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Una nuova scuola per il terzo millennio

Si è costituita a Roma, nell'ambito dell'Aif (l'associazione dei formatori italiani) una comunità di pratica un po' atipica, giacché invece di riunirsi intorno ad una pratica, cioè una competenza, un saper fare, ha riunito diverse competenze per immaginare una nuova pratica.
La comunità di pratica si riunisce su un tema preciso: una nuova scuola per i futuri cittadini del terzo millennio, per essere precisi, “un nuovo modello educativo per le competenze del terzo millennio”

 

La Comunità di pratica, alla quale hanno già aderito una decina di soci dell'Aif, quindi formatori di professione, parte da un documento predisposto da Paolo Vittozzi, pilota d'aereo, formatore dal 1981, direttore esecutivo del Club di Budapest Italia dal 2011 e, sopratutto, coordinatore della comunità di pratica ed inguaribile accentratore.

 

Siamo alle prime riunioni ma dalla discussione avviata, alla quale hanno partecipato anche docenti e genitori coinvolti nella gestione delle scuole, incominciano ad emergere alcuni punti cardine.

 

Partiamo dalla carta costitutiva, il patto Stato cittadini che venne siglato dalla nascente Repubblica nel 1949:

«La scuola è aperta a tutti. L'istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso» (Costituzione Italiana, articolo 34)

 

Insomma, i padri costituenti non si sono impegnati troppo. Hanno ribadito un principio, vorremmo aggiungere primordiale, assoluto,già inserito nella riforma Gentile: il diritto (e il dovere) all'istruzione e chiarito almeno tre concetti:

  1. la scuola è universale e obbligatoria (almeno per otto anni, oggi siamo passati a dieci);
  2. premia i capaci e i meritevoli (questo se lo si è perso per strada);
  3. e li aiuta se "privi di mezzi” (questo lo si sta iniziando a dimenticare).

 

Alla fine rimaniamo nell'ambito del settore pubblico italiano e, quindi, approssimativi: tre concetti di base e sostanziali, solo due applicati, con il rischio di passare ad uno.

 

La principale caratteristica del nostro sistema didattico scolastico è che si basa sull'apprendimento di nozioni articolate per discipline insegnate in modo fortemente “disciplinare” e, non riuscendo a far sposare la teoria con la conoscenza, ottenendo il risultato di spegnere, nei giovani, la curiosità e la  sete di conoscenza.

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A scuola

 

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Nella vita quotidiana 

 

Una cara vecchietta

Nulla di diverso da come studiammo noi una quarantina d'anni fa. D'altronde i pilastri del nostro sistema scolastico nazionale risalgono a più di 90 anni fa, essendo riconducibili alla riforma del 1923 di Giovanni Gentile.

 

In Italia, infatti, nel 1923 a livello nazionale viene varata la "Riforma Gentile" che interessa tutti i gradi di scuola e prevede:

  1. un ciclo preparatorio della  durata di tre anni,  che viene affidato a comuni ed enti privati;   
  2. l'estensione dell’obbligo scolastico fino a quattordici anni;
  3. la suddivisione della scuola superiore in scuole tecniche e in licei;
  4. la riforma della scuola normale che diviene Istituto Magistrale della durata di sette anni;
  5. la messa al bando dello studio della didattica, della psicologia e di ogni attività di tirocinio;
  6. la creazione di un liceo femminile che dovrebbe formare giovani della piccola-media borghesia desiderose di acquisire un diploma superiore (1);
  7. l’insegnamento obbligatorio della religione cattolica e l’introduzione dell' istruzione estetica;
  8. l'istituzione di scuole speciali per handicappati;
  9. l'introduzione del testo unico e di Stato (2).

 

L'idea aristocratica dell'istruzione

L’idea di Gentile è quella di formare i maestri attraverso l’applicazione di un rigoroso canone culturale. Per quanto riguarda le materie di insegnamento, Gentile affida alla filosofia un ruolo centrale: essa permette, secondo il filosofo, una formazione generale dello spirito che prepara a  tutte le facoltà universitarie.

Dal punto di vista didattico, per Gentile non esiste un metodo che valga per ogni disciplina: ogni argomento è metodo a se stesso, non è cioè nozione astratta e isolata da memorizzare, ma atto di ricerca attiva e creativa (ma questa intuizione si è persa per strada).


La pedagogia di Gentile risente di un’ impostazione morale ed etica di fondo che mira a formare, prima che insegnanti, "persone moralmente degne di esserlo".

Ovviamente ogni riforma è figlia del suo tempo e qui siamo nella fase nascente del fascismo.

