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EcoArtDesign

L'idea di questa proposta di OfficineEinstein è semplice: ridare vita ad uno dei mostri urbani, uno tra i tanti capannoni o  edifici abbandonati che costellano le nostre città. Facendolo con coerenza “programmatica”: recuperare un area dismessa della città creando una scuola dove insegnare il design di oggetti realizzati con altri oggetti dismessi o buttati via: il design del riciclo. Una bonifica culturale per educare all'arte e al valore del riciclaggio. 

 

Uno spazio dove bambini, ragazzi, adulti, pensionati, insomma tutti possono portare qualcosa e uscire con qualcos'altro.

Una scuola di design del riciclo che restituisce alla città e alla comunità urbana uno spazio abbandonato proponendosi alle scuole elementari, medie e superiori, con dei laboratori dove si insegna l'arte del riciclo.

 

Un'iniziativa che nasce con la collaborazione di tutta la comunità urbana che fornisce le materie prime (gli oggetti e i mobili da buttare), in modo organizzato un volta al mese attraverso la “Giornata dello sbaracco”, un'esperienza presente in diverse nazioni e sperimentata in Italia, a Torino, per iniziativa de “L'architetto contemporaneo

 

“Ecogreendesign school in Rome”

Un'iniziativa di questo genere doveva trovare il suo nome, un naming adatto, che fosse anche internazionale, perché deve essere un modello esportabile ed un'offerta per una giornata diversa per i turisti della città eterna, ma che riconducesse comunque all'arte e alla tradizione romana.

 

La prima ipotesi fu “Ecogreendesign school in Rome”, ma dopo alcune ricerche su internet capimmo due cose. La prima che eco green design veniva già utilizzato per definire un campo del design ben preciso, quello del verde e dei giardini; la seconda che comunque il nome doveva essere più breve e meno esplicitamente anglofono.

 

Dopo un paio di brain storming all'interno della redazione di OfficineEinstein uscì una proposta che ci trovò sufficientemente d'accordo: EcoArtStudio che poi si evolse in EcoArtDesign, una sorta di crasi tra i tre concetti che volevamo sviluppare ed i: l'arte, l'ecologia e il design.

A questo punto dovevamo cercare un marchio logo che rappresentasse efficacemente la missione di questo spazio

 

Quelli che seguono sono i primi approcci, quando ancora eravamo incerti se la "cosa" era un semplice studio o qualcosa di più ambizioso.

 

Il primo spunto progettuale

Anni fa, parecchi anni fa, stavo visitando a Milano la mostra dedicata a Bruno Munari, dopo un primo lento giro, avidamente assaporato, il caso, o, meglio, la fortuna, me ne ha proposto un secondo; questa volta accompagnata da una guida di eccezione: Bruno Munari, proprio lui, in carne ed ossa che, anche se già ottantenne, faceva da guida ad una scolaresca di una scuola elementare (incosciente della straordinaria opportunità).

 

Munari è un grande artista, tutti noi grafici lo abbiamo prima conosciuto, poi visto, poi studiato, infine ammirato! Un grafico che ha giocato con l'arte. E' dal suo esempio che è nato il primo bozzetto: un gioco grafico fatto di lettering, d'incastri, di scoperte e infine, sempre per giocare, di capriole.  ;-)

 

20140316 ged proj0

 

Ma poi abbiamo cambiato nome, gli incastri non c'erano più e ecco altri bozzetti che segnano il percorso verso la proposta finale, quella del marchio logo scelto.

 

20140316 ged proj1   20140316 ged proj2

 

20140316 ged proj3pos   20140316 ged proj3neg

Il marchio che serviva però doveva essere più evocativo e doveva potersi declinare e adattare ai vari laboratori che si sarebbero tenuti per le scolaresche

 

20140316 ged bottoni   20140316 ged cordone 

 

20140316 ged innaffiatoi   20140316 ged sedie

 

20140316 ged legno   20140316 ged tessuto

 

20140316 ged utensili   20140316 ged utensili neg

 

... e così via.

Il marchio logo proposto può svilupparsi in mille diversi modi, con immagini diverse. Ogni volta che si apre un nuovo banco o angolo di lavoro nella scuola, se ne progetta uno ad hoc, personalizzato da utilizzare solo per quel tipo di laboratorio.

 

La storia di un marchio

Per concludere questa breve storia del percorso che fa nascere un'identità vorrei aggiungere che la prima applicazione che dovremo realizzare sarà la “segnaletica” per ritrovare nel labirinto delle idee e della creatività un ordine e un percorso.

 

In effetti ora che ricordo, la tesi del mio corso di studi, era proprio un progetto di segnaletica per un Parco naturale. All'inizio degli anni Ottanta parlare di segnaletica era quasi arabo, per un Parco naturale poi! Esisteva giusto qualcosa per le Metropolitane, Bob Noorda, architetto olandese naturalizzato italiano, era l'esempio da imitare.

 

Cristiana Rinaldi

 

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