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Charlie Hebdo: le nuove regole morali planetarie

Questo redazionale è stato scritto tra il 7 e il 9 gennaio 2015, a fatti in corso.

 

L’attacco proditorio alla redazione di Charlie Hebdo a Parigi di ieri mi lascia senza fiato. Non pensavo alla mia età di rimanere ancora scosso da situazioni del genere. Era il mio sessantatreesimo compleanno, lo ricorderò. E mi sono posto una serie di interrogativi di tipo sociale in vista di una riflessione di tipo etico-religioso e dei suoi risvolti comportamentali per una convivenza civile.

 

Interrogativi e conseguenze sociali

Primo: la nostra crescente indifferenza e memoria short-sighted (dalla vista corta) verso gli avvenimenti mondiali da deprecare porta a conseguenze nefaste se non si prendono i necessari provvedimenti sulle linee di azione successive, o non si apprende dal passato, come si direbbe in gergo lessons learned (lezioni imparate). Gli effetti della nostra indifferenza sono sotto gli occhi di tutti.

 

Secondo: dobbiamo ripensare lo stare insieme in questo pianeta in un modo nuovo, senza per questo rinunciare alle nostre differenze. Le conseguenze sono che ci vorranno decenni, spero non secoli, per recuperare dialoghi interreligiosi e interculturali per colmare questo gap, con ruoli e persone da dedicare a questo scopo e recuperare le ricchezze e i talenti personali.

 

Terzo: senza una presa di posizione e una discussione approfondita sulle regole della convivenza civile nel pianeta, religioni incluse, non potremo avere ancora molto tempo per pensare di cavarcela alla bell’e meglio, sperando di passare inosservati. Marshall McLuhan ci ha a suo tempo insegnato che il mondo è un villaggio globale mediatico (“il mezzo è il messaggio”), oggi, con internet e i social network, potremmo dire che il mondo è una famiglia globale e quindi i rapporti e i termini dei comportamenti vanno continuamente ridefiniti, concordati e condivisi, per evitare conflitti interni e più in generale di rimanere senza ossigeno, o, più semplicemente, senza la borsa della spesa riempita per mangiare.

 

Libertà di espressione: aspetti etico-religiosi

La mia riflessione prosegue sul concetto di libertà che i giornali di questi giorni si stanno rincorrendo a citare. Nelle tre religioni monoteiste, se non sbaglio, chi guida è Mosè, poi le declinazioni ebraica, cristiana e musulmana portano a dei dettati comportamentali estremamente differenti.

 

Di seguito una mia veramente succinta e personale semplificazione degli effetti. In quella islamica regna la conformità (compliance) e l’ortodossia, ovvero il rispetto delle regole religiose e la punizione per gli infedeli, in quella ebraica la supremazia, ovvero il predominio sugli altri come popolo eletto, e le conseguenze di inclusione o emarginazione, in quella cristiana la tolleranza agli errori e l’estensione del libero arbitrio fino al concetto di redenzione.

 

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Di fatto nasce una questione di tipo etico:

  • chi può avere più ragione di altri nello stabilire regole di comportamento e modalità di condivisione?
  • e poi di cosa o su cosa in particolare?

Qui il tema che si pone è quello della libertà di espressione (Ndr: satira politico-religiosa di Charlie Hebdo), già ma se c’è di mezzo la religione, tutto si complica e non di poco.

 

Kant e la morale: etica e deontologia dei comportamenti.

Se ci poniamo sul piano materiale ritorniamo a concetti di deontologia citati da Immanuel Kant ed altri. L’etica in filosofia indica infatti

«una branca di tale disciplina che studia i fondamenti razionali che permettono di assegnare ai comportamenti umani uno status deontologico, ovvero distinguerli in buoni, giusti, leciti, rispetto ai comportamenti ritenuti ingiusti, illeciti, sconvenienti o cattivi secondo un ideale modello comportamentale».

 

Analogamente la deontologia, in contrapposizione al consequenzialismo (che determina la bontà delle azioni dai loro scopi), afferma che

«fini e mezzi sono strettamente dipendenti gli uni dagli altri, il che significa che un fine giusto sarà il risultato dell'utilizzo di giusti mezzi».

