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I designer e la pubblica amministrazione

Aiap, associazione italiana design della comunicazione visiva, Adiassociazione per il design industriale, ed Aipi, associazione italiana progettisti d’interni, hanno inviato questa lettera aperta al ministro dell’economia e delle finanze, con l'intento di rivedere i criteri di accredito al Mepa (Mercato elettronico della pubblica amministrazione) nel quale non sono contemplate le discipline della progettazione e del design.

 

Più di 30mila progettisti e designer rischiano di scomparire da un’importante settore del mercato legato alla crescita e allo sviluppo. Il loro lavoro è fondamentale per contribuire a creare economie e innovazione, attraverso una visione critica e sostenibile delle tecnologie e delle risorse.

 

al Ministro dell’economia e delle finanze,

Fabrizio Saccomanni

e per conoscenza al

Presidente della Repubblica

sen. Giorgio Napolitano

Presidente del Consiglio,

Enrico Letta

Ministro della cultura,

Massimo Bray

 

Gent.mo Ministro Fabrizio Saccomanni,


Le chiediamo attenzione quali legali rappresentanti delle tre associazioni nazionali che si occupano di design e che di fatto rappresentano una buona parte dell’economia, della ricerca e dell’innovazione in Italia.


Rappresentiamo circa 30.000 professionisti che, a vario titolo, si occupano di progettazione, alimentando con la loro ricerca, le loro idee, il proprio lavoro e i loro progetti interi comparti produttivi.

La progettazione è il volano produttivo dell’economia, il design si occupa di economia, ne genera, è una risorsa strategica per il nostro Paese, crea opportunità di lavoro, implementa le imprese innovandole, innesca processi di crescita sostenibile.


 

La progettazione è a monte della produzione di beni e servizi.

 

Due fatti
1.

Il 14 gennaio 2013 è stata varata la nuova legge che norma le professioni non organizzate (n. 4 Disposizioni in materia di professioni non organizzate - 13G00021 - Gazzetta ufficiale 22 del 26 gennaio 2013). Oltre tre milioni di professionisti avranno la possibilità di essere riconosciuti, in una parola potranno essere identificati con una professione finalmente “visibile”. Attraverso un iter procedurale è data facoltà a professioni come la nostra, non ordinistiche, di poter rientrare in un elenco pubblico sul sito del Ministero dello sviluppo economico. Anche le professioni che si occupano di design, quindi.

 

2.
Al tempo stesso il Ministero da lei oggi presieduto, ha lanciato il Mepa, strumento
obbligatorio e di e-procurement pubblico, attraverso il quale le pubbliche amministrazioni sono tenute a ricercare ed acquisire beni e i servizi, confrontando le aziende fornitrici "abilitate" presenti sul sistema (...).

 

Gli intenti sono nobili e ne comprendiamo le ragioni.

 

Peccato che

1.

Il Mepa non contempli le professioni non ordinistiche. Essendo stata introdotta successivamente, non viene presa in considerazione, all’interno del Mepa, la legge che disciplina le professioni non organizzate. Per lavorare con la pubblica amministrazione occorre essere iscritto all’ordine professionale di competenza ma non è prevista la possibilità di permettere l’accesso anche alle professioni non ordinistiche, come quelle che si riferiscono all’ambito del design.


 

2.

Il Mepa non comprenda la progettazione né il design. Il Mepa non prende in considerazione le peculiarità di una prestazione d’opera dell’ingegno quale è la progettazione. Chi esercita questa professione è costretto, per poter lavorare all’interno del registro Mepa, a confluire in categorie improbabili rispetto alla propria professione, oppure di non poterci rientrare per nulla.
Ma la progettazione e il design non possono essere confusi con l’acquisizione di beni e servizi, hanno regole, strumenti e pratiche radicalmente diverse. Sono professioni e mestieri completamente differenti.

 


3.

Il Mepa escluda i giovani e le piccole imprese. Per poter accedere al Mepa è necessario avere un fatturato minimo nell’anno precedente di almeno 25mila euro. Porre questo limite nel campo della progettazione non solo non ha nessun senso, ma taglia automaticamente l’accesso ai giovani progettisti e alle nuove attività che vogliono confrontarsi con il mercato e che spesso sono anche quelle maggiormente portatrici di innovazione.

 


4.

Il Mepa non fornisca strumenti per la valutazione di un progetto. Unico criterio di valutazione è il prezzo. Ma un buon progetto, anche se in origine più costoso, può rendere efficienti e virtuosi beni e servizi facendo risparmiare nel tempo la pubblica amministrazione, può creare innovazione, può innescare strategie a lungo termine, può creare sviluppo e sostenibilità ambientale ed economica.

 


5.