«ll fascismo esalta la forza e la prestanza fisica del maestro, favorendo l’accesso alla professione da parte dei maschi e cercando di precluderla alle donne. Comunque, i candidati maschi che si presentano agli esami d'abilitazione per l'insegnamento sono sempre pochi. Gli insegnanti devono essere sceltissimi, fisicamente e spiritualmente dotati di una disciplina quasi militare».


La subordinazione delle materie scientifiche a vantaggio di quelle umanistiche serve a formare quello spirito nazionale e quell’unità del popolo italiano che, sia per l’alto tasso di analfabetismo, sia per la confusione politica, ancora non si è consolidato.


La formazione filosofica deve restare un privilegio per pochi destinati agli studi più alti.

La Riforma, non a caso, si basa su una concezione aristocratica della cultura e dell’educazione. La scuola secondaria superiore è riservata

«ai migliori per intelletto e per censo».

 

Da un confronto dell’educazione impostata da un regime (fascista) con i criteri che universalmente definiscono l’educazione moderna emerge chiara l’assenza di libertà tipica della prima.

La riforma Gentile viene promulgata alla nascita del fascismo che la addomestica, nei suoi primi anni di vita, a precise esigenze del regime.

Il manifesto qui sotto può esserci utile per recuperare piena consapevolezza sulle caratteristiche genetiche della scuola di impronta fascista e sul retaggio “inconscio” di tale abbrivio nell'attuale didattica.

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Prime indicazioni su cui lavorare

Questo veloce e superficiale affresco storico ci ha consententito di individuare i primi capisaldo di una riforma didattica del sistema scolastico nazionale.

  1. La possibilità di esprimere sé stessi, l’apertura al dialogo costruttivo, l’accettazione delle diversità (etniche e culturali) sono alla base di una formazione che può realmente dirsi tale.
  2. Come sostiene il pedagogista americano John Dewey (1859-1952), lo studio della storia ci dimostra che solo una forma di governo che si basa sul rispetto dei valori dell’individuo, del confronto e della socializzazione degli interessi, quindi, in linea teorica, la democrazia, assicura le condizioni necessarie per l’efficacia dell'attività educativa e formativa.
  3. La scuola non deve, quindi, operare un’azione coercitiva nei confronti dell’alunno, imponendogli una particolare visione del mondo, ma deve portarlo allo sviluppo di una propria prospettiva sulla realtà.
  4. L’insegnante ha il compito di offrire al discente gli strumenti per rendersi via via sempre più autonomo. Non bisogna scordare che i giovani rappresentano il domani, sono la maggiore risorsa della società, e per questo devono essere educati ad essere propositivi ed indipendenti.
  5. Da parte sua, l’alunno non deve limitarsi ad un apprendimento passivo e scolastico, ma deve cercare di interagire attivamente con l’insegnante e i compagni. I contenuti non vanno semplicemente assorbiti, ma rielaborati e fatti propri, mediante un’assimilazione creativa, consapevole, personale.
  6. Alla luce di quanto detto, pensiamo che, in ogni parte del mondo l’educazione non si debba fondare sul celebre motto “credere, obbedire, combattere”, bensì sullo slogan “riflettere, essere critici, saper ascoltare e comprendere”.

 

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Cosa ci racconta la nostra esperienza

Nella nostra più che trentennale esperienza di formatori abbiamo frequentemente incontrato:

  • adulti che desideravano imparare a comunicare bene,
  • adulti che potevano migliorare la gestione del proprio vissuto emotivo;
  • adulti le cui capacità “sociali” potevano essere aumentate, migliorate, mirate, perfezionate;
  • adulti che ancora non avevano ben compreso quali fossero i loro talenti e perché avessero scelto proprio quella carriera professionale.

In sintesi adulti in dubbio sulla propria vita, che avevano percorso carriere professionali nelle quali si erano trovati per caso, indifferenti alle loro passioni, vocazioni, competenze.

Pochi di loro ci hanno detto che avevano imparato a scuola qualcosa che li avesse aiutati a rispondere a queste domande, al più l'università (o gli istituti tecnici) li avevano condotti verso una professione o un primo impiego.

 

Le competenze per la vita sociale

Formando molti giovani che negli anni abbiamo avuto la fortuna o il destino di dover introdurre al mondo del lavoro ci siamo resi conto di quanto fosse necessario integrare la formazione standard prevista dal sistema scolastico e dal mondo del lavoro con un più complesso e completo processo che inserisse in primo piano le life skills, ovvero quelle abilità vitali per vivere nell’attuale società complessa e interrelata.

