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Elogio del privilegio

Qualche anno fa, nel 2020 per l’esattezza, in ragione di non ricordo quale stravolgimento politico si è affermata la cosiddetta economia della “cultura del privilegio”.

Per anni si era gridato allo scandalo per il fatto che i rappresentanti del popolo potessero gustare aragoste e caviale al prezzo di un tramezzino e che loro e talvolta i loro famigliari potessero godere di autisti e auto di lusso pagate dalle diverse amministrazioni; per anni si sono combattuti questi che venivano considerati assurdi privilegi e poi, all’improvviso in preda al dramma della crisi economica si è passati, pensata da chi non è chiaro, all'uovo di Colombo, l'economia della “cultura del privilegio”.

 

Oggi, siamo nel 2027, per legge (non ancora per legge costituzionale ma c’è una proposta del governo in tal senso) ogni “servitore dello stato”, ovvero:

  • membro del governo (vice ministri e capo gabinetti inclusi),
  • deputato,
  • senatore (reintrodotti nel 2020),
  • consigliere regionale, di tutte le regioni (che, per la riforma di cui sopra, sono diventate 40)
  • sindaco, per i comuni con più di 15 mila abitanti,
  • consigliere comunale, per i comuni con più di 50mila abitanti,
  • giudice e pubblici ministeri, di ogni grado e livello,
  • dirigente della pubblica amministrazione,
  • ufficiale delle quattro armi dal grado di tenente colonnello in su,
  • professore universitario con più di venti anni di servizio (ma c'è una proposta di abbassare l'anzianità di servizio a dieci anni),
  • primario di reparto ospedalierio

(l’elenco completo degli aventi diritto è riportato al comma terzo dell’articolo dodici della legge numero 84 del 26 maggio 2020 integrati dal comma secondo della legge numero 44 del 12 marzo 2021 e dal comma quinto bis della legge numero 121 del 15 agosto 2022)

 

ha diritto e non può rinunciarvi pena il decadere dalla carica e, o, incarico ricoperto ai seguenti privilegi:

  • auto con autista: l’auto deve risultare costruita in uno stabilimento italiano mentre l’autista deve indossare divisa cucita su misura da un sarto italiano;
  • giardiniere e almeno una colf, anche non italiani, anche irregolari, e neppure comunitari, con divieto però, per questi ultimi, di trasferire all’estero al massimo il 20 per cento del reddito così conseguito;
  • baby e dog sitter permanenti (non è, ovviamente, obbligatorio avere figli ma è obbligatorio possedere almeno una coppia di cani e, o, gatti; le spese veterinarie sono a carico dello Stato);
  • sconto dell’85 per cento (rimborsato dallo Stato) per spese per ristoranti per sé e per i familiari sino al secondo grado purché si spendano non meno di mille euro al mese;
  • possibilità di frequentare a totale carico dello Stato:
    • corsi di lingua straniera,
    • corsi di informatica,
    • corsi di musica,
    • corsi di cucina e per la degustazione di vini,
    • corsi di cucito e ricamo,
    • corsi di matematica avanzata e fisica teorica,
    • corsi di ballo (preferibilmente liscio romagnolo),
    • e altri che non ricordo;
  • servizi di sartoria, barbiere parrucchiere ed estetisti gratuiti (a carico dello Stato) purché utilizzati con frequenza superiore ad una volta al mese ognuna,

Le ultime stime, quelle del Def del 2026 parlavano di oltre 200mila privilegiati, di un costo a carico dello Stato per ciascuno di essi di circa 150mila euro per una spesa complessiva, quindi, di circa trenta miliardi di euro.

 

L’obiettivo, ambizioso, che il governo si prefigge di raggiungere entro il 2030, è di ampliare il numero dei privilegiati a circa 500mila (superando l’1 per cento della popolazione attiva) portando, contestualmente, il costo del privilegio pro-capite a circa 200mila euro per una spesa complessiva di circa 100 miliardi di euro (poco meno del 5 per cento del Pil del 2026).

 

Ma che mondo è questo?

Prima che ci crediate veramente e vi accapigliate per rientrare in una delle categorie sopra indicate, mi fermo.

Non ho la pretesa di avventurarmi in complessi scenari fantapolitici ma qualche ragionamento mi permetterei lo stesso di fare.

 

Prima questione

Il lavoro, il lavoro vero, quello che ha caratterizzato l’epoca industriale è, secondo me, in costante ed irreversibile diminuzione.

Ho questa convinzione da qualche tempo e per questo ho approfondito un po’ la questione e ho scoperto che questa tesi è quantomeno discussa. Si va da ipotesi ”catastrofistiche“ (Rifkin) ad altre negazioniste ma se ne parla ed io resto convinto che digitalizzazione, automazione, globalizzazione rendano, almeno a livello delle nazioni occidentali, il lavoro un bene in via di estinzione e che questo pensiero non può essere trattato come una semplice bestialità macroeconomica.

