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E se parlassimo di bioetica?

Mettiamola così: che alla fine siamo tutti sensibili all'adulazione. Nel caso specifico a dei semplici, spartani complimenti, che ci sembrano convinti per la rigorosa assenza di enfasi. Aggiungiamo che ci piace pensare a OfficineEinstein come un magazine libero, che discute e dibatte i vari temi che condizioneranno o disegneranno il nostro futuro, professionale e... privato. Una tribuna aperta anche a chi non la pensa esattamente come noi, (che poi essendoci un "noi", è evidente che molte sono le sfumature che non ci vedono unanimi, per fortuna!).

 

Il risultato è stato che quando Stefano Ancillotto ci ha scritto:

 

«mi complimento per l'inusitata (direi che è un vocabolo adatto) creazione del vostro format. E vi allego un link alla mia pagina Facebook (…) Da alcuni anni mi occupo di bioetica, sono formatore presso alcune aziende ospedaliere. Nella pagina che vedrete non sono espressi i contenuti dei miei corsi che se vorrete vi invierò, ma una visione d'insieme che parte con l'uomo per destinazioni più umane.... Potrebbero esserci sinergie fra di noi?»

 

ci siamo detti: «perché no!» e siamo andati sulla pagina suddetta. A questo punto ci siamo un po' spaventati perché, leggendo i vari post, una cosa ci è apparsa chiara: che non è chiaro dove finisce. Nel senso: dove va a finire, la bioetica? O, meglio, la visione bioetica di Stefano Ancilotto? Da una parte esclude l'etica perché l'individua come regola sociale che limita la libertà individuale; non facciamo fatica a dare credito a Baumann, teorico della società liquida, quando denuncia che dietro l’istituzione della morale c'è la presenza di interessi collettivi. Possiamo andare anche oltre e togliere la parola "collettivi". Torniamo indietro: se c'è la parola "collettivi" (dietro l’istituzione della morale c'è la presenza di interessi collettivi) non ci scandalizziamo troppo: siamo animali sociali e dobbiamo vivere in modo socialmente sostenibile. Questo vuol dire regole (morali e non) e interessi (meglio collettivi, ma con diritto di "cittadinanza" anche per quelli individuali).

 

Siamo andati allora sul salvagente del dubbio amletico, wikipedia, e alcune sue definizioni "storiche" di bioetica ci hanno riavvicinato al tema.

 

Fritz Jahr

«La coniazione del termine bioetica è attribuita a Fritz Jahr, che nel 1927 parlò di «imperativo bioetico» riguardo allo sfruttamento di fauna e flora da parte dell'uomo».

 

Van Rensselaer Potter

«Con il significato attuale il termine fu adoperato per la prima volta dall'oncologo statunitense Van Rensselaer Potter (1911-2001), che lo utilizzò nel 1970 in un articolo pubblicato sulla rivista dell'Università del Wisconsin "Perspectives in Biology and Medicine" con il titolo «Bioetica: la scienza della sopravvivenza». Nel 1971 lo stesso autore raccoglieva vari articoli su questi argomenti in un libro intitolato Bioethics: Bridge to the future (Bioetica: un ponte verso il futuro) dove scriveva:
«Ho scelto la radice bio per rappresentare la conoscenza biologica, la scienza dei sistemi viventi; e ethics per rappresentare la conoscenza del sistema dei valori umani.»
Potter spiegava il termine bioetica come la scienza che consentisse all'uomo di sopravvivere utilizzando i suoi valori morali di fronte all'evolversi dell'ecosistema. La bioetica doveva essere «un'ecologia globale di vita».

Un'ecologia globale di vita: ci piace!

 

André Hellegers

«I ricercatori del Kennedy Institute, ed in particolare l'ostetrico olandese E. André Hellegers definirono la bioetica come una branca dell'etica dedita allo studio e alla ricerca della biomedicina.
In senso più aderente alla filosofia André Hellegers considerava la bioetica come un nuovo aspetto del dialogo socratico capace cioè di far interloquire la medicina, la filosofia e l'etica alla ricerca di verità condivise.»

Tosto, ma anche questo, ci piace!

