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Strategie per lo sviluppo delle aree interne

Quale dovrà essere la visione e quale la governance che dovrà guidare la programmazione e la progettazione nello sviluppo della aree interne previste dalla programmazione 2014-2020?

Ne abbiamo già parlato pubblicando una sintesi delle conclusioni del Forum di Rieti.

 

Ma l'argomento è caldo e vorremmo ritornarci sopra. Per quanto riguarda la visione si è capito che dovrà ruotare attorno a tre elementi: il mercato, il lavoro e la cittadinanza. Una rotazione generale perchè se non coinvolge tutti e tre gli elementi comunque si fallisce.

Per il mercato l'attenzione si è concentrata sui quattro grandi motori dello sviluppo delle aree interne: l'agricoltura, l'energia, la tutela dell'ambiente e il turismo.

Per il lavoro si è messo in evidenza il ruolo di un lavoro identitario permeato di innovazione, del ruolo della formazione per sviluppare un lavoro identitario e del ruolo del lavoro degli immigrati.

Per quanto riguarda la cittadinanza, punto di arrivo dei servizi che lo Stato deve garantire ai cittadini, l'attenzione si è concentrata sulla scuola, sulla sanità e sulla mobilità.

 

Un ruolo fondamentale per lo sviluppo delle aree interne e del Forum di Rieti è quello assunto dalla strategia in quanto è ciò che tutti si aspettano che io mi aspetti che gli altri si aspettino da me...”. 

 

Infine Barca ha affrontato il problema della governance dei processi di rilancio delle aree interne proponendo una strategia a matriosche con tre ipotesi una dentro l’altra: una ipotesi minimalista, una riformista ed una d'attacco

 

E questa è una sintesi della sintesi che abbiamogià ospitato nel nostro magazine. Pubblichiamo, ora, lo stenografico dell'intervento conclusivo dell'allora ministro Fabrizio Barca in occasione del Forum "Aree interne: nuove strategie per la programmazione 2014‐2020" della politica di coesione territoriale che si è tenuto nell'auditorium della Fondazione Varrone a Rieti l'11 e il 12 marzo 2013

 

L'intervento di Fabrizio Barca

Queste due giornate di lavoro a Rieti si sono svolte all’insegna del “principio del bergamotto” efficacemente evocato da Ugo Sergi:

 

«continuare a coltivare giardini della fiumara Amendolea anche nei momenti di magra, perché l’ottimismo che ci offre consente di non perderci nella nostra stoltezza».

 

Abbiamo capito che il principio del bergamotto funziona: gli effluvi dei giardini che vengono coltivati solo per se stessi in una data fase della loro storia sono tonificanti per tutti. Oggi, abbiamo bisogno di tono.


Andiamo ora al di là della metafora, ed esprimiamo quel principio in maniera tecnica.

Perché dietro le metafore c’è una tecnica.

 

In questi due giorni c’è stato tono robusto perché abbiamo ragionato intorno a una strategia. Cosa è una strategia? E’ un punto focale condiviso. Un punto focale è “ciò che tutti si aspettano che io mi aspetti che gli altri si aspettino da me...”.


Se molti convergono sullo stesso punto focale convergeranno i loro comportamenti. E le cose accadranno.

 

Tutto ciò è sufficiente? Assolutamente no!

Significa però che tutti quei passaggi difficili, complicati, noiosi e procedurali che fanno parte del “fare accadere le cose” sono sorretti dal vantaggio di condividere con altri il percorso comune, che crea fiducia.


Una strategia funziona, è efficace, se la si costruisce assieme, se nasce da un acceso confronto. Considerando che il dibattito è cominciato a Roma a metà dicembre siamo soltanto al secondo o terzo mese di questo confronto, e ne abbiamo davanti altri quattro o cinque. Ma già sono maturati alcuni elementi di forte condivisione, un background comune e alcune ipotesi alternative.


Poiché il compito delle conclusioni è quello fornire una sintesi di quanto ci siamo detti, provo a svilupparle distinguendo due tematiche fondamentali:

  • la visione
  • e la governance.

 

La visione

Parlando di visione, abbiamo messo al centro il fatto che essa ruota attorno a tre elementi:

  • il mercato,
  • il lavoro
  • e la cittadinanza.