 

Kant, per quanto riguarda la formulazione della deontologia (studio sui doveri, dover essere, dal greco) indica che per stabilire un sistema etico non bisogna dipendere da esperienze soggettive, ma da una logica inconfutabile, ovvero da un sistema oggettivo. Quindi, nella sua visione, la correttezza etica di un comportamento dovrebbe essere un dovere assoluto e innegabile (imperativo categorico), determinato dalla logica, alla stessa maniera in cui nessuno potrebbe negare che due per due fa quattro.

 

Imperativo ipotetico e imperativo categorico

Secondo Kant, gli esseri umani occupano uno speciale posto nella creazione, e la moralità può essere definita come somma ultima dei comandamenti della ragione, o imperativi, da cui derivano tutte le obbligazioni ed i doveri. Egli definì un imperativo come una proposizione che dichiara una certa azione (o inazione) essere necessaria.

 

Un imperativo ipotetico costringe all'azione in determinate circostanze: se io desidero dissetarmi devo assolutamente bere qualcosa.

Un imperativo categorico, d'altro canto, denota un'assoluta e incondizionata richiesta che dichiara la sua autorità in qualsiasi circostanza, entrambi necessari e giustificati come un fine in se stesso.

 

Prima formulazione:

«Agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere nello stesso tempo come principio di legislazione universale»

 

Altre due formulazioni dello stesso imperativo categorico:

«Agisci in modo da trattare l'umanità, tanto nella tua persona quanto nella persona di ogni altro, sempre nello stesso tempo come un fine, e mai unicamente come un mezzo».

«Agisci in modo tale che la tua volontà possa, in forza della sua massima, considerare contemporaneamente se stessa come universalmente legislatrice».

 

20150109-charlie hebdo-img 2Liceità e illiceità: etica e condizionamento dei media

L’imperativo categorico si fonda sull'idea che

«la massima divenuta universale contraddice se stessa».

L'esempio adatto è quello di chi si rifiuta di aiutare gli altri, perché è indifferente alle loro sorti. Kant, in questo caso, ci dice che può anche esistere, ed è coerentemente immaginabile, un mondo in cui ognuno pensi solo alla propria felicità e personale benessere, tuttavia afferma che una qualsiasi volontà (aggiungerei politica o di governo, quando non religiosa) che istituisse questo principio si auto-contraddirebbe, poiché ogni singolo perderebbe la possibilità di essere soccorso o aiutato nel momento del bisogno e questo non è razionalmente desiderabile da alcun essere vivente.

 

Quindi se l’azione, direi, più che terroristica, ultraradicale, dell’uccisione di 12 persone, a partire dal direttore del giornale, deve essere considerata un fine giusto e il risultato dell’utilizzo di mezzi giusti, quanto meno nella visione islamica dei suoi esecutori (“Allah è grande, abbiamo vendicato Allah …”, “ .. abbiamo ucciso Charlie Hebdo …”), ci spostiamo su un piano molto scivoloso.

 

Quello per l’appunto della valutazione della libertà di espressione come conseguenza delle implicazioni delle religioni e non tanto su quella della libertà personale tout-court per la propria sopravvivenza (.. se infatti gli esecutori sono riusciti a scappare dopo la loro azione avevano bisogno di cercare, per la propria personale sopravvivenza [o giustificazione?], un’altra sede dove trovare soccorso, aiuto e accoglienza, … e torna il concetto di razionalmente desiderabile di Kant, prima citato …).

O, per lo meno, questa è la condizione informativa che ci viene fornita in questi giorni dai media sull’accaduto.

 

Ripensare la libertà: i perimetri morali e sociali

Tornando alla mia riflessione mi viene da chiedermi come dovremmo immaginare la nostra libertà in un prossimo futuro.

Guidata da principi morali universali (imperativi categorici) o da principi morali personali (imperativi ipotetici), che possono seguire principi di reciprocità non condivisa?

Se guardiamo all’accaduto e ci inorridiamo dei comportamenti agiti, significa che dobbiamo completamente ripensarla e rivederne i perimetri morali e quelli sociali.

D’altronde l’azione di rappresaglia non è avvenuta all’interno di una guerra formale, ma sostanziale sì, le controparti non avevano infatti armi per difendersi (forse le penne o le matite … come hanno disegnato alcuni in varie vignette in questi giorni).

