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I sei cambiamenti

Rullani, nel testo riferimento per questa sezione del sito, denuncia i sei cambiamenti che, volenti o nolenti, ci richiamano alla necessità di maneggiare la conoscenza in un altro modo. 

Partiamo da qui. 

Primo

quando parliamo di conoscenza è diverso il concetto di proprietà. Essa è personale e, questa volta, le persone in carne e ossa sono i soggetti economici. Ciò significa ridefinire il rapporto costi ricavi. In bocca al lupo.

 

Secondo

i territori acquistano un nuovo ruolo perché sono depositari di un bagaglio di conoscenze (senso, estetico, semantico, linguistico) che lo rendono l’ipertesto per eccellenza, un vero e proprio mondo da esplorare. Se il segreto è nell’integrazione delle conoscenze, il territorio è la sua prima rivelazione.

 

Terzo

si può parlare di capitalismo personale, le persone rientrano da protagonisti nella loro complessità. Il paradigma esclusivamente utilitaristico finora conosciuto non funziona più: è necessaria (attenzione non bello o divertente, ma necessaria) la “mobilitazione” di energie personali profonde per l‘esplorazione del possibile. Da entrambi i lati, piccolo particolare.

 

Quarto

il tempo è creativo. La conoscenza è una risorsa dissipativa: ciò significa che la copia successiva ha perso una grande quantità di valore dell’originale. Dobbiamo, quindi, essere in perenne aggiornamento, in un eterno presente, da comprimere in micro atti organizzati.

 

Quinto

esternalità, discontinuità, asimmetrie. La propagazione della conoscenza realizza attraverso così tante figure, cose e processi che è semplicemente impossibile mettere ordine; non c’è regolarità nel processo.

 

Sesto

signore e signori, vi presentiamo la com-plessità. Alla faccia di chi pensa che il suo lavoro (o quello dei suoi colleghi) sia la semplificazione scontata, nell’economia della conoscenza troppe le regole, troppe e imprevedibili le variabili in gioco, troppe le varietà eccedenti. Il tutto condito da un’indeterminatezza che richiede un atteggiamento sperimentale, di esplorazione delle possibilità aperte.

 

Questa la ripeto, in grassetto: richiede un atteggiamento sperimentale, di esplorazione delle possibilità aperte. Io aggiungerei anche di quelle chiuse. Ancora esplorazione, perché non è divertente conoscere la soluzione, ma meravigliarsi di ciò che non pensavi esistesse.

 

Fonti

Rullani Enzo, Economia della conoscenza, Carrocci, 2004

«Oggi si cerca di catturare qualcosa di nuovo e di diverso puntando su fenomeni produttivi che sono intrinsecamente spostati sul versante delle conoscenze contestuali e personali». (pagina 90)

«I comportamenti innovativi, le assunzioni di rischio, la disponibilità a cooperare sono risultati che non possono essere ottenuti semplicemente pagando, ma che richiedono la mobilitazione di energie personali profonde, irraggiungibili se ci si limita a sollecitare convenienze opportunistiche». (pagina 133)

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Economia della conoscenza

Mettere in atto la conoscenza significa generare valore. 

Un tema che risale fin dai tempi più antichi ma che oggi sta assumendo il profilo di approccio strategico di fronte al cambiamento sociale ed economico che abbiamo la fortuna (o la sfortuna, scegliete voi) di vivere. 

 

La conoscenza è una risorsa

economica che, però, non fa più solo parte dei catalizzatori della generazione di ricchezza; essa stessa è ricchezza, è bene (economico). 

Ma non è un bene come tutti gli altri, si comporta in modo strano, rispetto agli altri, e per questo ha bisogno di un’attenzione particolare. 

 

I mediatori cognitivi

OfficineEinstein ha scelto di occuparsene perché crede che questa attenzione debba essere dedicata prima di tutto dai comunicatori, che rivestono il difficile e importante ruolo di mediatori cognitivi. 

Per abbassare tutto più a livello dello sguardo: d’accordo creare relazione e credibilità. Ma per raccontare cosa? Per far conoscere come? 

 

Il gioco si fa duro.