 

Se nelle aree interne non sono soddisfatti servizi essenziali “di cittadinanza” non si può vivere.

 

La dimensione “mercato” è altrettanto decisiva. Ma se non è accompagnata dal lavoro, da una forte enfasi sulla capacità della domanda di attivare buon lavoro, la dimensione mercato non basta. Questo è il capitalismo.

 

Possiamo discuterne quanto vogliamo ma, essendo immersi nel capitalismo, se un’area interna non ha una storia per la quale il suo è un territorio che riceve una domanda, non avrà lavoro. E se non c’è lavoro, il territorio muore. Fine della storia.

 

Quando avremo costruito un altro modello di società, potremo anche fare a meno del mercato e ci occuperemo solo di cittadinanza. Ma oggi una strategia per le aree interne non può che essere anche “mercato”. Partiamo da qui.

 

Il mercato

Ognuno di voi e di noi deve rispondere in ogni territorio a questo quesito: «Da dove verrà la domanda?».


La risposta può provenire da quella che è stata la parola chiave di queste due giornate di lavoro. Si tratta della parola “diversità”.

 

Era scritta in modo molto chiaro nei documenti originali e, secondo me, è l’unico motivo per cui l’operazione ha retto. Tale parola è stata ripetuta molto oggi e nel suo iniziale intervento Antonio Calafati l’ha declinata sul piano economico, suggerendo che sia la chiave di una modifica in atto che non riguarda solo le tecnologie, ma anche le preferenze.


Qualunque risposta avete fornito in questi due giorni al quesito: «da dove verrà la domanda?», essa poggia sul fatto che ciascun territorio offre una diversità di qualche tipo: di stile vita, di aria, di alimentazione, di relazioni umane, di natura.


Siamo in una fase nella quale c’è una forte domanda di specificità secondo la vecchia teoria dei consumi di Lancaster; essa affermava che più si andava avanti nella prosperità, più gli individui chiedevano non il pomodoro ma “quel tipo di pomodoro”.

 

Lo stesso vale per ogni bene di consumo. Un certo numero di ragioni sta facendo sì che le preferenze stiano tornando a essere molto diversificate. Anche se non viviamo in una fase di prosperità, siamo nella situazione descritta da Lancaster: forte domanda di specificità, esasperata diversificazione delle nostre preferenze.

 

Quando consumiamo, vogliamo anche capire

  • dove è stato prodotto ciò che consumiamo,
  • qual è il simbolismo associato al prodotto,
  • se è stato sfruttato lavoro minorile nel produrlo,
  • se il prodotto ha viaggiato per moltissimi chilometri consumando, dunque, energia e risorse.

 

Quattro grandi temi
Nel confronto voi avete declinato le opzioni di mercato dell’offerta di diversità lungo quattro direttrici:

  • l'agricoltura
  • l'energia
  • la tutela delle risorse naturali
  • il turismo

 

L’agricoltura

L’agricoltura, il grande nuovo protagonista.

 

Nei miei anni all’Oecd ho sentito assai la tesi per cui l’importanza dello sviluppo rurale sta nelle amenities che possono offrire. Certo, le amenities vanno bene, ma bisogna saperle vendere. E prima di tutto si vendono se c’è la citata domanda di diversità, una domanda di prodotti agricoli, zootecnici, boschivi.

 

L’agricoltura è un tema fondamentale per queste aree.


Le iniziative proposte possono senz’altro indirizzare le scelte da compiere, di cui tener conto nel documento strategico. 
Assumono a mio avviso rilevanza centrale la contrazione delle filiere, la rottura dei monopsoni, la scommessa sul branding. Ma anche lo sfruttamento della sinergia tra agricoltura e paesaggio, perché le produzioni agricole sono di qualità lì dove la superficie agricola non cede il passo ad opere di urbanizzazione.

 

Una buona agricoltura implica la non distruzione del paesaggio e, quindi, la sua conservazione.