Una gamma di abilità cognitive, emotive e relazionali di base, che consentono alle persone di operare con competenza sia sul piano individuale che su quello sociale. In altre parole, abilità e capacità che ci permettono di acquisire un comportamento versatile e positivo, grazie al quale possiamo affrontare efficacemente le richieste e le sfide della vita quotidiana.

 

Il nucleo fondamentale delle life skills identificato dall’Oms (l’Organizzazione mondiale della sanità) è costituito da dieci competenze:

  1. consapevolezza di sé,
  2. senso critico,
  3. gestione delle emozioni,
  4. prendere buone decisioni,
  5. gestione dello stress,
  6. risolvere problemi,
  7. empatia,
  8. comunicazione efficace,
  9. creatività,
  10. relazioni efficaci.

 

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Anche in questo caso, duole dirlo, la scuola non ha fatto nulla per preparare le persone alla vita. Anzi, il modello didattico prevalente si basa sul modello pedagogico del “Mo' ti frego io” (interrogazioni non programmate, compiti in classe individuali, istigazione alla non solidarietà (non suggerite, non copiare), voti punitivi sulle materie per punire comportamenti, etc.) 

 

Inoltre a scuola, a qualsiasi età, si riscontrano episodi di bullismo (come già ai nostri tempi), fra i ragazzi più grandi si verificano episodi di razzismo, di violenza, di stalking, tutti fenomeni che denotano una incapacità di gestione del proprio vissuto emotivo e l’inesistenza di una solida etica sociale.

D'altronde la nostra è una scuola individualista che non solo non insegna a lavorare in gruppo, ma lo ostacola e lo colpevolizza. Non possiamo poi stupirci troppo se l'italiano viene vissuto all'estero come un idividualista opportunista (e certamente i venti anni di Berlusconi come nostra espressione nazionale ed istituzionale non hanno aiutato).

 

Anticipare il cambiamento

La società si è modificata molto velocemente e significativamente, così mentre si affaccia la terza rivoluzione industriale, mentre si progettano le smart cities, mentre si fanno i festival dell’innovazione, mentre si tende a passare dalla società del possesso a quella dell'accesso, la formazione scolastica è di massima ancorata all’ultima riforma scolastica che risale molti decenni fa.

Si dice che abbiamo bisogno di dirigerci definitivamente verso un mondo etico, pacifico e sostenibile, basato sull'interconnessione e la capacità di creare comunità.

Ma come? Con quale cultura? Imparando dove?


 

L’economia è cambiata, il pianeta è cambiato diventando globale; la comunicazione è cambiata strutturalmente con l'avvento della rete, probabilmente per sempre. La scuola italiana no; non è cambiata, al massimo ha introdotto la Lim, la lavagna interattiva mutimediale (ovviamente senza un'adeguata formazione per gli insegnanti).

 

La scuola fu inventata per trasformare una classe contadina e creare un costante flusso di condiscendenti lavoratori per le fabbriche del ciclo economico industriale del ventesimo secolo. Probabilmente continua a svolgere un lavoro eccellente nel perseguire questo goal, ma è una meta che non abbiamo più bisogno di realizzare.


E’ vero, viene richiesta una diversa modalità di lavoro, tutto è diverso, tutto in cambiamento e tutti noi lo sappiamo.
Però il sistema scolastico nazionale è rimasto abbarbicato a se stesso; a quello che hanno studiato gli insegnanti, la classe docente più anziana di tutta l'Europa; a quello che forse era funzionale per un’altra era. Passata.

 

Cambiare il sistema di gestione dominante

Cercavamo da tempo una soluzione, poi, piano piano i pezzi si sono aggregati, come un puzzle si è formata l’immagine del sogno: cambiare la società cambiando la scuola.

 

L'idea non è originale. potremmo, ad esempio citare W. Edwards Deming:

«Non riusciremo mai a cambiare il sistema di gestione dominante senza cambiare il nostro sistema di istruzione dominante. Si tratta, infatti, degli stessi sistemi»

O, con punto di vista opposto ma concetto equivalente sulla funzione della scuola, Giovanni Gentile

«Oggi, "restaurare" è la nostra parola d'ordine: restaurare lo Stato.[...] Lo Stato non si restaura se non si restaura la scuola. [A sua volta] la scuola non si può restaurare se non si restaura la famiglia. [Scuola e famiglia sono la prima la continuazione della seconda.] La scuola è la continuazione naturale della famiglia» (Terzo Congresso delle donne italiane, 4 maggio 1923).

