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Auto-imprenditorialità

Qual è il ruolo dei formatori di fronte all'autoimprenditorialità?

Come e cosa può fare un formatore per sviluppare nelle persone la capacità di auto imprenditorialità? E qual è la posizione e il contributo che può essere chiesto alle associazioni che rappresentano gli interessi e la diffusione della cultura della formazione continua, della lifelong learning rispetto alla crescita della disponibilità dei giovani e dei meno giovani a costruirsi la propria attività professionale? E, ancora, per i formatori l'attitudine all'auto imprenditorialità è una crescita della persona o un ripiego generato dalla crisi economica e del mondo del lavoro?

 

Sono questi alcuni degli interrogativi con cui si è concluso il terzo incontro della comunità di ricerca sull'autoimprenditorialità che ha avviato l'Aif di Roma coinvolgendo una quindicina dei suoi soci, tra cui anche noi di Officine Einstein.

 

Alcuni punti fermi

Alcuni punti fermi si stanno mettendo a fuoco; ci sono delle categorie, delle articolazioni, dei cluster sulle quali operare.

C'è un'articolazione per fasce di età e di motivazione:

  • i giovani alla ricerca del primo lavoro;
  • i quarantini e cinquantini (direbbe Cammilleri) espulsi da fallimenti o ristrutturazioni alla ricerca di una nuova fonte di reddito;
  • e gli evergreen, pensionati più o meno giovani ma ancora con energie e competenze da mettere a disposizione della società.

 

C'è una dimensione sociopsicologica dell'intervento che vede (almeno) due scuole, non necessariamente contrapposte:

  • l'intervento deve essere concentrato sulla persona (coaching, mentoring) per aiutarlo a superare i condizionamenti culturali che gli fanno aspirare come unico sbocco "un posto fisso";
  • l'intervento deve traguardare il futuro, e accelerare il processo di trasformazione della società moderna affinché favorisca anziché ostacolare l'autoimprenditorialità.

 

Ci sono alcune parole chiave che sembrano essere pertinenti e peculiari delle persone che hanno costruito le loro carriere e si sono confrontate con il mercato senza l'intermediazione di imprese grandi o piccole:

  • essere creativi,
  • avere resistenza verso l'incertezza,
  • avere capacità di resilienza,
  • avere coraggio,
  • credere in un'idea originale,
  • essere motivati all'autonomia e alla disintermediazione,
  • aver superato i vincoli culturali a cui sono stati, generalmente, educati,
  • sviluppare capacità relazionali, inclusa quella di fare network.

 

Mi intrattengo sulla resilienza, un comportamento sul quale l'Aif ha investito molto, se non ricordo male dedicandoci un congresso annuale, e che, come dice un interessante articolo de L’Impresa di settembre 2012,

«è un concetto ripreso dalla metallurgia ed indica la capacità dei metalli di riprendere la forma originaria dopo aver subito un colpo»

ed implica la capacità di trasformare gli svantaggi in opportunità qualcosa in più, precisa da Claudia Massa, della semplice resistenza, perché ha in sé:

  • la capacità di essere flessibili
  • trovare capacità di espressione nei diversi contesti,
  • la capacità di essere proattivi piuttosto che quella di essere reattivi,
  • la capacità di visione d’insieme
  • e di anticipare e creare attivamente le situazioni.

 

C'è l'esigenza di sentire testimonianze di imprenditori di successo e non, di persone che hanno o stanno vivendo il travaglio culturale di abbandonare la cultura del posto fisso, e di rifarsi a best practices, esempi originali che hanno funzionato e possono ispirare (ad esempio le Cesarine emiliane).

 

Inoltre si è definito che per una persona che apre un'impresa deve affrontare (e questi sono spazi nei quali possiamo intervenire) problemi nell'area:

  • comportamentale
  • gestionale e organizzativa
  • amministrativa e giuridica

ed ostacoli:

  • burocratici
  • culturali.

 

Molti confini indefiniti e incerti

Ma la comunità di ricerca dell'Aif è ancora in una fase di brainstorming, alla ricerca del percorso da compiere per trasformare il desiderio di rivalutare e favorire la propensione all'autoimprenditorialità piuttosto della ricerca dell'impiego da dipendente subordinato nelle sue varie sfaccettature legate alla flessibilità o al precariato.

 

Cosa si intende per auto imprenditorialità. Ci dobbiamo occupare

  • della persona che da un'idea o un'opportunità fa nascere un'impresa con un certo numero (quanti?) di dipendenti;
  • o del commerciante o dell'artigiano che apre la sua attività guardandosi allo specchio per non sentirsi solo?
  • Sono autoimprenditori anche i liberi professionisti?
  • E' sufficiente e omnicomprensiva la definizione di lavoratori autonomi data dall'Isfol, che censisce in Italia il 20 per cento dei lavoratori italiani (quasi sei milioni) che rappresentano il 18 per cento del Pil (ma, aggiunge un'altra fonte, il 40 per cento del valore aggiunto reale del paese)?
  • Cosa si intende per piccola o micro impresa e per la stessa parola "impresa"?