 

L’energia

Avete proposto molte iniziative da compiere, che non saranno i criteri per dire “sì” o “no” ai progetti, ma possono fungere da indirizzo. Occorre utilizzare le risorse del vento, dei boschi e dell’acqua – sì, ancora la vecchia acqua! Ci sono assonanze storiche antiche, perché l’acqua è già stata parte di una visione dello sviluppo del Paese, ma oggi dobbiamo inventare un nuovo rapporto tra questa risorsa e le città. Ragionando da economisti, possiamo analizzare quelle esternalità che derivano dalle risorse possedute dalle aree interne che, oggi, potrebbero essere internalizzate: potrebbero esservi possibilità di guadagni, per le aree interne, provenienti dalla cura che esse pongono nella produzione e nella fornitura di tali risorse.

 

La tutela delle risorse naturali

La terza tematica affrontata è la tutela delle risorse naturali. In particolare, avete parlato di “tutela attiva”. Anche in riferimento a questo aspetto emerge un profilo di esternalità positive per le città, che dalla tutela delle risorse naturali traggono benefici straordinari, evitando di essere devastate dalle frane o dall’arrivo eccessivamente tumultuoso delle acque. Evitando di perdere vite umane. Risvolti positivi per la collettività nel suo complesso emergono anche in termini di risparmio di spesa pubblica da destinare, ex post, al ripristino di aree devastate da eventi naturali catastrofici, aree che puntualmente non erano state messe in sicurezza in passato. Questi benefici possono essere scontati? Si può immaginare di anticiparli, di avere una “cassa” – usiamo un po’ di fantasia – che preveda che il Paese avrebbe speso, da un dato momento in poi, una determinata cifra qualora determinati territori non fossero messi in sicurezza? C’è qualche soggetto disposto ad anticipare questi soldi?

 

Il turismo

La quarta tematica affrontata è il turismo. Se ne era parlato a lungo e con idee nuove e metodologie a Roma, con una forte enfasi su modelli diversi di sviluppo dei borghi. Sempre con grande attenzione alla domanda! In questi due giorni abbiamo sentito anche che in alcuni casi i flussi di turismo possono rappresentare uno strumento di domanda di servizi, essenziali o meno essenziali, che vengono tenuti in vita anche in ragione del flusso turistico.

 

Il lavoro

Nel corso del Forum la relazione domanda‐lavoro è stata affrontata soprattutto dal punto di vista demografico, di un lavoro attraente per tutti, sopratutto per i giovani, che sono la chiave per la sostenibilità demografica di alcuni di questi territori.

 

Sul lavoro attraente per tutti i giovani sono state svolte tre considerazioni importanti.
Primo.

Innanzitutto, occorre coltivare e modernizzare lo spunto identitario, ma alla maniera di Sen, cioè aperta e non autoreferenziale.

 

L’orgoglio della diversità è stimolato dall’innovazione, ossia dal lavoro vivo che si applica al lavoro morto, quello incorporato nella natura antropizzata, nei borghi, nelle opere d’arte, nei ponti, nei viadotti e strade, nelle dighe.

 

L’orgoglio per il proprio borgo e per le sue vecchie terrazze deve tradursi nell’impiego del lavoro vivo che si cumula su quel lavoro morto. Per innovare ci vogliono idee, ci vogliono soggetti creativi, ma anche lavoro e voglia di svolgerlo.

 

L’innovazione può rendere attraente il lavoro per i giovani.


Secondo.

Occorre poi pensare a una formazione mirata, secondo l’esempio illustrato dall’Umberto I di Alba, o seguendo l’idea del rilancio delle cattedre ambulanti, una esperienza straordinaria vissuta faticosamente dal Sud e gioiosamente dal Centro‐ Nord.

 

Le cattedre ambulanti possono essere reinventate attraverso il web, che è il modo nuovo di far arrivare gli strumenti e le capacità che occorrono ai giovani e alle persone che hanno idee.

 

La formazione mirata si attua anche operando un collegamento sempre più intenso fra scuola e occasioni di produzione.

 

Una prospettiva che può contribuire a rendere il lavoro attraente per tutti, soprattutto per i giovani, è, infine, da individuarsi nella necessità di restituire dignità alla manualità. È un punto fondamentale, perché ha a che fare con la pedagogia, con ciò che si insegna, non solo nelle aree interne ma anche nelle città:

«Io sono orgoglioso se qualcun altro è orgoglioso di me, se ho una reputazione»

.
Terzo.