 

Il nostro sogno è disegnare un percorso scolastico innovativo, reale, pratico, utile, che raccolga le riflessioni che la maggior parte degli opinion makers già condivide. Tra i tanti, a puro ttolo esemplificativo, due stranieri:

Seth Godin: promuovere la passione per la soluzione dei problemi, allargare le prospettive individuali, in modo che ognuno possa individuare la propria nicchia nel mondo, 

Peter Senge: lo scopo dell’educazione per me è diventare me stesso!!!

Ma potremmo tranquillamente rimanere nei nostri confini riferendoci a una delle più importanti pedagogiste del secolo scorso, che ha proposto un metodo diffuso in tanta parte del pianeta, ma solo con il contagocce da noi: Maria Montessori.

 

Questo prima stesura del “progetto Trevize”, rielaborando l'appunto costituente di Paolo Vittozzi alla luce delle conversazioni avvenute, si propone di comunicare la volontà di creare una comunità che possa elaborare e divulgare un progetto (Trevize) per:

  • individuare la vision per la nuova scuola,
  • trovare la strada per realizzarla,
  • stabilire le priorità,
  • trovare soluzioni diverse ed innovative,
  • proporre reali percorsi di formazione per ogni periodo scolastico e per gli insegnanti,
  • fornire un progetto realizzabile e perseguibile: la riforma della scuola pubblica italiana per la società civile 
del nostro futuro.

 

I contenuti e la didattica

Ci siamo chiesti tante volte quale tipo di scuola potesse dare ai nostri figli la necessaria competenza per affrontare la loro vita, per creare il loro futuro., per vivere adeguatamente in una realtà sociale costantemente mutevole.

Abbiamo portato le nostre riflessioni in un seminario in Austria: ci è stato fatto notare che Maria Montessori è italiana e che lei ha già scritto molto su questo argomento: Ne abbiamo parlato in un convegno alla facoltà di Scienze della comunicazione a Roma.

 

Abbiamo portato queste riflessioni fra amici in un circolo filosofico romano e in diversi incontri di formatori: ci hanno parlato di Rudolf Steiner, fondatore dell'antroposofia, di una particolare corrente pedagogica (la pedagogia Waldorf), di un tipo di medicina (la medicina antroposofica o steineriana) oltre che l'ispiratore dell'agricoltura biodinamica, di uno stile architettonico e di uno pittorico, dell'euritmia e dell'arte della parola, filosofo, sociologo, antropologo e musicologo, come toccasana al problema.

 

Ma sono risposte giuste? Maria Montessori è morta nel 1952, le sorelle Agazzi (Rosa e Carolina, impiantano la loro scuola materna a Mompiano nel 1896; anche, Rudolf Steiner ha scritto agli inizi del ventesimo secolo (è deceduto nel 1925).

Argomenti vecchi? Si e no.


 

Tra neuroni e sinapsi

Diecimila anni, ben prima dei Sumeri, la “civiltà” non c’era ancora e noi siamo, come specie, come eravamo allora. L’essere umano è lo stesso della scoperta del fuoco, della rivoluzione agricola e aderisce agli stessi processi psicofisiologici di migliaia di anni. Il sistema neurale è lo stesso e lo stiamo comprendendo solo ora. La rivoluzione agricola ha ottomila anni, quella industriale due, trecento, quella informatica poco più di trenta.

La trasformazione che questi ultimi eventi hanno prodotto sulla società è straordinaria, siamo in un mondo diverso, soprattutto in Occidente, ma la scuola non è stata adeguata, tranne che in qualche programma. 


Abbiamo creato un mondo complesso, e ci siamo dimenticati di quale impegno formativo, didattico e pedagogico venga richiesto per provare a gestire (o quantomeno a galleggiare) nella complessità.

 

Viviamo in un mondo per il quale siamo impreparati, a partire dalle nostri neuroni e sinapsi che sono sempre le stesse, ma che hanno una enorme potenzialità: la possibilità di essere formate, sviluppate, mirate, finalizzate.


Per farlo dobbiamo avere un sistema formativo lungo tutta la vita (lifelong learning), in grado di leggere il cambiamento per poter formare le persone che dovranno viverlo e gestirlo.

 

Abbiamo scoperto l’intelligenza emotiva nel 1995 ed abbiamo capito che l’alfabetizzazione emotiva è la chiave principale per la vita sociale. Sappiamo di vivere “di” e “per” le emozioni, eppure releghiamo il loro impiego nelle cosidette "arti” e lo applichiamo in modo massiccio nella propaganda politica e nella pubblicità: per vendere e per mistificare la realtà!

