testata

Lo sterminio dei dirigenti

Si potrebbe intitolare “Cronaca di uno strage annunciata“, o, più prosaicamente, “La vendetta dei Fantozzi italiani“. Quello che è successo negli ultimi cinque anni in Italia si riassume in due cifre:

  • erano 1 milione e 800 mila
  • sono 770 mila.

Parliamo dei manager (dirigenti e quadri) italiani e della loro evoluzione (involuzione). In cinque anni è sopravissuto a mala pena il 40 per cento della classe dirigente del Paese.

Se per classe dirigente del paese si intendesse quella pubblica, lo sterminio avrebbe un senso.

Chi semina vento, raccoglie tempesta.

 

Ma di quale classe dirigente stiamo parlando?

Quando una paese (come un'azienda) è sull'orlo del fallimento, delle responsbilità i dirigenti di quella nazione ce l'hanno! E se vale il detto: «squadra che vince non si cambia», è valido anche il suo viceversa: «squadra sconfitta, dirigente licenziato».

 

Ora il miracolo del Belpaese e che non si sa mai dove sono le responsabilità; e nella confusione totale di ruoli e responsabilità, nell'intreccio kafkiano di conflitti di interesse, non si rintraccia mai un responsabile, giacché tutti attribuiscono la colpa all'altro e il modello organizzativo è disegnato per far rimbalzare le responsabilità sempre in un'altra casella.

 

Quindi: qual'è il livello e la tipologia della classe dirigente pubblica da mandare a casa, e solo per non affollare le nostre carceri, esercizio virtuoso, ma costoso? A proposito di sprechi, complicità e intrecci: sapete quanti sono gli agenti di polizia penitenziaria, insomma, i secondini, per un sistema carcerario calibrato su una popolazione carceraria di 45mila detenuti? Circa 43mila: una guardia per ogni detenuto. 

 

Dicevamo quale classe dirigente pubblica è da mandare a casa? La classe dirigente politica o la classe dirigente amministrativa, o la classe dirigente pubblica tecnica (primari, presidi delle scuole)?

Nel dubbio salverei giusto quest'ultima (i dirigenti tecnici) perché amministrazione pubblica e politica hanno saldato un patto con il diavolo dove l'una ha accettato le regole distorte dell'altra per comuni benefici ed interessi individuali e particolari; ottenendo un risultato malefico per l'intero Paese e per l'interesse generale della nazione e dei cittadini.

 

La falcidia dei dirigenti industriali

Ma torniamo ai dirigenti che invece sono scomparsi, cioè ai dirigenti industriali. Secondo Franco Del Vecchio, vice presidente dell’Associazione Lombarda Dirigenti Aziende Industriali (Aldai)

«solo a Milano la crisi ha cancellato più di 10mila dirigenti industriali. In cinque anni la crisi ha decimato i dirigenti in Italia, divorando un milione di posti di lavoro. Un problema sociale e una situazione drammatica per le prospettive del Paese. Siamo passati da circa 1 milione e 800mila manager (dirigenti e quadri) a 770mila, ed oggi i manager senza occupazione sono sullo stesso livello dei giovani».

 

Se analizziamo soltanto i dati presentati dal dossier dell'Aldai, nella provincia di Milano, da sempre considerata il bacino dell’industria tricolore, il quadro è sconfortante: dal 2008 ad oggi abbiamo perso più di mille imprese sulle 7mila che impiegavano almeno un dirigente e il sistema produttivo ha espulso più di 10mila dirigenti industriali. E in Europa?

 

«Gli altri Paesi non vanno meglio negli ultimi cinque anni i manager con un posto di lavoro sono diminuiti di un terzo passando da 18 a 12 milioni, su un totale di 212 milioni di occupati europei, ma l’aggravante per l’Italia è che il livello occupazionale di dirigenti e quadri superiori era già piuttosto basso nel 2008. Figuriamoci ora, dopo aver perso oltre metà delle posizioni manageriali. Tra l’altro, nel 2013 la nostra penisola ha registrato il primato negativo dell'Unione europea, per la minor presenza di dirigenti con il 3,5 per cento dei lavoratori, contro il 7,8 per cento di cinque anni fa».

 

Quali sono le prospettive per i manager italiani?

Oggi migliaia di aziende scompaiono e, di conseguenza, si riduce drasticamente il numero di dirigenti. Questo intacca irrimediabilmente il capitale umano del Paese, un patrimonio enorme costruito in anni di studio, lavoro, formazione, sviluppo delle competenze. Soltanto una minima parte dei manager “disoccupati“ riesce a ricollocarsi in un’azienda allo stesso livello. Gli altri accettano mansioni inferiori oppure diventano consulenti. Altri ancora provano a intraprendere la strada del piccolo imprenditore. Ma per tutti resta la prospettiva del precariato, proprio come i giovani.

