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Classificazioni della conoscenza

Entriamo nell'ambito del Knowledge Management e iniziamo con una rassegna di definizioni della conoscenza. Ci accorgeremo quanto una diversa visione dell'oggetto del nostro interesse comporti un diverso, e pragmatico, approccio alla sua gestione. 

Per Maryam Alavi e Dorothy Leidner (2001) la conoscenza può essere considerata:

  • un oggetto da immagazzinare e da manipolare;
  • un processo di apprendimento e di azione che si focalizza nelll'applicazione delle esperienze maturate;
  • una capacità di influenzare le azioni future;
  • uno stato della mente che consente di ampliare la conoscenza individuale e applicarla alle necessità dell'organizzazione;
  • una condizione per accedere alle informazioni. 

Quest'ultima considerazione viene sviluppata da Richard T. Watson (1999) che sostiene come la conoscenza non sia la capacità di svolgere azioni, ma la capacità di utilizzare le informazioni a disposizione.  

Come anticipavamo, ogni definizione elencata determina una diverso approccio al Knowledge Management. Se la conoscenza è un oggetto, gestirla signfica crearne degli stock; se è un processo, la funzione del Knowledge Management consiste nella creazione, accumulo. condivisione e applicazione della conoscenza.

A complicare il panorama, richiamiamo, in questa veloce carrellata, Ralph Stacey (2001) per il quale «la conoscenza non è un oggetto o un sistema, ma un effimero processo attivo di relazioni». Come tale non è possibile immagazzinarla e portarla alla luce con la ricerca scientifica.

 

La doppia natura della conoscenza

Approfondisce questa impostazione Dave Snowden (2002) introducendo la doppia natura della conoscenza: oggetto e flusso. Una visione che ci ricorda quella della luce.

Se duplice è la natura della conoscenza, plurale è la sua gestione: non è più sufficiente curarla solo nei contenuti, ma anche nel contesto e nella narrazione e in questa prospettiva ci proponiamo di rivedere anche il ruolo della comunicazione, quale ambito coinvolto nella stessa gestione della conoscenza. Ne abbiamo parlato qui.

Oltre all'interessante approccio alla natura ambigua della consocenza, Snowden individua tre generazioni di Knowledge Management

  1. prima del 1999: la consocenza è percepita come qualcosa da gestire e l'attenzione è concentrata sulla creazione di "gestionali" efficaci, anche in relazione alla sempre maggiore potenza dell'Information Technology;
  2. Il 1995 rappresenta uno spartiacque pe rla nascita della seconda generazione, l'intensificarsi dell'uso dell'informatica e una maggiore consapevolezza del ruolo strategico della conoscenza si sviluppa sulla base del modello Seci e della distinzione tra conoscenza tacita e conoscenza esplicita. 
  3. La terza generazione è quella che scopre la doppia natura della conoscenza; gestirla significa, lo ripetiamo, curare contesto e narrazione. 

 

Bibliografia

Maryam Alavi; Dorothy E. Leidner
Review: Knowledge Management and Knowledge Management Systems:
Conceptual Foundations and Research Issues
2001, MIS Quarterly, volume 25, numero 1, pagine 107-136

 

Richard T. Waston
Data Management. Databases and Organizations.
1999, John Wiley & Sons, New York.

 

Ralph Stacey
Complex Responsive processes in organizations: learning and knowledge creation.
2001, Routledge, London.

 

David Snowden
Complex acts of knowing: paradox and descriptive self-awareness
2002, Journal of Knowledge Management, volume 6 Iss 2, pagine 100 - 111

 

Fonti

Alberto F. de Toni, Andrea Fornasier

Knowledge Management

Guida del Sole24Ore

2012 Gruppo Sole24Ore, Milano

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Economia della conoscenza

Mettere in atto la conoscenza significa generare valore. 

Un tema che risale fin dai tempi più antichi ma che oggi sta assumendo il profilo di approccio strategico di fronte al cambiamento sociale ed economico che abbiamo la fortuna (o la sfortuna, scegliete voi) di vivere. 

 

La conoscenza è una risorsa

economica che, però, non fa più solo parte dei catalizzatori della generazione di ricchezza; essa stessa è ricchezza, è bene (economico). 

Ma non è un bene come tutti gli altri, si comporta in modo strano, rispetto agli altri, e per questo ha bisogno di un’attenzione particolare. 

 

I mediatori cognitivi

OfficineEinstein ha scelto di occuparsene perché crede che questa attenzione debba essere dedicata prima di tutto dai comunicatori, che rivestono il difficile e importante ruolo di mediatori cognitivi. 

Per abbassare tutto più a livello dello sguardo: d’accordo creare relazione e credibilità. Ma per raccontare cosa? Per far conoscere come? 

 

Il gioco si fa duro.