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L'onestà delle immagini

Le infografiche sono ormai diventate uno strumento narrativo di uso comune fra coloro che vogliono trasferire contenuti cercando di evitare le distorsioni tipiche del sistema dei media tradizionali e digitali. Ma come essere certi della correttezza, dell’imparzialità e dell’autorevolezza dei contenuti? Quali sono le responsabilità dei comunicatori?

 

All'inizio era una lavagna, ma luminosa

Vi ricordate la  lavagna luminosa? Ad essa mi riferirò ricordando due anedotti personali. Uno riguarda Toni Muzi Falconi, tra i fondatori e presidente della Global  alliance for public relations and communication management (che raggruppa circa settanta associazioni professionali di altrettanti paesi), della Ferpi (Federazione relazioni pubbliche italiana) e del comitato di ricerca sulla relazioni pubbliche globali dell’Institute for public relations, ma sopratutto mio amico e "quasi" capo.

Nel 1963 (cinquanta anni fa) Toni lavorava alla 3M Italia che aveva da poco introdotto sul mercato la lavagna luminosa (qualcuno ricorda?), uno strumento che proietta lucidi su uno schermo in ausilio a una discorso pubblico o una lezione in classe.

Per i più govani provo ad aiutarli con questa bella e nitida illustrazione.

l'illustrazione di una lavagna luminosa, ve la ricordate?

Tra i suoi compiti, ci racconta in un curioso intervento sull'Huffington Post, oltre a occuparsi del servizio relazioni con la stampa, c'era anche quello di portare la lavagna in scuole e nelle aziende, fare dimostrazioni soprattutto argomentando come una immagine vale cento parole.

 

Nell’universo visivo di oggi l’argomento è largamente “digerito” e non merita ulteriori menzioni, salvo, appunto, ricordarsi che cinquant'anni fa, era visionario e audace anche solo ipotizzare che una bella spiegazione, di quelle frontali, poteva essere sostituita (non aggiungiamo anche "efficacemente") da un'immagine.

 

Il secondo aneddoto,invece, mi riguarda e narra di un sogno tecnologico che non sono mai riuscito a soddisfare. Trentacinque anni fa, appena entrato nel mondo del lavoro, rendevo difficile la vita ad una piccola, ma autorevole, casa editrice che s'impegnava molto a pubblicare una rivista di grande innovatività per le aziende e le grandi imprese, "Impresa e società"; rivista che, affiancata dalla pubblicazione di libri, introduceva in Italia una nuova disciplina che si chiamava organizzazione del lavoro, importando, spesso traducendo, tecniche e modelli organizzativi, manageriali e di marketing (per dirla meglio, tra cui il marketing), direttamente dagli Stati Uniti.

 

Questa piccola casa editrice si limitava a pubblicare il proprio verbo, ripeto assai innovativo all'epoca, ma non si preoccupava troppo di diffonderlo andando in giro a raccontarlo magari anche solo per promuovere le proprie pubblicazioni. Per questo motivo, pur avendo tecnologie d'avanguardia per la pubblicazione dei testi, non aveva mai deciso di investire un pò di soldi in una lavagna luminosa. Appena entrato, giovane affabulatore, ne chiesi una. Per dieci anni mi fu promessa, ma al momento in cui serviva dovevo sempre andare a scrocco cercandone qualcuna da qualche azienda amica e cliente nella quale passavo, prima dei seminari o delle presentazioni, per sequestrare (ahimé, temporaneamente) questo gioiellino di tecnica per la rappresentazione sintetica delle idee.

 

Passati per i grafici per arrivare alle infografiche

Un'immagine vale cento parole. Poteva sfuggire questo principio alla rete che fa della velocità e della "mediacrossualità" (l'interazione di diversi media, verbale, visivo, dinamico, sonoro) il proprio cavallo di battaglia?

Ovviamente no, e, infatti, da un paio di anni, i relatori pubblici e i comunicatori delle organizzazioni (i cosiddetti “storytellers") hanno largamente adottato la tecnica di costruire e diffondere infografiche per raccontare ai giornali e, direttamente, a pubblici ben individuati (anche, ma non solo, attraverso la rete) storie complesse e ricche di dati che normalmente richiederebbero decine e decine di pagine.