 

Seconda questione

E’ il lavoro che nobilita l’uomo, non il denaro e neppure il semplice benessere.
Anche su questo tema penso sia possibile reperire ampia letteratura.
Per dirla in altri termini, nell’ipotesi che sia vero che non c’è abbastanza lavoro per tutti non sono i sussidi che lo Stato potrebbe garantire ma il lavoro che ogni individuo è chiamato a compiere che migliora le sue condizioni di vita e, di riflesso, la società in cui viviamo.
E dunque, se il lavoro non c’è bisognerà inventarlo.
Il già citato Rifkin, ad esempio, propende per il cosiddetto terzo settore, per il no-profit applicato all’utilità sociale.

 

Terza questione

Certamente non c’è nulla di meglio del lavorare per l’utilità della società (dei lavori socialmente utili) ma questi rischiano di essere insufficienti e, in qualche misura, degradanti.
E’ probabile che ci siano molti giovani disposti a fare gli autisti di una cosiddetta “autoblu” ma molti meno (se non per brevi periodi) disposti a dragare a mano un torrente per evitare che straripi alla prima occasione e inoltre, come dovrebbe essere noto ai più, i torrenti si dragano molto meglio con le ruspe che con pale e zappe e che quindi non servono migliaia di giovani per dragare un torrente ma qualche ruspa e qualche manovratore di ruspa... almeno sino a quando anche questi mezzi meccanici non saranno teleguidate da computer dislocati in qualche remota parte del mondo dove gli operatori costano pochi dollari al giorno.

 

E quindi?

Se le tre questioni che ho esposto fossero vere, verrebbe ovvio dire che è necessario inventarsi gratificanti lavori inutili e cosa c’è di più inutile (forse deplorevole) dell’alimentare i privilegi?

 

Nello scenario, mi rendo conto “spiazzante”, che ho delineato nel mio raccontino fanta socio politico il Pil prodotto dal “privilegio” (senza contare l’indotto che ne deriverebbe) regge una bella fetta dell’economia del Paese. Lavorano autisti, meccanici, sarti, barbieri, estetisti, baby sitter, dog sitter, ristoratori, camerieri, insegnanti di cucito ecc. ecc. tutti pagati dallo Stato per fornire “privilegi” ai suoi fortunati servitori ma poi, quei lavoratori, comprano altre auto, si fanno fare altri vestiti, assumono a loro volta baby sitter e giardinieri e via via discorrendo.

In ogni caso gran parte di quella massa di spesa rientra nello Stato sotto forma di imposte e contributi. In base ai livelli attuali della tassazione oltre il 50 per cento dei costi per stipendiare servitori dei privilegiati rientrano nelle casse dello Stato o delle sue controllate.

Facile no?

 

Funziona?

Le mie nozioni di economia politica sono molto elementari e non mi consentono di valutare appieno i punti di forza e di debolezza di un simile scenario ma mi intriga immaginarlo.

 

Una criticità che definirei “comportamentale” emerge immediatamente: la sintetizzerei nell’ “invidia verso i privilegiati”.

 

Peraltro, personalmente, ho conosciuto tanti autisti felici di fare l’autista, tanti sarti e barbieri innamorati del loro lavoro, tanti giovani che si sono mantenuti agli studi su cui poi hanno costruito le loro carriere facendo baby sitter, dog sitter, cameriere e persino lavapiatti… e, se può valere qualcosa, volendo citare un illustre opinione, Indro Montanelli, in una intervista avente per tema il futuro dell’Italia e degli italiani, tra le altre cose affermava che gli italiani “nei mestieri servili sono imbattibili”.

Più modestamente, io stesso posso garantire di aver visto “autisti felici” diventare tristissimi quando, per abolizione dell’autoblu che guidavano, si sono visti “promossi” impiegati e rinchiusi in una stanza senza niente da dover fare e questo, un po' perché amavano guidare, ma un po' anche perché loro stessi, talvolta, godevano dei privilegi del loro privilegiato … qualche cena (magari in un tavolo appartato) nel ristorante dove cenava il capo, qualche uso personale dell’auto del capo …

 

Cos’altro 

Coraggio, stroncatemi!
Serve a muovere il cervello…

 

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Etica e beni comuni

Dei beni comuni non se ne occupa nessuno. Solo i cittadini. E nel farlo si dimostrano culturalmente e politicamente più avanti della classe "dirigente", avendo capito che dalla cura dei beni comuni dipende la qualità delle loro vite. Dell'etica non se ne occupa nessuno. Nemmeno i cittadini.

Cosa sono i beni comuni?

Sono beni sia materiali (acqua, aria, paesaggio, spazi urbani, ambiente, territorio, beni culturali, strade, scuole, ospedali, biblioteche, musei), sia immateriali (riconoscimento del merito, etica,legalità, salute, conoscenza, cultura, lingua, memoria collettiva). Cos'é l'etica? Un bene comune

I beni comuni non sono nè pubblici (nel senso di beni dello Stato), nè privati. Nessuno può possedere i beni comuni, ma tutti li possono usare. Se vengono rispettati e utilizzati, si vive meglio.

Perché beni comuni e etica insieme?

Perché la cura dei primi e l'ossessiva regola personale della seconda sono le chiavi per un salto impressionante nella qualità della nostra vita, in particolare in Italia. E perché in entrambi i "casi" la situazione del nostro Paese è drammatica.