 

Nessuno ci educa in questo campo, a meno di corsi a pagamento da adulti.


Recentemente in un seminario Peter Salovay (Yale University), che ha sviluppato, con la sua equipé, un metodo di alfabetizzazione emotiva impiegabile nelle scuole, ha spiegato che un bambino di quattro anni impara ed applica i contenuti in due mesi, un quarantenne in due anni, (e, come formatori, potremmo aggiungere, con difficoltà). Quindi il target più "disponibile” sono i bambini, non gli adulti!
Abbiamo capito con chiarezza che la creatività è un elemento indispensabile per rinnovarci e migliorare, ma questa viene trascurata, anzi viene penalizzata a favore del nozionismo, più facile da insegnare, imparare, verificare, ma assai poco utile, anzi, del tutto inutile per affrontare la vita.

 

Nuovi contenuti per sfide antiche

Immaginiamo una scuola in cui:

  • si sappia rispondere alla domanda “chi sono io”;
  • che favorisca la creatività, l’arte, il saper fare;
  • dove si “impari ad apprendere”;
  • che abbia come visione a lungo termine l’innovazione, la sostenibilità, l’applicazione della conoscenza;
  • che alla teoria affianchi la pratica della vita quotidiana;
  • che favorisca la relazione, l’interdipendenza, il lavoro di gruppo, l’instaurarsi di rapporti di reciproca stima, rispetto, tolleranza ed amicizia.


Una scuola che abbia lo scopo di formare cittadini responsabili, etici, rispettosi, innovatori, insomma una scuola che consenta alla nostra società di prepararci per il “futuro che vogliamo” (per riprendere il leit motiv di Rio+20), con la piena consapevolezza della nostra umanità.


Non stiamo quindi pensando di modificare il percorso scolastico come esercizio accademico fine a sé stesso, ma come modalità per attuare il motto: Γνῶθι σεαυτόν (conosci te stesso), chiave di base per comprendere e realizzare la conoscenza necessaria a vivere.


I filosofi dicono che sia in atto una crisi di umanità, condividiamo questo concetto, ancora una volta la scuola può essere il migliore antidoto a questa crisi.


Una nuova scuola che prenda il meglio da quello che già esiste (incluse le cose “giuste” dei metodi citati), che aggiunga quel che serve per “imparare dal futuro” e per consentire ai suoi frequentatori di raggiungere il pieno potere personale (empowerment), e che questo possa avvenire già dai tre anni.

Una scuola che torni alla interazione della maieutica piuttosto che l’aridità delle lezioni frontali.

 

L'insegnante come magister

Per altro siamo convinti che nella scuola odierna ci sia già tanto di buono, a partire dagli insegnanti, persone che hanno dedicato la loro vita all’educazione, ma per le quali valgono le stesse regole e limiti imposti agli studenti.


Gli insegnanti sono una pietra fondamentale di una società, tanto più se vogliamo parlare di una società civile.

Sono un caposaldo, una pietra miliare, ed in Italia dovrebbero riprendere il posto che avevano i filosofi nell’antica Grecia. Status, riconoscimento, delega e fiducia sono i termini che mi vengono alla mente quando penso ad un insegnante.

Gli insegnanti devono assolutamente far parte del progetto: senza di loro è impossibile realizzarlo!

 

Nel progetto c’è la necessità di creare un nuovo corpo di insegnanti con persone motivate ed innamorate del loro lavoro che viene riconosciuto dalla società.

Un maestro di scuola elementare o d'asilo deve avere lo stesso rispetto, status, aggiornamento professionale di un professore universitario; la missione che svolge per la società è altrettanto importante, dal punto di vista psicologico e di formazione del carattere, sicuramente più importante. Un maestro che sia magister e mentore, tanto quanto tutta la classe degli insegnanti.

Agli insegnanti magister vogliamo dedicare questa bella riflessione di Antoine de Saint Exupery, che ben descrive l'ansia pedagogica che potrebbe segnare la differenza:

«Se volete insegnare a degli uomini a costruire una nave, non insegnate loro a lavorare il legno, ma insegnate loro l'amore per il mare infinito!»


In questa fase della nostra elaborazione ci soffermiamo brevemente sulle famiglie: i genitori devono entrare nel progetto, come gli insegnanti devono farne parte.

 

Quale didattica?

Il lavoro che ci attende è immenso e richiede tanto pensiero laterale.


L'esperienza del Museo della tecnologia a Boston o della Cité des Sciences et de l'Industrie del parco de la Villette a Parigi, o della incenerita Città della scienza di Bagnoli ci hanno trasmesso “giochi” per insegnare la fisica ai bimbi di quattro e cinque anni. Quante cose possono essere ripensate?

