente la necessità di affiancare allo schema diritti, doveri, un altro schema, quello che potremmo definire potere, responsabilità.
Potere non nel senso di "dominio su altri", ma nel senso del termine inglese empowerment, inteso come autorevolezza, come riconoscimento di uno status. Pubblico per i cittadini comuni, professionale per i lavoratori.
E’ pur sempre lo schema bipolare tradizionale, verticale e gerarchico. In questo caso però l’amministrato è un cittadino che ha dei diritti da rivendicare nei confronti di istituzioni che in cambio, per così dire, esigono l’adempimento di alcuni doveri.

 

Il principio di responsabilità
Lo schema potere, responsabilità consente di dare rilievo ad un principio fondamentale per l’attuazione del principio di sussidiarietà, il principio di responsabilità.

Questo principio non ha nella Costituzione una rilevanza paragonabile a quella di altri principi. Tuttavia da un lato ad esso rinviano esplicitamente varie disposizioni costituzionali, dall'altro, più in generale, il principio di responsabilità si può considerare implicito in varie disposizioni e princìpi costituzionali, che per poter operare ne presuppongono il rispetto.

Uno di questi è appunto il principio che sta alla base della sussidiarietà, il principio di autonomia, perché i cittadini attivi sono per definizione soggetti autonomi e se c'è autonomia deve esserci anche responsabilità. Autonomia e responsabilità sono due facce della stessa medaglia, perché certamente non si può essere chiamati a rispondere (cioè non si può essere, letteralmente, responsabili) per qualcosa che esula dalla propria sfera decisionale, ma se si è autonomi, quindi in grado di fare liberamente delle scelte, ci si deve assumere la responsabilità di quelle scelte.

 

Responsabilità, vuol dire dare risposte
Questa affermazione può creare qualche problema, perché il termine "responsabilità" normalmente ha un significato negativo, in quanto viene associato con le conseguenze di un errore o comunque di una qualche carenza: il "responsabile", in questa accezione, è colui che paga per qualcosa che è andato storto. Invece qui il termine viene usato nel suo significato originario, dal latino responsum; “essere responsabile”, nell'accezione originaria, significa semplicemente "rispondere, dare risposte".

 

Dunque dire che un soggetto pubblico è responsabile di un servizio è equivalente a dire che quel soggetto deve dare risposte alle domande (cioè alle esigenze) dei cittadini: darà risposte positive o negative (sarà quindi responsabile in positivo o in negativo) a seconda della sua capacità di soddisfare o meno con la propria attività le esigenze dei cittadini.

 

Il responsabile è colui che dà risposte, con gli strumenti che ha a disposizione, alle esigenze che gli vengono prospettate. Ora, se questa interpretazione in positivo della responsabilità vale per l’amministrazione, che agisce per l’interesse generale in funzione di un obbligo di legge, tanto più deve valere per i cittadini attivi, considerato che essi si mobilitano per l’interesse generale in maniera del tutto spontanea e, spesso, anche del tutto disinteressata.

 

Anche i cittadini attivi, dunque, sono “responsabili” nel senso originario del termine, cioè “danno risposte”. Certo, se nel perseguire l’interesse generale ledono interessi pubblici o privati questo comporta evidentemente a loro carico anche una “responsabilità” nel senso negativo del termine, con le relative sanzioni, eventuali risarcimenti, etc. secondo quanto previsto dalle norme vigenti in materia di responsabilità per danno.

 

Autonomi e responsabili
Ma i cittadini attivi sono in primo luogo persone che si assumono volontariamente verso la collettività doveri ulteriori rispetto a quelli che comporta normalmente lo status di cittadino, cercando di dare risposte non solo ai propri problemi ma anche a quelli che riguardano tutti. O meglio, sono persone che hanno capito che a volte la risposta ai propri problemi si trova dando risposta, insieme con altri (fra cui l’amministrazione), ai problemi di tutti.

 

I cittadini attivi sono dunque soggetti autonomi e responsabili.