 

Invece di incentivare lo sviluppo di imprese innovative la nostra classe dirigente pubblica continua ad incrementare la tassazione, la complessità e la burocrazia aumentando la povertà, senza creare nuova ricchezza.

 

Andare all’estero

I nostri manager sono sempre stati apprezzati dalle multinazionali e la crisi li ha resi ancora più globetrotter. Negli ultimi 5 anni i dirigenti italiani oltreconfine sono cresciuti del 40 per cento e sono ormai oltre 7mila (secondo una survey di Amrop).

 

Di questo non possiamo gioire: purtroppo il sistema economico mediatico nazionale non insiste con la dovuta pressione (d'altronde è un sistema mediatico finanziario, cioè asservito agli interessi dei gruppi finanziari più potenti), sull'opinione pubblica per rendere molto chiaro quanto impoverisce l'intero Paese la fuga dei cervelli e quella dei dirigenti. Sono figure professionali rare, costose da formare, che rappresentano la differenza strutturale tra un paese povero e un paese ricco.

Solo per parlare dei costi “vivi, secondo uno studio dell'Università di Trento il costo complessivo del sistema educativo diviso per i laureati che il sistema “produce“ determina un costo pubblico, per ogni laureato, dall'asilo alla laurea, di 700 mila euro. In altre parole per ogni laureato italiano che va all'estero, è come se finito di costruire un appartamento (peraltro molto grande, del valore di 700mila euro) si chiamassero delle ruspe per abbatterlo. Senza contare che da ogni investimento (come è per uno Stato un laureato) ci si attende un ritorno ben più alto dell'investimento stesso. «Note to Italy: Please Send Us More Saracenos» titolava su “The Huffington Post“ l'articolo di William K. Black, professore di economia e giurisprudenza all’Università del Missouri

 

Non siamo più un Paese per manager

Vogliamo trovare alcune altre responsabilità (leggi “colpe“) della nostra classe politica e classe dirigente pubblica che rendono questo paese un paese non adatto ai dirigenti?

Iniziamo: i dirigenti italiani sono i più tartassati. Lo stipendio netto di un manager è appena il 40 per cento dell’esborso sostenuto dalle imprese, contro il 60 per cento di Gran Bretagna, Spagna e Germania e il 74 per cento degli Usa (secondo la ricerca condotta da HayGroup, presentata all’assemblea Aldai).

 

Traduzione: se un dirigente costa all'azienda 100mila euro questo dirigente porta a casa 40mila euro, poco più di tremila euro al mese. Lo Stato e il suo moloch previdenziale invece ricavano dal lavoro di questo dirigente, ogni mese, ben 5mila euro; 60mila euro all'anno. Negli Stati Uniti il dirigente porta a casa 6.166 dollari e lo Stato intasca 2,166 dollari.

 

Per produzione manifatturiera pro-capite, l’Italia è la quinta economia globale. Eppure siamo il Paese con il più elevato carico fiscale sulle imprese nel vecchio continente: il 68 per cento contro una media del 42 per cento (dati Ocse).

 

Torneremo a crescere solo rilanciando l’industria, motore di sviluppo economico e sociale, e le attività che trainano la produzione, come turismo, cultura, ambiente, trasporti.

Le aziende si sviluppano solo con manager professionali, innovativi, motivati e retribuiti quel tanto che gli consente di lavorare sereni e concentrati:

 

Cosa propone l'Aldai?

«Si potrebbe:

  • attivare un “piano straordinario” per rafforzare le industrie strategiche, come meccatronica, chimica- farmaceutica, Ict ed energia;
  • varare un “progetto speciale“ per le start up innovative: biotecnologie, nanotecnologie, new media;
  • investire almeno il 2 per cento del prodotto interno lordo in infrastrutture logistiche e digitali per migliorare la competitività;
  • ridurre del 25 per cento in 5 anni il carico fiscale e contributivo sulle imprese e sui redditi da lavoro tagliando di pari importo la spesa pubblica improduttiva e così via;

Insomma, le soluzioni ci sono. È giunta l’ora di agire».

 

Fonti

Linkedin, segnalazione di Massimo Ferrario al gruppo “Impresa diversa“

Catia Barone “A Milano la crisi ha cancellato più di 10 mila dirigenti industriali

 

Leggi anche

Massacesi Luca (2015), Il sistema economico mediatico, Officine Einstein, politiche di comunicazione, 5 gennaio 2015.

 

Share