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La responsabilità sociale dei manager

Debora Spar, docente della Harvard Business School, sei anni fa affermava che

«le corporation non sono istituzioni concepite come enti morali[...] , sono istituzioni che hanno una sola vera missione, quella di accrescere la ricchezza degli azionisti»

 

Ma forse anche ad Harvard i tempi stanno cambiando. In un articolo apparso sul Sole 24 ore si legge:

«Dopo la crisi finanziaria e il caso Madoff, Harvard torna a richiamare i valori etici nel mondo dell’economia e della finanza. E lo fa istituendo il giuramento dell’aspirante manager».

 

Con questo giuramento il 20 percento degli studenti del Master in business administration si è impegnato solennemente ad agire con “integrità” e “buona fede”, pensando non solo “agli interessi dei loro azionisti ma dell’intera società.

 

Il bicchiere mezzo pieno...

Se analizziamo questa notizia secondo l’ottica del bicchiere mezzo pieno possiamo dire che in un paese come gli Stati Uniti in cui la cultura del profitto e della finanza aggressiva ha creato una generazione di manager convinti di dovere rispondere solo alle esigenze degli azionisti e di poter diventare milionari a quarant’anni, rappresenta un fenomeno significativo il fatto che le ripercussioni sociali dei recenti accadimenti stanno suscitando non solo preoccupazioni per le ripercussioni sociali ma anche un significativo cambio culturale.

 

Va infatti sottolineato che, non solo ad Harvard ma anche in altre business school americane, è esploso l’interesse per i vari corsi di etica nel business e sui media sono in continuo aumento le dichiarazioni di imprenditori che affermano di non perseguire esclusivamente l’incremento degli utili a vantaggio degli azionisti, ma di sentirsi responsabili di fronte alla società nel suo complesso.

Questo fenomeno genera in coloro che credono nella responsabilità sociale d’impresa un senso di grande soddisfazione in quanto segnale di una crescente consapevolezza da parte delle imprese della imprescindibile relazione nel positivo e nel negativo con i vari stakeholder di riferimento.

 

e quello mezzo vuoto

I sostenitori del bicchiere mezzo vuoto affermano che si tratta di una mera operazione di marketing, che il giuramento ha un mero valore simbolico e che per il momento ha riscosso una tiepida accoglienza, avendo solo il 20 percento degli studenti accettato di giurare alla fine del corso. Sostengono inoltre che se da decenni si parla di responsabilità sociale d’impresa, senza che il sistema economico produttivo abbia nel suo complesso consapevolizzato questo concetto e realizzato un vero e proprio salto di paradigma, vuole dire che è ancora elevato il numero degli scettici sulle “virtù” della responsabilità sociale.

 

Non dimentichiamo che il premio Nobel Milton Friedman tra gli economisti di fama internazionale, ritiene (tratto da “La borsa o la vita. Saggi sulla globalizzazione” di Joel Bakan, edito da Feltrinelli, Milano, ottobre 2005) che questo nuovo moralismo nel mondo delle imprese sia in verità immorale. Secondo Friedman

 “I dirigenti delle corporation hanno una sola e unica responsabilità sociale massimizzare gli utili a vantaggio degli azionisti. Questo è l’imperativo morale. I manager che perseguono finalità sociali o ambientali a scapito dei profitti, ossia che cercano di agire moralmente, in realtà si comportano immoralmente”

 

C’è però un caso in cui la responsabilità sociale delle imprese è ammissibile, secondo Friedman: quando viene utilizzata come mero espediente per massimizzare la ricchezza degli azionisti e non come fine in sé. E’ vero riconosce Friedman, che questa visione puramente opportunistica della responsabilità sociale riduce quelli che sono nobili ideali a un “ ipocrito specchietto per le allodole”. Ma Friedman sostiene che “l’ipocrisia è virtuosa se incrementa gli utili”.

 

Sebbene il pensiero di Friedman sia respinto da molti esponenti della comunità economica, che reputano il suo cinismo antiquato, gretto e anacronistico, la sua diffidenza nei confronti della responsabilità sociale raccoglie sostegni autorevoli.

 

William Niskanen, già economista della Ford ha affermato:

«Penso che la Ford faccia ancora belle macchine e camion ma ritengo che le attività socialmente responsabili del nuovo Mr. Ford possano andare a detrimento degli azionisti».

 

Anche Peter Drucker, guru dei guru del mondo aziendale, echeggia la teoria di Friedman secondo cui la responsabilità sociale delle imprese rappresenta una pericolosa distorsione dei principi di business e afferma che

“se un tuo dirigente vuole intraprendere iniziative di responsabilità sociale licenzialo. E subito”

 

Tra questi estremi opposti con cui si valuta la percentuale di studenti che hanno prestato giuramento, molti ancora si collocano nella fascia degli indecisi e si chiedono: quali dovrebbero essere le vere priorità del governo di un’azienda?

 

Un salto di paradigma

E’ mia opinione che ogni considerazione riguardante l’introduzione nelle aziende di concetti di responsabilità sociale debba essere valutata sia in un ottica di evoluzione che di salto di paradigma. Inoltre è importante che la diffusione di una nuova etica parta non solo dall’Università ma dal mondo della scuola che dovrebbe farsene carico. Non credo infatti che l’esigenza di una gestione più responsabile sia voluta o provocata solo da grandi crisi o eventi eclatanti, ma che più semplicemente sia dovuta a due componenti fondamentali.

 

Le persone mercato, dopo avere soddisfatto i bisogni primari, sono più attente a tutti quei fattori che possono influenzare la qualità della vita e nel contempo le aziende hanno riscoperto quella dimensione umanistica che le porta a riflettere su quanto sia importante avere cura dell’ ambiente e prestare attenzione alle esigenze della comunità civile. Potendo ciò ingenerare, non solo un notevole vantaggio economico, ma anche (ed in un vicino futuro ci si accorgerà che è questo il vero valore) una forte condivisione di credenze che non può far altro che arricchire l’organizzazione e motivare coloro che lavorano all’ interno dell’impresa.

 

Fino a pochi anni fa queste affermazioni sarebbero state considerate “rivoluzionarie e utopistiche” in un contesto economico e produttivo che mirava unicamente al profitto e alla produttività.

 

Oggi anche gli scettici hanno avuto la conferma di come la condivisione di valori ed idee porti chi ogni giorno lavora per l’impresa a volere qualcosa di più grande: un mondo non solo diverso ma anche migliore.

 

Il ruolo della dimensione umana rappresenta quindi la chiave: le imprese possono essere più o meno socialmente responsabili a seconda del livello di consapevolezza e di coerenza di comportamenti degli individui, del vertice, della base, di tutti coloro che operano nell’impresa.

Maria Grazia De Angelis
Presidente Aislo

  

Fonti

Aislo

Joel Bakan, “La borsa o la vita. Saggi sulla globalizzazione” , Feltrinelli, 2005.

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