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I pregiudizi sulla conoscenza

Chi lavora nella comunicazione sa quanto sia difficile accreditare il proprio ruolo al di là della bella brochure. Perché? Anche in questo caso Rullani è illuminante. Ci sono quattro pregiudizi da sfatare. Il pregiudizio settoriale, quello storico, quello competitivo e, infine, quello epistemologico.

 

Il pregiudizio settoriale

Questo pregiudizio si manifesta quando il valore della conoscenza è riconosciuto solo nei settori con un grado alto di conoscenze rilevanti: la scienza, la tecnologia, l’innovazione dei processi e dei prodotti, il capitale umano, le risorse professionali. Una sorta di elitè delle discipline intoccabili.

Sono proprio questi settori che faticano di più a riconoscere alla comunicazione la competenza dell’interpretazione delle conoscenze per una loro traduzione comprensibile, quasi questa fosse un’inflazione del valore, perché resa alla portata di tutti.

Ora attenzione: possiamo affermare con certezza che Internet, il grande mediatore del sapere, ha eliminato le conoscenze specializzate, oppure ha consentito l’approfondimento per poter sviluppare altre conoscenze tecniche? Riflettiamoci.

 

Il pregiudizio storico

Cerchiamo di semplificare: “bello perché nuovo”. Una visione che punta solo sull’innovazione, dimenticandosi del resto e quasi demonizzando la tradizione. L’economia della conoscenza, invece, non si può permettere questo lusso, perché coinvolge il processo nel suo complesso e nessuno più di noi, abitanti del vecchio continente, sa quanto il vecchio sia importante. Ecco perché contro la dicotomia nuovo vs vecchio, la conoscenza richiede l’integrazione vecchio con nuovo. Proviamo a mischiare, a far compenetrare le due nature nelle loro fibre e vediamo che succede.

 

Il pregiudizio competitivo

C’è sempre stata la meravigliosa differenza tra offerta e domanda. Nella conoscenza questa differenza si rompe completamente perché chi offre, domanda; e chi domanda, offre. Un passaggio che in comunicazione è molto chiaro quando si parla di un passaggio del “comunicare a” a “comunicare con”. Io risolvo pensando che si potrebbe anche “comunicare per”.

 

Il pregiudizio epistemologico

La conoscenza è utile se produce lo stimolo per cercare altra conoscenza. Se accende la curiosità, se ci rende esplorativi. Questa esperienza è assolutamente quotidiana e anche se oggi si chiama serendipity, credo sia intrinseca nella nostra natura, e per questo l’uomo è così affascinante.

 

Fonti

Enzo Rullani, Economia della conoscenza, Carrocci, 2004, 438 pagine

«Ma anche da una ragione dinamica, esplorativa: avanzamenti importanti nel sapere sono effetto - più spesso di quanto si creda - della serendipity, ossia della capacità di muoversi in campo aperto senza obiettivi troppo vincolanti, potendo così trovare anche cose molto diverse da quelle inizialmente cercate» (Merton, Barber, 1992, pagina 81)

 

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Economia della conoscenza

Mettere in atto la conoscenza significa generare valore. 

Un tema che risale fin dai tempi più antichi ma che oggi sta assumendo il profilo di approccio strategico di fronte al cambiamento sociale ed economico che abbiamo la fortuna (o la sfortuna, scegliete voi) di vivere. 

 

La conoscenza è una risorsa

economica che, però, non fa più solo parte dei catalizzatori della generazione di ricchezza; essa stessa è ricchezza, è bene (economico). 

Ma non è un bene come tutti gli altri, si comporta in modo strano, rispetto agli altri, e per questo ha bisogno di un’attenzione particolare. 

 

I mediatori cognitivi

OfficineEinstein ha scelto di occuparsene perché crede che questa attenzione debba essere dedicata prima di tutto dai comunicatori, che rivestono il difficile e importante ruolo di mediatori cognitivi. 

Per abbassare tutto più a livello dello sguardo: d’accordo creare relazione e credibilità. Ma per raccontare cosa? Per far conoscere come? 

 

Il gioco si fa duro.