L'altra dimensione da cui avete guardato al lavoro è quella del lavoro immigrato. Nello straordinario laboratorio di numeri che è stato costruito, la presenza degli immigrati nelle aree interne è stato quantificata nella misura del 5,4 per cento.

 

È un numero non ovvio e, soprattutto, non conosciuto. Il professor Golini ha ricordato che la presenza dell’immigrato è a un tempo decisiva per il rilancio di questi territori, ma anche possibile fonte di tensioni all’interno del contesto sociale: l’immigrato può creare una diluizione identitaria, in contrasto con la necessità di tenere giovani nati nel territorio.

 

Di qui la necessità di creare un ambiente appropriato per lo straniero e conservare, anzi promuovere l’orgoglio identitario dei giovani che rimangono.

 

È un problema risolvibile, dunque, ma occorre lavorare per favorire la conciliazione delle diverse identità o l’esaltazione reciproca di queste.

 

La cittadinanza

Passiamo al tema cittadinanza. Se non c’è attenzione al tema della cittadinanza, è inutile occuparsi del mercato e del lavoro.

 

È evidente che per noi il tema della cittadinanza è condizione necessaria alla prospettiva di sviluppo: senza cittadinanza non emerge una strategia per le aree interne. I temi affrontati hanno riguardato

  • la scuola,
  • la sanità,
  • la mobilità.


La scuola

La scuola nelle aree interne assolve essenzialmente a tre funzioni.

 

La prima, fondamentale, funzione della scuola è quella di “attrezzare” i giovani, e quindi di fornirgli una formazione adeguata che gli garantisca la libertà sostanziale, secondo Amartya Sen, di decidere se restare o andarsene.

Non si creano le scuole per far rimanere gli studenti, ma piuttosto per renderli liberi di scegliere. Ma liberi davvero, apprezzando il valore di restare e di andare.

 

La seconda funzione della scuola è, quindi, quella di fornire ai ragazzi gli strumenti per dare un senso, anche produttivo, a rimanere nella loro terra di nascita. Si tratta di una formazione mirata alle particolari attitudini e competenze che sono necessarie ai lavori a forte identità locale.

 

La terza funzione della scuola in queste aree è quella di divenire un centro civico; questo ruolo della scuola è nelle aree interne ancora più importante di quanto non lo sia nelle grandi città. Concordo con chi ha detto che la chiusura delle scuole delle aree interne alle 13.00 è un “crimine”.


Riprendendo alcuni suggerimenti del Ministro Profumo, dobbiamo mettere in agenda la costruzione di scuole che siano, persino nella loro configurazione infrastrutturale, adatte a un dato luogo e alle sue funzioni. Questo sta già avvenendo nelle punte più avanzate delle aree interne.


I dati presentati evidenziano una fortissima polarizzazione della dispersione scolastica nelle aree interne, specie nella scuola secondaria superiore. A fronte di moltissimi Comuni (tra il 27 e il 37 per cento a seconda delle Regioni) nei quali la dispersione scolastica è zero, ci sono anche molti Comuni (tra il 6 e il 12 per cento) dove la dispersione è altissima, maggiore del 5 per cento.

 

E ci sono segnali che anche in termini di competenze, mentre nel Centro Nord aree interne e centri urbani danno risultati simili, nel Sud le aree interne sono perdenti.

 

Questo divario ci segnala una forte polarizzazione, che corrisponde all’idea che ci stiamo creando tutti sul fatto che ci siano alcune aree interne che hanno funzionato molto bene e alcune che hanno funzionato molto male. Si registra una grande divaricazione nelle aree interne del Paese.


La salute

L’altro tema affrontato è la salute. L’accento è stato posto su tre distinti profili:

  • emergenze,
  • diagnostica,
  • “bisogno quotidiano”.

 

I dati riportati sono interessanti ma alcuni di questi sono fonte di preoccupazione, a partire da quello sui posti letto. C’è molta differenza tra posti letto nelle aree interne e in quelle "aree non interne”, sebbene in alcune realtà sia stata evidenziata la capacità del settore privato di rispondere a una potenziale domanda: occorre accertare se si tratti di un’esperienza isolata o generalizzata.

 

In mancanza di evidenze empiriche non può essere elaborata una strategia. Su due aspetti è tuttavia possibile soffermarsi.