 

Torniamo a Stefano

Abbiamo letto qualche post, dicevamo, e non abbiamo capito dove va a finire il pensiero di Stefano. La cosa poi non ci interessa neanche troppo. Il futuro prossimo che ci attende dovrà mettere in discussione tanti paradigmi attuali, per crearne di nuovi. Tra questi c'è sicuramente quello di riconoscere ai lettori la fiducia di essere in grado divalutare loro stessi senza intermediazione quanto viene scritto. E' uno dei valori della rete, la disintermediazione.

 

Presupposto è che il sistema educativo e formativo riesca a fornire a ogni individuo i filtri di valutazione per fargli discernere la fonte (e gli interessi che la fonte porta avanti) e la finalità ultima di quanto viene scritto.
Inoltre si può accettare anche un etica individuale, per noi, al momento, la valutazione dipende, ancora una volta, dal livello di maturità sociale degli individui.
Insomma sono argomenti dove la vera difficoltà è trovare il punto di equilibrio.

 

Ancora wikipedia

«La bioetica (dal greco antico ἔθος (o ήθος), "èthos", carattere o comportamento, costume, consuetudine e βίος, "bìos", vita) è una disciplina che si occupa delle questioni morali collegate alla ricerca biologica e alla medicina».

E fino a qui ci siamo.


«Nella bioetica sono coinvolte varie discipline come filosofia, filosofia della scienza, medicina, biologia, genetica, epigenetica, embriologia, giusnaturalismo, diritto, così come le problematiche collegate alle varie visioni morali atee, spirituali o religiose ed all'esercizio del potere politico sul corpo dei cittadini (biopolitica)».

E qui diventa ancor più chiaro che ci stiamo impelagando in un bel casino.


«Coloro che trattano del tema della bioetica sono quindi specialisti in varie discipline, come filosofi, giuristi, sociologi che vengono chiamati con il termine di "bioeticisti", o più comunemente "bioetici"»

.

Le nostre conclusioni

Resta, peraltro vero, che una testata giornalistica deve portare avanti una sua linea culturale, editoriale e valoriale. Il giornale, come l'individuo, deve avere un suo pensiero. Quindi abbiamo deciso di lasciare voi liberi di valutare. Pubblicheremo qualche intervento di Stefano, incominciando da questo, stando attenti che nello svolgersi dei ragionamenti non si oltrepassino dei confini che ci fanno leggere interessi e motivazioni non condivisibili in termini assoluti.

Vediamo, dunque, come andrà, perché un'altra delle linee guida del nostro futuro è di avere il coraggio, che dovrà diventare un'abitudine, di lasciare le briglie sciolte, ma tenendole in mano, piuttosto che, per essere sicuri di avere sempre tutto sotto controllo, non godere mai del piacere del vento in faccia che si prova quando si va al galoppo.


Buona lettura, allora; aspettiamo i vostri commenti.

Luca Massacesi

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Etica e beni comuni

Dei beni comuni non se ne occupa nessuno. Solo i cittadini. E nel farlo si dimostrano culturalmente e politicamente più avanti della classe "dirigente", avendo capito che dalla cura dei beni comuni dipende la qualità delle loro vite. Dell'etica non se ne occupa nessuno. Nemmeno i cittadini.

Cosa sono i beni comuni?

Sono beni sia materiali (acqua, aria, paesaggio, spazi urbani, ambiente, territorio, beni culturali, strade, scuole, ospedali, biblioteche, musei), sia immateriali (riconoscimento del merito, etica,legalità, salute, conoscenza, cultura, lingua, memoria collettiva). Cos'é l'etica? Un bene comune

I beni comuni non sono nè pubblici (nel senso di beni dello Stato), nè privati. Nessuno può possedere i beni comuni, ma tutti li possono usare. Se vengono rispettati e utilizzati, si vive meglio.

Perché beni comuni e etica insieme?

Perché la cura dei primi e l'ossessiva regola personale della seconda sono le chiavi per un salto impressionante nella qualità della nostra vita, in particolare in Italia. E perché in entrambi i "casi" la situazione del nostro Paese è drammatica.