 

Per quanto riguarda qesto confine, cosa si intende per auto imprenditorialità, più che definire a quale categoria si riferisce (auto imprenditori, liberi professionisti, partite iva, piccoli imprenditori, ecc), si è pensato di concentrarsi su cosa la comunità di ricerca, al di là delle definizioni fiscali e legali, intende per auto impreditorialità: sugli aspetti soggettivi, sulle competenze che occorre sviluppare. Quindi, pensando ad uno scultore, o ad un artigiano con dei dipendenti, o ad un imprenditore quali sono gli elementi  individuali e di contesto che li caratterizzano? Quali competenze hanno? Quali si possono sviluppare?

 

Dove andare e cosa produrre. La comunità di ricerca ha valutato diverse ipotesi di come orientare praticamente l'operatività delle proprie riflessioni. Riassumiamo le ipotesi formulate sulle quali ancora non si è presa una decisione:

  • un libro di riflessioni sul ruolo sociale dell'autoimprenditorialità;
  • un manuale di come diventare un imprenditore di sè stesso;
  • un sito di informazione, aggiornamento ed approfondimento per l'autoimprenditore;
  • una proposta socio-organizzativa di ristrutturazione o affiancamento dei centri per l'impiego in centri per lo sviluppo dell'autoimprenditorialità;
  • una proposta per le strutture pubbliche di orientamento al lavoro per introdurre bilanci delle competenze di supporto all'orientamento e percorsi di formazione propedeutici allo sviluppo delle skill life necessarie per chi dovrà affrontare il mercato del lavoro senza intermediazione;
  • un progetto da presentare all'Unione europea o a qualche Ministero per ottenere un finanziamento che consenta una definizione più accurata e dettagliata della proposta da formulare alla società reale.

 

Due “scuole di pensiero”

Infine, l'abbiamo già accennato tra le cose che si sono chiarite, sone emerse due scuole di pensiero sulla dimensione psicologica o sociale su cui intervenire.

 

Le vorrei rappresentare ricorrendo all'appunto che ci ha inviato Rossella Martelloni:

 

«Uno: cento giovani

C’è chi dice: se riuscirò, attraverso la formazione, il coaching, un manuale che potremmo scrivere, ad aiutare cento giovani a trovare lavoro, sarò molto contento. Dobbiamo stare con i piedi per terra e non pensare ai macro aspetti socio-economici, perché queste sarebbero cose sono più grandi di noi sulle quali non abbiamo incidenza. Noi siamo formatori, questo significherebbe uscire dalla nostra mission, mentre dobbiamo rimanere nell’alveo Aif, viceversa, non mi interessa.

 

Due: guardare oltre

C’è chi dice: dobbiamo partire dal presupposto che il nostro sistema socio-economico è fallito irreversibilmente, è già iniziata una nuova tendenza e stiamo andando verso un nuovo mondo che ha modelli e parametri diversi (un rapporto nuovo tra persona e molteplici organizzazioni, la rete di professionisti che sta diventando più efficace della rete di imprese; scambio, commercio, formazione a costi ridotti nell’ambiente digitale, le formule sempre più aperte: open source, open policy, cloud, crowdsourcing, crowdfunding, ecc., nuove forme di economia, di organizzazione sociale e di impresa, ecc., ecc.). E noi, che in quanto formatori dobbiamo necessariamente essere innovativi, rischiamo di ragionare su vecchi parametri e trasmettere messaggi e modelli che sembrano ancora reggersi in piedi ma in realtà non servono più e, anzi, a volte potrebbero essere dannosi per i giovani. E perché l’Aif? L’Aif è in grado di cogliere queste sfide? C’è un’altra associazione che possa, e, o, voglia, in maniera complementare con Aif, portare avanti questo tema?»

 

Insomma, come abbiamo detto siamo ancora in una fase ricca, fertile e creativa alla ricerca della strada più efficace e perseguibile per favorire la nascita e lo sviluppo di una mentalità auto imprenditoriale nei nostri giovani. Come ha ricordato Sidi Said Lagattolla

«come formatori siamo esperti di comportamento e credo che, quando riusciremo a definire come utilizzare queste nostre competenze per aiutare chi si trova a non lavorare pur volendo lavorare, allora avremo raggiunto il nostro risultato».

 

Come già promesso, vi terremo informati sugli sviluppi.

 

Partecipano alla comunità di ricerca dell'Aif Lazio

Riccardo Borgna,  Fernando Dell'Agli (coordinatore), Vindice Deplano, Anna Rita Fiore, Sidi Said Lagattolla, Rossella Martelloni, Claudia Massa, Luca Massacesi, Renato Mastrosanti, Vincenzo Ricotta, Maria Cristiana Rinaldi, Anna Chiovenda, Beatrice Lomaglio, Marcella Mallen, Giusi Miccoli, Erica Rizziato, Cinzia Rossi, Pierluigi Ventura

 

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