 

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Dei tre concetti di libertè, egalitè e fraternitè della rivoluzione francese, su cui tanto si fondano le democrazie europee occidentali dalla fine del ‘700, è rimasto in piedi, quale predominante, quello di libertè.

 

L’egalitè è decisamente venuta meno per nostra insipienza mondiale (se guardiamo al divario tra ricchi, meno ricchi e poveri, a livello globale, e ai continui dibattiti sulle misure dell’equità o dell’iniqutà).

 

E, ancora meno, quella della fraternitè, … oggi chiamata innovativamente sussidiarietà o solidarietà, che ha però pochi seguiti oggettivi su larga o larghissima scala, tali da incidere significativamente sulle nostre abitudini, costumi e culture.

 

La ghigliottina usata contro la regina Maria Antonietta nell’ottobre del 1793 era invece, in quell’epoca, legata forse ad una affermazione, o desiderio di recupero, del principio di egalitè, … molto .. troppo ai nobili … nulla o quasi al popolo …

 

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Robespierre nel “Periodo del terrore”

 

Uno dei futuri criteri per definire un perimetro morale e sociale è quello citato dal deontologo John Rawls Nel suo libro A Theory of Justice sancisce che dovrebbe essere creato un sistema di sana redistribuzione che segua un insieme di regole morali. In sua mancanza, a mio avviso, avremo solo anarchia e distruzione.

 

Come dovremo comportarci in termini di libertà di azione, che è di fatto un tipo di espressione?

Se i principi di libertà di pensiero ed azione sono guidati, come nella rappresaglia che abbiamo visto, anche da principi religiosi, e se questi a loro volta, riguardano l’osservanza o la non osservanza di determinati comportamenti, suggerirei di istituire e convocare in fretta un insieme di conferenze permanenti intraculturali e interreligiose per avviare un dibattito sempre aperto sul tema delle libertà di espressione ed azione e sui loro limiti condivisibili e accettabili.

 

Ogni opera di sensibilizzazione non può che aumentare le nostre coscienze ed educare le prossime generazioni a coesistere più pacificamente.

 

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 Due esempi di propaganda contro gli imperativi categorici

 

Se non voglio pensare ad inorridirmi di nuovo, un’opera permanente di educazione alla compenetrazione tra le culture e ad imparare dagli errori ma anche dalle ricchezze degli altri è ormai diventata un bisogno collettivo ineludibile. Senza questa decisione il resto è guerra.

 

Capire le ragioni degli altri, trovarne limiti, stabilire principi condivisi di contenimento o eliminazione dei danni reciproci, se non proprio quelli della condivisione e redistribuzione delle ricchezze, trovare soluzioni arbitre per le dispute, che abbiano senso nella “famiglia mondiale”, saranno i presupposti minimi per coesistere.

 

Diventerà un “must” capire e ridurre le distanze culturali che valorizzino le differenze e non, al contrario, come vediamo, le enfatizzino escludendo o eliminando l’altro o cercando, quando possibile, di farlo, in modo asimmetrico.   

 

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Fonti

 

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Etica e beni comuni

Dei beni comuni non se ne occupa nessuno. Solo i cittadini. E nel farlo si dimostrano culturalmente e politicamente più avanti della classe "dirigente", avendo capito che dalla cura dei beni comuni dipende la qualità delle loro vite. Dell'etica non se ne occupa nessuno. Nemmeno i cittadini.

Cosa sono i beni comuni?

Sono beni sia materiali (acqua, aria, paesaggio, spazi urbani, ambiente, territorio, beni culturali, strade, scuole, ospedali, biblioteche, musei), sia immateriali (riconoscimento del merito, etica,legalità, salute, conoscenza, cultura, lingua, memoria collettiva). Cos'é l'etica? Un bene comune

I beni comuni non sono nè pubblici (nel senso di beni dello Stato), nè privati. Nessuno può possedere i beni comuni, ma tutti li possono usare. Se vengono rispettati e utilizzati, si vive meglio.

Perché beni comuni e etica insieme?

Perché la cura dei primi e l'ossessiva regola personale della seconda sono le chiavi per un salto impressionante nella qualità della nostra vita, in particolare in Italia. E perché in entrambi i "casi" la situazione del nostro Paese è drammatica.