 

Emergenze

Il primo è relativo alle emergenze; il divario temporale fra aree urbane e interne in termini di raggiungimento della struttura ospedaliera tra venti e settantacinque minuti deve essere assolutamente ridotto.

 

Nonostante la diversità anche morfologica dei territori, i tempi in cui sono affrontate le emergenze devono essere omogeneizzati, anche attraverso la presenza dei mezzi emergenziali in loco e con persone in grado di utilizzarli.

 

La diagnostica

La diagnostica apre un terreno di grande interesse, su cui molta Italia sta lavorando nel silenzio e nell’ignoranza dei media. L’obiettivo è di portare i servizi ai pazienti attraverso l’impiego della tecnologia e superando il gap digitale. In questo ambito il superamento o la riduzione del gap digitale non è finalizzata all’adempimento delle disposizioni di Bruxelles, ma risponde alla necessità vera delle aree interne: la tecnologia può aiutare e supportare la diagnostica e, per avere tecnologia, occorre il digitale.

 

Importantissima è poi la tecnologia postoperatoria, che consente di ridurre, a tre o quattro giorni, il postoperatorio di pazienti in situazioni difficili in ospedale
Anche in questo ambito è stato sollecitato un più forte coinvolgimento dei Comuni, ai quali si potrebbe fornire un quadro epidemiologico chiaro e tale da indirizzare le risorse disponibili alla fornitura di servizi di cui la popolazione ha effettivamente bisogno, e non di quelli di cui percepisce di aver bisogno

 

L’informazione ai cittadini modifica le preferenze che, diversamente, sono affidate a elementi soggettivi, ai propri spaventi e alle proprie paure.

 

La mobilità
Sulla mobilità i dati disponibili sono molti, e hanno consentito la costruzione delle mappe presentate. Dagli interventi sono emersi due spunti sul “che cosa fare”.

 

Ferrovie
Sul tema della ferrovia, delicatissimo e importante, è stato evidenziato che prima di decidere se procedere a nuovi forti investimenti, foss’anche soltanto di raddoppio, occorre porsi alcune domande sulla gestione.

 

Ciò non significa semplicemente valutare quanti passeggeri utilizzano il servizio nel momento attuale, perché altrimenti non si investirebbe in termini appropriati. Il raddoppio del binario può rappresentare, ho in mente il tratto Messina‐Catania‐Palermo, un fatto di civiltà. Non ci può essere un solo treno che impieghi due ore e venti minuti fino a Palermo, mentre tutti gli altri impiegano quattro ore.

Serve un sistema di rete che colleghi, anche se non è tema per noi, tre grandi aree metropolitane della Sicilia, rappresentando un radiante da cui poi si possa accedere alle aree interne.

 

Il trasporto collettivo

L’altro spunto di riflessione che segnalo riguarda le modalità di trasporto collettivo. Spetta alla popolazione residente nel territorio definire, in ragione delle sue necessità e delle attività produttive insistenti su esso, mutevoli nel tempo, le modalità e le caratteristiche del sistema del trasporto collettivo

Anche in quest’ambito occorre un più forte coinvolgimento dei Comuni, in quanto ente più prossimo al cittadino residente nelle aree interne. Nel caso della Sicilia, ad esempio, abbiamo bisogno di capire con i Comuni che tipo di raccordo con questa grande ferrovia si possa attuare.

Quest’azione richiederà comunque sei o sette anni, ma in questi sei o sette anni possiamo decidere come ridisegnare l’accesso, anche con riferimento agli aeroporti.
Per fare tutto questo, per scrivere una strategia e articolare queste linee con dati e fatti mirati, occorre la governance. E a questo tema arrivo.

 

La governance

Prima di passare alla definizione delle possibili linee di governance della strategia comunitaria devo cogliere quattro spunti, sollecitazioni importanti di politica nazionale emersi nelle due giornate. Si è detto che:

  • venga delineato un nuovo disegno istituzionale che preveda regole diverse per le città metropolitane e per le aree interne e, con riferimento a queste ultime, si riconosca maggiore autonomia e flessibilità all’istituto delle unioni dei Comuni;
  • venga introdotta una normativa fiscale coerente;
  • venga modificata la normativa sugli usi civici, sull’uso dei boschi, sulle aree demaniali e sui parchi, oggi troppo frammentata e vincolistica;
  • venga ripensato il Patto di stabilità.

