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Il piano nazionale per la cura civica dei beni comuni

Ormai ci siamo. I tempi sono maturi. Il lungo percorso avviato da Carlo Donolo una decina di anni fa e ripreso e innestato sull'ultimo comma dell'articolo 118 della Costituzione da parte di Labsus, il laboratorio per la sussidiarietà (orizzontale) sta gemmando.

 

Ripercorrendo le tappe di questo cammino possiamo partire dall'intuizione iniziale quando Gregorio Arena, professore di diritto amministrativo a Trento, come presidente dell'Opera di Trento ha reso esplicito che il cittadino non è necessariamente un intralcio, la fonte di nuovi problemi, ma può essere un tesoro (e non solo perché le paga) per le amministrazioni pubbliche se, quest'ultime, si decidessero ad abbandonare il modello bipolare e aderissero convinte ed entusiaste al modello dell'amministrazione condivisa.


E, per quanto questo sembri improbabile non dovremo attendere molto affinché questo accada; ci siamo vicino e la crisi economica aiuterà.

La società moderna è ormai pronta, per uscire dalla crisi planetaria del modello di sviluppo consumistico, ad avviare forme continuative di collaborazione tra Stati e cittadini, basati sulla fiducia e sull'istinto sociale dell'umanità.

 

Occorre, innanzitutto, capovolgere il paradigma fondamentale che ha dominato il diritto amministrativo dell’Europa continentale negli ultimi duecento anni, quel paradigma definito da Sabino Cassese “bipolare”, secondo il quale spetta all’amministrazione pubblica prendersi cura dell’interesse generale, perché i privati, gli amministrati, sono per definizione egoisti (cioè chiusi nel proprio “particulare”) e incompetenti (cioè incapaci di occuparsi di ciò che esula dalla loro sfera immediata di interessi). Un'idea dell'amministrazione pubblica direttamente discendente dall'efficace affermazione di Luigi Deodato di Borbone, terzo re di Francia e di Navarra, appartenente alla casata dei Borbone, meglio noto come Re Luigi XIV «Lo Stato sono io», un'amministrazione pubblica, quindi direttamente discendente, come organizzazione, finalità e gestione delle relazioni, da quella sovrana, cioè del Re.

 

Dal verticale all'orizzontale

Applicando una visione geometrica potremmo asserire che è un problema cartesiano. Un passaggio dal modello delle ordinate a quello, più egualitario e solidale, delle ascisse. Occorre accettare che cambia il ruolo dei poteri pubblici e del mercato. Il tradizionale impianto verticale amministrazione - amministrato o, nel mercato, produttore - consumatore, oramai in crisi strutturale, si sta trasformando ineluttabilmente in uno orizzontale, più flessibile, meglio orientato ai bisogni effettivi dell'amministrato, che diventa cittadino; del consumatore che diventa prosumer, efficace crasi tra produttore e consumatore.


Un modello spesso rifiutato, definito inconcepibile, visionario (nell'accezione negativa che a questa parola dà il potere) sebbene sia, oggettivamente, più inclusivo, più sostenibile, più eco-compatibile, e più coesivo.

 

Il ruolo dei poteri pubblici cambia, è cambiato, deve ancora cambiare. Dopo lo “Stato Sovrano” (che tutela le proprietà del Sovrano dai “furti” dei sudditi); dopo il suo fratello, lo “Stato Leviatano” (il “cane da guardia” che garantisce l'ordine pubblico per evitare che gli istinti egoistici dell'individuo prendano il sopravvento con la violenza); dopo lo “Stato Produttore e dispensatore” (a caro prezzo) di servizi di benessere, più noto sotto le sembianze nazional popolari del welfare state; dopo il fallimento planetario dello “Stato Regolatore” che arbitra il libero gioco della concorrenza fra operatori privati impegnati a produrre anche beni e servizi di interesse generale secondo logiche di rigoroso profitto privato, si affaccia la quarta rivoluzione istituzionale: lo “Stato relazionale”. Si tratta di uno Stato che produce governance, cioè governa reti di collaborazione tra diversi soggetti tutti interessati alla realizzazione di uno scopo comune (Iaione 2013).