 

Quale didattica, quali materie? Procedendo per discipline o per blocchi storici? Presentandoli analiticamente o “ad imbuto” per succesivi approfondimenti?

Dovremo capirlo insieme!

Sicuramente è necessario riprendere in mano la nostra appartenenza al mondo naturale:

«l’educazione, se significa qualcosa, non dovrebbe allontanare gli esseri umani dalla Terra, ma instillare in loro un rispetto anche maggiore per essa, perché le persone istruite sono nella posizione di capire cosa stiamo perdendo» (Wangari Maathi).

Poi a seconda dell’età le materie di base e le altre che verranno man mano individuate. Tutto legato in un armonico processo di integrazione: un processo olistico.

 

Una visione didattica sistemica

Il sistema scolastico nazionale deve evolversi verso un approccio sistemico, per vedere l’intero e non solo i singoli pezzi.

I sistemi viventi sono sistemi completi. Il loro carattere dipende dall’insieme. Lo stesso vale per le organizzazioni; per capire le più difficili questioni sociali e i banali comportamenti quotidiani è necessario vedere l’intero sistema che genera questioni e comportamenti.

Una storia Sufi illustra il significato di questa legge.
Quando tre ciechi incontrarono un elefante, ognuno di essi disse qualcosa a voce alta.

«È una grossa cosa ruvida, larga e ampia, come un tappeto»,

disse il primo, afferrando un orecchio.
Il secondo, che teneva la proboscide, disse:

«Io ho in pugno la realtà. È un tubo diritto e vuoto».

E il terzo, afferrando una zampa anteriore, disse:

«È forte e fermo, come un pilastro».


Questi tre ciechi differiscono in qualcosa dai docenti di storia, di matematica, di fisica presenti nelle nostre aule?
Ognuno vede la propria materia con chiarezza, ma nessuno vede in che modo i colori della vita miscelandosi generano il bianco.

È interessante notare che la storia Sufi termina con questa osservazione:

«Dato il loro modo di apprendere, questi uomini non conosceranno mai un elefante».



Vedere «elefanti interi» non significa che ogni materia o aspetto della vita sociale debba essere compresa soltanto guardando l’intera società.
Alcune questioni possono essere comprese soltanto guardando a come interagiscono le une con le altre le funzioni principali, come la filosofia, la fisica, la storia, la matematica, tanto per citare alcune “materie”; ma vi sono altre questioni nelle quali, entro una data area funzionale o un certo periodo storico, o una certa civiltà, insorgono forze sistemiche critiche ed altre rispetto alle quali è necessario prendere in considerazione la dinamica di un intero periodo.
Insomma occorre acquisira una competenza olistica e educare a guardare l'elefante intero.

 

Una proposta concreta

Che fare?

Non abbiamo tutte le risposte; tante idee ma poche risposte, soprattutto esatte!


  • Sappiamo, però, che la saggezza della massa è maggiore di quella del singolo (wisdom of the crowd) e che, quindi, da una sinergia di gruppo si possono ottenere risultati straordinari.
  • Conosciamo la forza del lavoro di squadra e ci piacerebbe che dalla nostra comunità di pratica  in Aif nascessero tante alleanze e sinergie. Ci sono competenze incredibili in giro per il Paese, spesso impossibilitate ad esprimersi.
  • Vogliamo provare a liberare questa immensa energia; e sappiamo che quello che diciamo è compreso e condiviso.

 

Allora chiediamo aiuto!


Aiutateci a realizzare questo sogno... realizziamolo assieme..

Ci consideriamo dei seminatori, sappiamo che saranno altri a raccogliere: siamo felici di fare la nostra piccola parte!


Diversi di noi sono arrivati alla fine della loro attività professionale attiva; vogliamo mettere a disposizione la nostra esperienza, la nostra voglia di fare, i nostri talenti, la nostra capacità di ottenere e raccogliere risultati.

Iniziando con i bambini, alla fine del primo nuovo ciclo scolastico, si sarà formata la prima nuova classe sociale, composta di cittadini invece che di consumatori.

Se, ad esempio, riuscissimo ad iniziare a ottobre 2016 (2014-2016 per preparare i primi insegnanti), nel 2029 usciranno i primi giovani formati interamente con una nuova coscienza ed una cultura adatta!


Abbiamo immaginato un possibile percorso, che inizi a tre anni e finisca ad ottant'anni. I primi a dover essere formati sono proprio gli insegnanti, in maniera che, motivati e capaci, siano la prima pietra su cui poggiare questa educazione adatta e necessaria, con cui forgiare le nuove generazioni.