 


La strategia sulle aree interne, sebbene non potrà dettare indicazioni puntuali riguardo a queste quattro questioni, potrebbe tuttavia contribuire ad evidenziarne la centralità.

 

Qualche battuta solo sul tema del Patto di stabilità. Qui la prima operazione da compiere è chiedere in Europa, come stiamo facendo, ma con ancora più forza, che il Patto di stabilità europeo preveda per il cofinanziamento nazionale di tutti i fondi comunitari la flessibilità che il Trattato già prevede.

Questa è la posizione che il Governo italiano e il Presidente Mario Monti hanno portato all’attenzione dell’Europa. E che ora va ripresa.

Noi ci auguriamo, e ci stiamo anche personalmente adoperando in tal senso, che il Parlamento possa mettere questo tema al centro della rinegoziazione, oggi in atto, del bilancio europeo.

 

L’obiezione che viene da alcuni Paesi, e a cui si deve saper rispondere, è la seguente:

se concediamo questa flessibilità, chissà che cosa metteranno i Paesi dentro gli investimenti. Chiameranno investimento anche ciò che non lo è”.

Questa obiezione incontra una risposta secchissima nel caso del cofinanziamento nazionale dei fondi comunitari, dal momento che questi ultimi sono totalmente monitorati.

 

Accanto a questa prima operazione, la più concreta, se ne possono aggiungere altre suggerite da voi relatori, e in particolare una revisione di un Patto che, ad oggi, provoca spesso disincentivazione di comportamenti virtuosi e, o, di incentivazione alla spesa perversa.


Una terza possibilità di intervento, che stiamo valutando è quella di accrescere la deroga al patto di stabilità interno che abbiamo previsto dal dicembre 2011.

 

E veniamo alla governance della strategia comunitaria. Dalle relazioni ascoltate emergono quattro messaggi forti, che riteniamo possano essere tradotti in una linea di lavoro.

 

  • Il primo messaggio è quello per cui la “scatola progettuale” si monta nei luoghi, ma può funzionare concretamente solo grazie a una forte strategia nazionale. La strategia serve per mantenere la coerenza e per imprimere una “scossa” ai luoghi in cui lo sviluppo è bloccato da classi dirigenti dominate da rentier.

 

  • Il secondo messaggio è l'idea che la programmazione comunitaria in materia di aree interne rappresenta un’occasione unica per coniugare azioni di sviluppo locale e una gestione associata dei servizi.

 

  • La terza indicazione è che la costruzione di una strategia per le aree interne può costituire un’occasione importante per introdurre, finalmente, politiche ordinarie per la scuola, la salute e la mobilità coerenti con le esigenze particolari delle aree interne. Come? La soluzione è molto semplice, e si chiama condizionalità ex ante: la si introduce nell’Accordo di partenariato con la Commissione Europea.

 

  • Il quarto messaggio riguarda necessità di assegnare i fondi ricorrendo il meno possibile ai bandi e il più possibile alla pianificazione. Una pianificazione il più possibile unitaria, evitando quella ridondanza di pianificazioni settoriali in cui per ogni tematica si ha una diversa lettura del territorio e, quindi, una diversa pianificazione.

 

Sulla base di queste indicazioni convergenti si profilano anche tre possibili disegni di governance che come le matriosche sono uno dentro l’altro: il terzo contiene il secondo e il primo, il secondo contiene il primo.

 

Un’ipotesi minimalista.

La prima è un’ipotesi minimalista. La strategia per le aree interne viene attuata dalle Regioni attraverso i Programmi operativi regionali.

Nei Programmi operativi regionali e nell’Accordo di Partenariato vengono stabilite tre condizionalità ex ante:

  • i Comuni, che partecipano, in gruppi, alla strategia, devono mettere anche in gestione associata fra loro i servizi;
  • i Ministeri della Salute, dell’Istruzione e delle Infrastrutture e le Regioni si impegnano per l’intero periodo a tenere conto, nel disegno normativo e nell’azione amministrativa ordinaria, dell’impatto delle proprie decisioni sulle aree interne e assicurano alcuni specifici impegni;
  • i fondi vengono impiegati minimizzando il ricorso a bandi e utilizzando in genere strumenti di pianificazione.