 

Nell'interfaccia tra istituzioni e processi sociali proprio la sussidiarietà può svolgere il ruolo di mediatore intelligente, svelando così appieno la sua natura di bene comune che, da un lato come principio e dall'altro come pratica, rende attiva la cittadinanza.

Essere bene comune e, per così dire, meritarsi questo statuto, implica essere o diventare fattore cruciale di mutamento istituzionale e quindi poi anche norma sociale condivisa e diffusa; ma significa anche essere un bene fragile e a rischio, esposto alle tragedie proprie dei beni comuni: non uso ed abuso.

 

I cittadini, dunque, non sono solo portatori di bisogni. Possono trasformarsi in portatori di soluzioni. Se adeguatamente assistiti e incentivati, i cittadini possono, oltre che finanziare con valuta lo Stato, anche immettere le proprie energie, il proprio tempo, le proprie idee, le proprie risorse, le proprie competenze, in questo processo di trasformazione. Aumentando l'efficacia dello Stato e riducendone i costi.


Il cittadino, un tempo semplice “destinatario” delle decisioni pubbliche ed “utente” dei servizi pubblici, dopo aver visto affermare, con le riforme amministrative degli anni Novanta, il proprio diritto di partecipare alla formulazione delle scelte che lo riguardano e di conoscerne in tempo reale presupposti e postulati, diventa, a pieno titolo, così come deve essere, uno degli attori dell’azione amministrativa.

 

Governare la sfera privata per agire nel bene comune

Il cittadino educato alla cittadinanza (educare, dal latino e-ducere, condurre verso, far emergere) quindi aiutato a far emergere quelle qualità o doti che si reputa siano indispensabili per essere cittadini, possibilmente buoni cittadini; il cittadino che segue le regole (la dove ci sono) della raccolta differenziata; che sceglie il trasporto pubblico, condiviso o sostenibile (là dove c'è) anziché il mezzo di trasporto individuale privato; che tiene in buono stato un proprio immobile restaurandone la facciata o cancellando gli scarabocchi dei sedicenti artisti da strada; che risparmia energia; che fa un uso sostenibile della risorsa idrica; che pulisce o sgombera il proprio marciapiede da rifiuti o dalla neve; che pota gli alberi che minacciano di rovinare su strade pubbliche; che smaltisce le foglie secche che ostruiscono canali di drenaggio delle acque piovane, è un cittadino che svolge “attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”. E' un cittadino che e-ducato dallo Stato (scuola pubblica) dovrebbe essere, per dettato costituzionale, “favorito” dallo Stato.

Insomma, il cittadino che nella propria vita privata o nella gestione di beni privati tiene una condotta orientata alla riduzione o, addirittura, alla eliminazione di “problemi collettivi” (o, meglio, per la collettività) e che, conseguentemente, contribuisce a ridurre, o ad eliminare la necessità di organizzare una risposta pubblica, si deve considerare un cittadino attivo che deve essere “favorito” dai poteri pubblici (Giglioni 2013).

 

La cura civica dei beni comuni

Cosa sono i beni comuni?  I beni comuni sono materiali ed immateriali. Immateriali: molti aspetti del capitale sociale sono beni comuni come, per esempio, la fiducia in quanto risorsa collettiva e, in particolare, le relazioni fiduciarie con istituzioni e sistemi di regole. Meno spesso, fa notare Carlo Donolo, le istituzioni sono state viste nell’ottica dei beni comuni. Altri beni comuni immaterlaili sono la legalità, la salute, la conoscenza, la cultura, la memoria collettiva, l'informazione e altri simili. Ma sono anche beni tangibili, materiali, fisici: l'acqua, l'aria,  l'ambiente, il territorio, il paesaggio, gli spazi urbani, i giardini, i beni culturali, le strade, le scuole, gli ospedali, le biblioteche, i musei.

 

Molto più semplicemente, i beni comuni sono indispensabili per vivere una vita degna di essere vissuta. 


Non sono né pubblici (nel senso di beni dello Stato), né privati. Nessuno può possedere i beni comuni, tutti li possono usare per vivere meglio ma così facendo essi si consumano, si logorano. Affinché sia noi, sia le generazioni future possiamo continuare a godere dei beni comuni è dunque necessario che qualcuno se ne prenda cura.