Se, per la costituzione di questa comunità, risponderemo in tanti a questo appello, avremo tante capacità, tanti talenti e tanto tempo.

Se fossimo quaranta, con solo un’ora a settimana, sarebbero quaranta ore a settimana: come avere un dipendente dedicato, con la differenza che sarebbe un dipendente con quaranta anime diverse. Straordinario!


Ovviamente nel gruppo ogni cosa può essere discussa, rivista, riproposta; l’importante è arrivare a presentare un progetto nazionale per una nuova scuola; in tempi umani, non biologici, né parlamentari!

 

Sappiamo che il progetto è titanico, però questa “riforma” è necessaria; e non siamo solo noi che lo pensiamo. E' ora di farlo anche in Italia, magari come capofila per un progetto europeo.


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Lo vogliamo fare assieme?

E' tanto che ne parliamo, ci sono altre persone al di fuori di Aif che sono pronte a dare il loro contributo, anche gli studenti.

Probabilmente sono quelli più motivati e più da ascoltare.
 Abbiamo tenuto alcuni interventi in licei, abbiamo esposto loro l’idea per avere un parere da chi fosse interessato, la risposta è stata entusiastica.

Alla generazione degli attuali trentenni abbiamo rubato la coas più preziosa per affrontare la vita: la speranza.

Dobbiamo ricostruirla con loro per restituirla alle nuove generazioni.

 

Manca solo una parola: fondi.


Siamo sicuri che dopo che avremo abbozzato un progetto concreto sarà relativamente facile trovare uno sponsor.


Ne abbiamo certezza, perché sappiamo che l’idea è valida e necessaria... e ci sarà qualche visionario che vuole partecipare a questo sogno con le sue risorse, questo oltre ai possibili bandi indetti dall'Unione europea.

 

Iniziamo da volontari, e poi dipenderà da noi. Facciamolo assieme, è importante.
Immaginiamo una scuola che prepari per se stessi, per la famiglia, per il lavoro, per una vita degna di essere vissuta.

 

La scuola che vorrei

Concludiamo riprendendo, per sottolineare ancora la sensibilità sociale sull’argomento, le parole che sono presenti in uno spot su youtube. Il titolo è: la scuola che vorrei.

 


Il videoclip inizia con le parole dell’articolo 34 della Costituzione, e prosegue
Questa è la scuola che vorrei 
un scuola che ci insegni a credere nei nostri sogni e consideri la giustizia come blocco di partenza;

  • 
vorrei una scuola che non spenga la curiosità e la nostra sete di conoscenza, in cui la teoria si sposi con la conoscenza, perché la scuola che vorrei non è un'utopia;
  • 
vorrei che la scuola in questo periodo di crisi ci aiutasse a voltare pagina: 
la valorizzazione dei talenti non deve essere un'eccezione, ma una regola;
  • vorrei una scuola dignitosa che non caschi a pezzi perché proprio lei deve insegnarmi ad essere forte ed a rialzarmi dopo ogni errore, perché ogni fallimento può essere uno stimolo per fare meglio;
  • vorrei una scuola che non finisse dopo il suono della campanella, dove studenti e professori si trattino con affetto, una scuola che i miei sogni li concretizzi e non li metta nel cassetto;
  • vorrei una scuola nella quale non ci fosse bisogno di protestare perché ogni alunno ha il diritto di parlare;
  • vorrei questa scuola, ma soprattutto
  • vorrei UNA (marcato nella pronuncia a sottolineare l’unicità di essa) scuola, 
non dimenticatevi della parola data: la scuola è di tutti noi, non toglietecela mai!!!

 

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Firma collettiva

Il testo, elaborato da Luca Massacesi, che se ne assume tutte le responsabilità per ciò che non è condivisibile, è nato da una serie di conversazioni che hanno coinvolto Claudio Testa, Daniela Pavoncello, Danilo Carboni, Emy Nardone, Enrica Brachi,  Fabio Lenci, Fabrizia Mascolo, Isabella Ottavi, Linda Salerno,Luca Massacesi, Maria Cristiana Rinaldi,  Maria Grazia Di Vincenzo, Marcella Bentivoglio, Nunzio Tripodi,  Rossella Martelloni partendo da un appunto di alcune pagine di Paolo Vittozzi, animatore della comunità di ricerca, avviata in ambito Aif Lazio, che ha varato il “Progetto Trevize”.