 

Un’ipotesi "riformista"

La seconda ipotesi può essere definita “riformista”. L’ipotesi riformista comprende quella ”minimalista” ma vi aggiunge:

il lancio di alcuni progetti pilota che operano secondo una metodologia nazionale gestita e partecipata a livello locale dai presìdi territoriali (Comuni, associazioni di Comuni, distretti sanitari e scuole) secondo una geometria che varia da luogo a luogo.

I progetti saranno costruiti attraverso strumenti negoziali quali, ad esempio, gli Apq, o la definizione di un Community Led Local Development ‐ che, tema per tema, vedranno fortemente coinvolte le Amministrazioni più rilevanti e interessate (Ministeri; Regioni; Province; Comuni e, o, Associazioni di Comuni altre), con l’intento esplicito di assicurare attorno a questi progetti il legame con le politiche ordinarie che costituiscono pre‐requisiti rilevanti.

 

I progetti pilota rappresentano un punto di riferimento, uno spazio in cui contestualmente si innova e si apprende dalla sperimentazione.

 

Un’ipotesi "d'attacco"

La terza ipotesi di governance è “di attacco”. L’ipotesi comprende, dunque, l’ipotesi minimalista e quella riformista, ma aggiunge a quest’ultima un elemento ulteriore, che renda il metodo più cogente. Ciò è possibile non già individuando una figura sovra‐ordinata, ma attraverso la costituzione di una “federazione di progetti”.

 

In altri termini, oltre ai progetti pilota viene data ai progetti l’opzione di “federarsi”.

Questa scelta implica, da un lato, l’adozione di requisiti più stringenti sul piano del metodo ma, dall’altro lato, la possibilità di disporre di una piattaforma di conoscenze e competenze.

 

In questo caso non sarà rilevante il fondo di finanziamento: si tratta quindi di progetti che potranno essere finanziati dalla politica regionale (Por), agricola, di sviluppo rurale (Psr), con il Fsc, ma anche da finanziamenti ordinari attinenti ad altre politiche settoriali

 

Non si tratta del vecchio concetto di assistenza tecnica ma piuttosto di una piattaforma di confronto. Il maggior portato dello scenario d’attacco è far uscire i singoli progetti dalle singole esperienze al fine di far progredire nel tempo la capacità dei protagonisti di attuare e innovare “insieme con e nella Federazione” la strategia.

 

A questi tre vantaggi si puo valutare per chi si federa anche una riserva premiale. Questa ipotesi va valutata con molta cautela, perché nel passato la previsione di riserve ha prodotto distorsioni e proceduralizzazioni.

 

I prossimi passi

A valle del convegno di Rieti dovranno succedere cinque fatti:

  • i contenuti del convegno saranno dibattuti nei tavoli appropriati;
  • entro quaranta giorni il team di indirizzo presenterà una proposta strategica, traendo le fila dalla visione che stiamo costruendo insieme;
  • entro quaranta giorni verrà anche resa disponibile una piattaforma informatica nella quale verranno resi disponibili i materiali, ma anche e soprattutto verranno riproposti gli stessi quesiti che hanno animato queste due giornate, affinché siano coinvolte anche persone che non sono potute intervenire, inserendo il proprio contributo o raccontando la propria esperienza o anche, semplicemente, esprimendo il proprio disaccordo sulla metodologia di lavoro scelta;
  • in quarto luogo la proposta “Rieti ovunque” , che ho molto apprezzato, di diffondere i contenuti di queste giornate in tutta la penisola attraverso la costruzione di un filmato che sintetizzi il lavoro svolto da mettere a disposizione di tutti coloro i quali, attraverso la Rete Anci e le reti delle Regioni, vorranno organizzare, dalla punta d’Italia fino a Pantelleria, alcuni incontri. Quattro sono già in programmazione;
  • in ultimo, nell’incontro di domani con i presidenti delle Regioni a Roma, gli interlocutori fondamentali con cui discutere queste tre ipotesi di governance, sarà mia cura condividere le conclusioni di questo convegno.

 

Federico Barca

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