 

Tra interesse generale e bene comune

Bene comune e interesse generale non sono propriamente sinonimi, tuttavia hanno un punto di contatto che emerge nella definizione di bene comune contenuta nella Costituzione conciliare Gaudium et Spes, secondo la quale il bene comune è

 

«l'insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente».


Non si può fare a meno di notare l'assonanza fra questa definizione di bene comune e la formula utilizzata dalla Costituzione all'articolo 3, secondo comma, laddove afferma che

 

«E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che ... impediscono il pieno sviluppo della persona umana...».

 

In sostanza, seppure con diverse prospettive, entrambe le disposizioni mirano al raggiungimento di un obiettivo che è la pienezza della persona, lo sviluppo dei suoi talenti, l'affermazione della sua dignità come individuo unico e irripetibile.
E questo, se da un lato coincide con la definizione conciliare di bene comune, al tempo stesso è nell'interesse generale anche dal punto di vista costituzionale.(Arena 2012)

 

Agire per il bene comune, in pratica

Per il momento torniamo al lungo percorso culturale che ha associato il concetto di bene comune a quello di interesse generale e al principio della sussidiarietà e che ci mette di fronte al diritto di un Piano nazionale per la cura civica dei beni comuni.
Sulla base di questa alleanza virtuosa tra bene comune e cittadinanza attiva Labsus insieme alla Fondazione Roma ha proposto e realizzato in alcuni licei romani la “Scuola di manutenzione civica dei beni comuni” un laboratorio sperimentale (RockYourSchool) dove gli studenti e gli insegnanti si sono presi cura direttamente della manutenzione degli edifici scolastici sia riabilitando aree verdi abbandonate, sia ridipingendo i muri delle aule o delle facciate.


Alla pratica corrisponde la teoria. Nasce così il LabGov. Che cos'è il LabGov? E' il “Laboratorio per la governance dei beni comuni” che dalla Luiss viene proposto per preparare i futuri gestori della sussidiarietà orizzontale formandoli all'elaborazione, a partire dalle criticità riscontrate nell'ambito delle attività formative e sperimentali, di Manuali di istruzioni per applicare le riforme e seguire la costante evoluzione degli strumenti tecnici, giuridici ed economico-finanziari che caratterizzano la governance dei beni comuni.

 

Il percorso prosegue

In questi ultimi decenni sono da registrate alcuni passaggi culturali e operativi che val la pena ripercorrere:

  • l'intuizione del movimento Febbraio74 di lanciare la Cittadinanzattiva;
  • la rivalorizzazione del bene comune;
  • l'inserimento dell'ultimo comma nell'articolo 118 della Costituzione;
  • la messa a fuoco dell'amministrazione condivisa contrappunto di quella bipolare;
  • la difesa del principio di sussidiarietà avviata dal “Laboratorio per la sussidiarietà” (LabSus);
  • la scoperta del cittadino come “tesoro”;
  • la distinzione tra interesse generale e bene comune;
  • il confine sempre più labile tra il generico volontariato e la cittadinanza attiva;
  • la sussidiarietà quotidiana che arruola milioni di eroi “della porta accanto”;
  • la “Scuola di manutenzione civica dei beni comuni” nei licei romani;
  • il “Laboratorio per la governance dei beni comuni” alla Luiss

sono alcune delle pietre miliari del percorso che ci porta alla “Città come bene comune”.

 

La città come bene comune

E' dell'anno scorso l'avvio del progetto coordinato da Labsus, in collaborazione con Centro Antartide, sponsorizzato dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e, con partner operativo, il comune di Bologna, ma con richieste di replica anche da Mantova e Milano, della “Città come bene comune”.

 

Il progetto prevede, a Bologna, la realizzazione di tre laboratori: tre aree urbane in cui sperimentare forme strutturate di collaborazione tra amministrazione e cittadini nella cura degli spazi pubblici. L’individuazione delle aree, dei soggetti da coinvolgere, delle azioni di cura da condividere, nonché la risoluzione delle varie questioni giuridiche, relazionali e di comunicazione che la sperimentazione farà emergere, costituiscono la preziosa materia da cui trarre gli spunti necessari per costruire le regole dell’amministrazione condivisa.

