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Lo spread reputazionale dell'Italia

 Riporto da 'repubblica.it', 7 giugno 2014

«Il Censis sottolinea anche come pur essendo ancora la seconda potenza manifatturiera d'Europa e la quinta nel mondo (l'ottava secondo Confindustria), l'Italia detenga solo l'1,6 per cento dello stock mondiale di investimenti esteri, contro il 2,8 per cento della Spagna, il 3,1 per cento della Germania, il 4,8 per cento della Francia e il 5,8 per cento del Regno unito.

A pesare è anche il fattore reputazionale accumulato negli anni a causa “di corruzione diffusa, scandali politici, pervasività della criminalità organizzata, lentezza della giustizia civile, farraginosità di leggi e regolamenti, inefficienza della pubblica amministrazione, infrastrutture carenti”. Un deficit che difficilmente sarà colmato nel breve periodo anche in scia agli scandali che hanno travolto l'Expo di Milano e il Mose di Venezia. 

 

D'altra parte meno sarà efficacie l'azione di contrasto al malcostume italiano, più salirà lo spread tra i fondamentali che restano solidi (dal valore del made in Italy alle eccellenze manifatturiere; dallo stile di vita alle grandi bellezze artistiche e paesaggistiche) e il giudizio complessivo degli investitori internazionali sul Paese. Fino ad allora, l'Italia continuerà ad occupare il 65esimo posto nella graduatoria mondiale dei fattori determinanti la capacità attrattiva di capitali per un Paese, considerando le procedure, i tempi e i costi necessari per avviare un'impresa, ottenere permessi edilizi, allacciare una utenza elettrica business o risolvere una controversia giudiziaria su un contratto.

 

In testa alla classifica restano Singapore, Hong Kong e Stati Uniti, ma in Europa siamo lontani da Regno Unito e Germania, posizionati rispettivamente decimo e al ventunesimo posto.
“In tutta l'Europa, dice il Censis, solo Grecia, Romania e Repubblica Ceca presentano condizioni per fare impresa più sfavorevoli delle nostre.

 

Per ottenere tutti i permessi, le licenze e le concessioni di costruzione, in Italia occorrono mediamente 233 giorni, 97 in Germania. Per allacciarsi alla rete elettrica servono 124 giorni in Italia, 17 in Germania. Per risolvere una disputa relativa a un contratto commerciale il sistema giudiziario italiano impiega in media 1.185 giorni, quello tedesco 394.

Secondo la classifica del “Reputation Institute di New York”, che si basa su 42mila interviste volte a misurare fiducia, stima, ammirazione, interesse verso una cinquantina di Paesi, nel 2013 l'Italia si colloca in 16ma posizione, ma abbiamo perso quattro posizioni rispetto al 2009, quando eravamo al 12mo posto".»

 

La vera cultura anti impresa

Allora è questa la vera 'cultura anti-impresa' di cui ogni tanto qualcuno ciancia.
Non l'articolo 18. Non la scarsa flessibilità del mercato del lavoro. Non i comunisti. Non la lotta di classe. Non le favole che ci raccontiamo.
Quando lo capiremo smetteremo di 'proiettare'.


E soprattutto di prenderci in giro con la retorica insopportabile che spergiura che da domani 'chi ruba verrà mandato a casa a calci nel sedere'. Perché basterebbe farlo. Oggi. Subito. 

Senza proclamare finte minacce.
Senza creare nuove norme.


Semplicemente appellandosi all'etica pubblica.

Con i comportamenti che qualunque leader politico, se volesse, potrebbe attuare in base a valutazioni politiche che la politica, autonomamente, ha il dovere di formulare. Se non vuole comodamente nascondersi dietro la magistratura: salvo poi accusarla di indebita ingerenza e di inchieste 'a orologeria', naturalmente di 'stampo politico'.
Senza aspettare i dieci anni della Cassazione. Sperando che nel frattempo arrivi la prescrizione.
E nascondendosi dietro quel 'garantismo' che in Italia significa solo garanzia di impunità.
Tranne che per chi ruba i polli, naturalmente.

 

Fonti

Censis: gli investimenti esteri in Italia crollano del 58%, Repubblica.it

 

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Etica e beni comuni

Dei beni comuni non se ne occupa nessuno. Solo i cittadini. E nel farlo si dimostrano culturalmente e politicamente più avanti della classe "dirigente", avendo capito che dalla cura dei beni comuni dipende la qualità delle loro vite. Dell'etica non se ne occupa nessuno. Nemmeno i cittadini.

Cosa sono i beni comuni?

Sono beni sia materiali (acqua, aria, paesaggio, spazi urbani, ambiente, territorio, beni culturali, strade, scuole, ospedali, biblioteche, musei), sia immateriali (riconoscimento del merito, etica,legalità, salute, conoscenza, cultura, lingua, memoria collettiva). Cos'é l'etica? Un bene comune

I beni comuni non sono nè pubblici (nel senso di beni dello Stato), nè privati. Nessuno può possedere i beni comuni, ma tutti li possono usare. Se vengono rispettati e utilizzati, si vive meglio.

Perché beni comuni e etica insieme?

Perché la cura dei primi e l'ossessiva regola personale della seconda sono le chiavi per un salto impressionante nella qualità della nostra vita, in particolare in Italia. E perché in entrambi i "casi" la situazione del nostro Paese è drammatica.