Il Mepa stia creando un esercito di terzisti. Le regole del Mepa privilegiano l’accentramento delle commesse in poche società accreditate e il subappalto a un esercito di terzisti, quelli sì non catalogabili, non censibili e che devono stare a regole di mercato occulte e spesso poco chiare.

 


6.

Il Mepa annulli il valore di creatività e innovazione. Si cancellano di fatto, anche di fronte alla scena europea, gli assunti stabiliti nel manifesto "per la creatività e l'innovazione in Europa" del 2009 redatto da ventisette personalità di primo piano nei settori del design, della creatività e dell'innovazione e presentato nello stesso anno al Presidente José Manuel Durão Barroso.

 

Il contesto

Questa parola, progettazione, ha rappresentato nel tempo e per il nostro paese, la leva per costruire scenari strategici e competitivi per le imprese, per i territori, per le istituzioni e per le politiche.


Parliamo di un ambito del progetto che ha fatto sì che l’Italia diventasse famosa nel mondo: il design.

 

Questa parola, oggi, assume tanti significati differenti ma tutti sono lo specchio dell’eccellenza italiana. Perché design significa design per la moda, design del prodotto, design dei materiali, design della comunicazione, design degli interni.

Design di pubblica utilità ma potremmo anche dire design dei beni culturali, design per i territori, design strategico, design dei servizi, social design e l’elenco potrebbe essere ancora più esaustivo.

 

Un comparto enorme in continua crescita e che di fatto rappresenta una scelta ben precisa per tanti professionisti che hanno contribuito alla crescita economica del nostro paese e anche per tantissimi giovani che, attraverso il design, pensano di poter trovare occupazione ma, ancor di più, dare una risposta concreta ad un sistema economico e ambientale che non ha più risorse.

 

Più di 25mila sono i giovani designer che lavorano oggi in Italia.

Non sono censiti dall’Istat, ma hanno un solido rapporto con la committenza, se è vero che quattromila piccole e medie imprese hanno destinato negli ultimi tre anni l’80 per cento degli investimenti all’acquisto di marchi e all’assistenza clienti. Questi designer, nella mutazione genetica del “Made in Italy”, vissuta nella transazione dal fordismo all’economia immateriale, sono uno dei principali motori dell’innovazione di cui l’impresa ha bisogno per competere sul mercato.


Per affinare la formazione di questa consistente forza lavoro oggi sono attivi in Italia molti centri di ricerca, università, corsi di laurea pubblici e privati che, a vario titolo, “battezzano” ogni anno centinaia di laureati.

 

Il Politecnico di Milano ha stimato in 50mila gli studenti di design in Europa, 70mila in Giappone, 35mila in Corea, 180 le università specializzate in India. Cifre importanti, non sottovalutabili, di giovani che vanno ad alimentare le fila di quel design che continua a innovare le imprese, i patrimoni, i mercati, i territori e, ci permetta di dire con orgoglio, anche i saperi, creando nuovi scenari ambientali ed economici.


Siamo qui a rappresentare, signor ministro, tutti quei designer che lavorano faticosamente ogni giorno con la certezza di sapere cosa significhi "progettare": cioè operare in maniera consapevole legando le specificità territoriali a una visione ambientale globale e a una visione critica e sostenibile delle tecnologie e delle risorse.


Utopie cui non vorremmo dover rinunciare. Eppure...

 

Quello che quindi siamo a chiederLe, in rappresentanza di più di 30mila professionisti, imprese, distributori, scuole ma ancor di più in rappresentanza di un intero Paese che vuole continuare ad essere competitivo, è di rivedere questi criteri di accredito dando il giusto valore e il giusto spazio alle discipline del progetto.


Forse basterebbe solo chiarire, in termini di legge, che tutti i servizi legati alla progettazione e al design, non trattandosi di strumenti inseribili in nessun catalogo e trattandosi invece di opere d’ingegno uniche e costruite ad hoc, devono necessariamente essere acquisiti al di fuori del Mepa. E anche includere le professioni non regolamentate come da legge 4/2013. Oppure basterebbe espandere la piattaforma stessa in modo da consentire di mettere a bando gare di design e progettazione con criteri che le permettano di valutare la progettazione separatamente dalla produzione di beni e servizi.


Con criteri da stabilire, in entrambe le ipotesi, chiari e in linea con le direttive europee in ambito di progettazione e design.


Siamo disponibili a un incontro quanto prima e ad aprire un tavolo tecnico di riflessione e concertazione, certi che sarà volontà di tutte le forze politiche lavorare per rendere questo nostro difficile Paese, un luogo in cui voler restare a vivere e a lavorare.


Daniela Piscitelli presidente Aiap, associazione italiana design della comunicazione visiva Luisa Bocchietto presidente Adi, associazione per il design industriale

Sebastiano Raneri presidente Aipi, associazione italiana progettisti d’interni

 

Per firmare la petizione

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