 

L'obiettivo consiste nello svolgere un'opera di disseminazione culturale all'interno delle amministrazioni per elevarne le competenze generali in vista del coinvolgimento dei cittadini nella realizzazione, manutenzione e finanziamento dei beni comuni.
Elemento distintivo della sperimentazione è, infatti, l'azione svolta all'interno dell'esercito di 4.500 dipendenti del Comune di Bologna per introdurli, formarli, coinvolgerli in quella che potrebbe essere un'autentica rivoluzione della macchina amministrativa, il passaggio all'amministrazione condivisa. E, infatti, il progetto prevede l'avvio della redazione di un “Manuale dell'amministrazione locale condivisa”, un manuale in divenire, che raccoglie le esperienze man mano che si svolgono, un manuale in progress, in continua elaborazione ed evoluzione.

 

Un “Piano nazionale per la cura civica dei beni comuni”

Siamo dunque agli ultimi passaggi di una sequenza di attività, di una crescita di consapevolezza che ci legittimano a ritenere che i tempi sono maturi per lanciare la proposta di un “Piano nazionale per la cura civica dei beni comuni”. Una proposta che non uscirà, ma non ci sarebbe un motivo valido perché ciò, invece, non accada, dalle due commissioni di saggi che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha voluto per cercare di uscire dalla grande crisi istituzionale che il porcellum elettorale ha provocato.

 

Un “Piano nazionale per la cura civica dei beni comuni” potrebbe essere figlio dei nostri giorni per la maturazione giuridica dei concetti che lo legittimano, per il diritto dei cittadini ad avere strutture pubbliche evolute, per la rilevante riduzione dei costi che graverebbero sulle amministrazioni pubbliche, sui conti dello Stato e dei cittadini tutti, per il bisogno delle amministrazioni pubbliche di rigenerarsi e riposizionarsi.

 

Per poter parlare della diffusione di una cultura della governance dei beni comuni occorre ripartire dalla leva della “comunicazione pubblica”, intesa come politica pubblica centrata, da un lato, sulla diffusione della consapevolezza di una visione del mondo e, per l'altro lato, sulla creazione e sul governo delle reti di relazione e di interesse generale e sulla valorizzazione delle energie presenti nella società.

 

La proposta richiede la creazione di un “luogo” (Labsus ha parlato di una “Cabina di regia per le amministrazioni pubbliche per la governance dei beni comuni”), alla quale le amministrazioni pubbliche intenzionate ad adottare tecniche di governance dei beni comuni possano attingere per offrire ai propri dipendenti:

  • attività di “formazione-intervento” di Buteriana memoria, basate sul training on the job;
  • su nuove forme di organizzazione delle amministrazioni pubbliche;
  • su piani di miglioramento continuo relativo a formazione, organizzazione e comunicazione
  • e su una rinvigorita attività di comunicazione pubblica.

 

Un Piano nazionale per la cura civica dei beni comuni con il compito di svolgere una funzione di promozione e sostegno delle buone pratiche, per favorire il dialogo, lo scambio di competenze, informazioni ed esperienze tra tutti i soggetti interessati alla creazione di una concreta partnership tra istituzioni e comunità per la protezione, il recupero, la manutenzione e la gestione dei beni comuni, con il fine di pianificare nel tempo e nello spazio finanziamenti, energie e interventi.

 

Un Piano nazionale che potrà trovare supporto solo sull'autorevolezza, e quindi sulla credibilità, competenza e coerenza dei soggetti che lo redigeranno, perché un processo di relazione, di adesione volontaria e basato sul senso comunitario e di responsabilità di tutti i soggetti che ne fanno parte non potrà mai ricorrere all'autorità o ai decreti per avanzare ed attuarsi.

Saranno i primi passi di un'amministrazione condivisa che troverà linfa vitale nella fiducia tra le parti, nella consapevolezza dell'obbiettivo,nell'istinto sociale dell'uomo.

 

Fonti

Carlo Donolo “Ancora sulla sussidiarietà come bene comune

Christian Iaione “Una cabina di regia per la cura dei beni comuni

Gregorio Arena “Beni comuni, una proposta a Bersani e Monti

Gregorio Arena “Classe dirigente per promozione interesse generale cercasi...
 

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