In altri ambiti del loro rapporto con le istituzioni si applicherà ad essi lo schema diritti, doveri, ma quando agiscono sulla base dell’articolo 118, ultimo comma della Costituzione prendendosi cura dei beni comuni ad essi non si applica più quello schema tradizionale, bensì il nuovo schema potere, responsabilità, perché i doveri sono loro imposti, mentre le responsabilità i cittadini attivi se le assumono autonomamente.

 

Lo schema diritti, doveri è verticale e gerarchico: un individuo, per il semplice fatto di essere cittadino di uno Stato, si trova in rapporto con un ordine politico-giuridico e con le istituzioni che tale ordine incarnano e che da lui pretendono l’adempimento di determinati doveri, in cambio della garanzia di determinati diritti.

Lo schema potere, responsabilità è orizzontale e paritario: un individuo, che può anche non essere cittadino dello Stato sul cui territorio si trova a risiedere, sceglie autonomamente di assumersi delle responsabilità nei confronti della comunità di cui fa parte.

 

In realtà, la responsabilità che i cittadini attivi si assumono riguarda i beni comuni di una determinata comunità, locale, regionale o nazionale. Ma attraverso i beni comuni i cittadini attivi manifestano la propria solidarietà nei confronti di tutti gli appartenenti a quella comunità, in quanto i beni comuni hanno un ruolo essenziale nel garantire a tutti condizioni di vita migliori. E dunque prendersi cura dei beni comuni è come prendersi cura indirettamente delle persone che grazie a quei beni possono meglio realizzare se stesse, le proprie aspirazioni, i propri progetti di vita.

 

Dietro ai beni ci sono le persone. E quello che conta non sono i beni, ma ciò che i beni consentono di fare. I beni comuni consentono a milioni di persone di vivere in condizioni infinitamente migliori di quanto sarebbe possibile senza di essi; per questo prendersi cura dei beni comuni equivale a prendersi cura delle persone che stanno “dietro”, per così dire, a tali beni, aiutandole non solo a vivere meglio, ma soprattutto ad essere più autonome. E la piena autonomia di ogni persona è il vero obiettivo dell’azione dei cittadini attivi, quello che qualifica tale azione come politica al livello più alto e più nobile.

 

L'empowerment dei cittadini attivi
I cittadini attivi, come si è detto, fanno molto di più che non semplicemente risolvere problemi. Essi danno risposte che spesso le istituzioni non sanno o non vogliono dare, sono dunque responsabili nel senso letterale del termine. Ma questo loro ruolo, così impegnativo e così importante per il benessere delle nostre comunità, deve trovare un riconoscimento anche sul piano della partecipazione alle scelte che riguardano i beni comuni di cui essi si prendono cura. Detto in altri termini, deve trovare un riconoscimento sul piano del potere.

 

I genitori che da oltre trenta anni sostengono la scuola dove studiano i loro figli, perché non dovrebbero poter partecipare, in maniera più incisiva di quanto non prevedano gli attuali organi collegiali, alle scelte che riguardano il funzionamento di tale istituzione? E coloro che assistono i ricoverati in una casa di riposo, ad esempio, perché non coinvolgerli nel governo dell’istituto? E i coraggiosi cittadini che coltivano le terre confiscate alla mafia, perché non devono avere voce nelle scelte del Comune in cui si trovano quelle terre, quando tali scelte riguardano la legalità e la lotta al crimine organizzato, di cui loro sono una punta avanzata?

 

Questo significa empowerment dei cittadini attivi. E per realizzarlo non c’è bisogno di grandi riforme istituzionali, basterebbe che nelle istituzioni ci fossero politici ed amministratori disponibili a prendere atto del fatto che è vero che i cittadini attivi sono una risorsa per le istituzioni, ma non possono essere solo questo. Nello schema diritti, doveri c’è una corrispondenza fra i diritti garantiti ed i doveri di cui si chiede l’adempimento (articolo 2 della Costituzione). Una corrispondenza equivalente deve esserci fra le responsabilità autonomamente assunte dai cittadini attivi verso le proprie comunità ed i poteri loro riconosciuti nei confronti delle scelte concernenti i beni comuni di cui si prendono cura.

 

Fonti

Arena G., Una nuova classe dirigente dall'esperienza del Terzo settore, in Labsus Paper (2012), Paper 29

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