Non è un verbale e cerca di sedimentare una serie di idee e parole che sono circolate tra di noi. Non è stato sottoposto a votazione e può contenere delle parti dove alcuni dei partcipanti non si riconoscono. E', e vuole essere, un primo passo per elaborare un manifesto concettuale e ideologico del Progetto Trevize da presentare alla società civile per raccogliere energie e idee.

 

A proposito del progetto Trevize

Cristiana Rinaldi e Luca Massacesi (2014), E, se capovolgessimo la scuola?, OfficineEinstein, 13 gennaio 2014.
Luca Massacesi (2013), Una nuova scuola per il terzo millennio, OfficineEinstein, 30 gennaio 2013.
Luca Massacesi (2013), Scuola e pensiero lineare, OfficineEinstein, 4 febbraio 2013.
Claudio Testa (2013), La scuola “bella” di Trevize, OfficineEinstein, 24 ottobre 2013.
Claudio Testa (2013), Io a scuola, lentamente muore, OfficineEinstein, 7 dicembre 2013.
Veronica De Santis (2013), L'identità del Progetto Trevize, OfficineEinstein, 14 aprile 2014.
Paolo Vittozzi (2011), Il Progetto Trevize, dal mio punto di vista, OfficineEinstein, 14 agosto 2014.
Paolo Vittozzi (2012), Spunti di riflessione per una scuola nuova, OfficineEinstein, 15 Gennaio 2013.
Liceali del Primo Levi di Roma (Laurentino, 2012), La scuola che vorrei, OfficineEinstein, 1 febbraio 2013.
Luca Massacesi (2013), Ricordando la riforma Gentile, OfficineEinstein, 7 settembre 2013.
Joerge Bucay (2013), L’elefante incatenato, OfficineEinstein, 19 ottobre 2013.

 

Per approfondire

Liceali del Primo Levi di Roma (2012), La scuola che vorrei, 27 novembre 2012
Seth Godin
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Peter Senge

 

Bibliografia

Aa.vv, Scuola: riforma o controriforma?, Savelli, 1976.

Aldo Agazzi (1960), Pedagogia d'oggi, La scuola, 1960.
Francesco de Bartolomeis (1972) Scuola a tempo pieno, Feltrinelli, 1972.
Marcello Dei (2000), La scuola in Italia, Il Mulino, 2000.
Giulio Ferroni (1997), La scuola sospesa, Einaudi, 1997.
G. Gabrielli (1946), Commento ai nuovi programmi didattici per la scuola elementare, Paravia, 1946.
G. Kerschensteiner (1954), Il concetto della scuola di lavoro, Marzocco 1954.
Valerio Marchi (1995), L’Italia e la missione civilizzatrice di Roma, Studi storici 2, anno 36, aprile giugno 1995.
M. Mencarelli (1968), Il discorso pedagogico del nostro secolo, La scuola editrice,1968.
Ministero della Pubblica Istruzione, La scuola in Italia (Rapporto degli anni 1973-75), istituto poligrafico dello Stato, 1976.
Partito nazionale fascista (1939), La carta della scuola, Gran Consiglio 1939.
Giuseppe Ricuperati (1973), La scuola nell'Italia unita, in “Storia d'Italia. Documenti 5”, Einaudi, 1973.
Giuseppe Vettori (a cura di) (1975), Duce e ducetti: citazioni dall'Italia fascista, Newton Compton, 1975.
Luigi Volpicelli (1960) Contro la scuola unica, Armando, 1960.
Luigi Volpicelli (1966), L’educazione contemporanea, Armando editore, 1966.
 

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Apprendimento in evoluzione

Parliamo di formazione. Di formazione continua. La scienza detta i tempi. Nell'era digitale le competenze delle persone devono seguire l'evoluzione dei prolungamenti tecnologici del corpo umano.

Il passaggio

dalla piuma d'oca alla penna biro; dalla tastiera della "lettera22" a quella del personal computer; da quella del cellulare o a quella dello smart phone non comporta solo nuove abilità manuali e inesplorate connessioni sinapsiche con dita diverse, ma anche originali visioni del mondo, un metodo diverso di abitarlo, la nascita di nuove abilità, la capacità di creare differenti livelli di apprendimento.

L'apprendimento continuo.

Inizia nella culla e si conclude alla fine della propria vita. Evolvono anche le metodologie didattiche, le tecniche pedagogiche. Scopo di questa sezione del sito di OfficineEinstein è di seguire questa evoluzione, di cogliere i primi indizi di cambiamenti contingenti o epocali, di informare delle nuove tecnologie e metodologie utilizzabili nei processi didattici e di apprendimento.