 

Per esempio OfficineEinstein l'ha adottato in Calabria per raccontare, nei paesini arbereshe, i progetti integrati di sviluppo locale che, talvolta, come nel caso di arcipelago Arberia, riuniscono anche trenta Comuni e una trentina di interventi tra di loro, più o meno, integrati.

 

L'infografica per il Pisl arcipelago arberia


Si tratta di operazioni abbastanza complesse ma di grande efficacia. Con una sola occhiata con queste visualizzazioni grafiche si riesce a capire velocemente e facilmente l'argomento e l’evoluzione della questione che si vuole raccontare.

 

In effetti, il nostro lavoro di relatori pubblici non ha tanto a che fare con la disseminazione di messaggi (un compito più proprio dei pubblicitari), quanto di argomentare concetti e storie complesse, tanto che, come ci ricorda Toni, preferiamo parlare di contenuti e stiamo abbandonando il termine messaggi.


In una infografica un tema qualsiasi viene esplorato secondo una tecnica narrativa con testi di grande sinteticità, ricchi di cifre, dati e immagini, quasi sempre in verticale, omaggio alla rotellina del nostro topolino informatico.

Sapendolo fare, si riesce davvero ad essere sintetici ed efficaci, ad attirare l’interesse degli altri, narrando una storia in una unica ed efficace immagine visiva.

 

Professionalmente siamo saliti su questa corriera con sorprendente rapidità, aiutati dalla complessità tecnica dell’artefatto che richiedeva competenze sofisticate da adeguare, ma presenti in Officine Einstein, perché ci permette di controllare meglio i contenuti, perché siamo noi che decidiamo le informazioni da inserire… e nessun giornalista, nessun blogger, nessun censore può modificare la nostra infografica.

Certo: può non pubblicarla, criticarla, sbeffeggiarla ma non ne può impedire la circolazione.

 

E ritorna in gioco l'etica e l'onestà

Ecco allora che la infografica è diventato uno strumento narrativo di uso comune fra coloro che vogliono cercare di evitare le modifiche e le distorsioni tipiche dei giornalisti da un lato, e dei social media dall’altro.

 

Al che la questione assume un altro aspetto: come fa il lettore a sapere se la storia è raccontata esaltando i dati favorevoli, nascondendo quelli sfavorevoli; se il taglio è totalmente, in parte o per nulla di parte. Se il lettore si forma una opinione in base ad una infografica (e tutte le ricerche ad oggi indicano che così succede) come e chi lo protegge dal farsi una opinione sbagliata?

Semplice non si può. Si ritorna al vecchio adagio dell'onesta del comunicatore, dell'etica della comunicazione.


I canali di diffusione delle infografiche sono almeno due: i media tradizionali e quelli, come questo che state leggendo, digitali. Rispetto ai primi, se i giornalisti potessero controllare quello che pubblicano prima di farlo la questione posta non si porrebbe. Ma Toni Muzi Falconi ha già spiegato efficamente perché questo non è più possibile.
Sarebbe, ciononostante, opportuno che la fonte di provenienza della infografica venisse esplicitata dal giornalista dando così un avvertimento al lettore che l’immagine visiva che accompagna questo o quell’articolo non è frutto del suo lavoro professionale e, per verso, che rappresenta questo o quell'interesse. Lo stesso vale per i blogger.

 

Rispetto invece agli altri canali digitali diretti, la questione non può non ricadere sulla fonte primaria: il comunicatore.

E' questo un tema che i comunicatori o i relatori pubblici si sono posti? Le due associazioni professionali del settore (penso a Ferpi e Assorel, la prima composta da singoli professionisti interni o esterni alle organizzazioni, la seconda composta dalle imprese di relazioni pubbliche) hanno prodotto linee guida per il loro associati sulla produzione e la diffusione delle infografiche?

Da quanto mi risulta, no!

 

L’argomento è emerso, per voce di Muzi Falconi, proprio in questi giorni in un webinario sui next media (nello specifico si parlava proprio di infografiche e di Pinterest) promosso da Ferpi e condotto dal giovane e bravo Gabriele Cazzulini. Ma comunque si giri il problema, quale che sia l'artefatto o l'artificio che la tecnologia ti mette a disposizione una comunicazione responsabile, possibilmente trasparente, auspicabilmente onesta rimane sempre il frutto della coscienza di chi li fa e della responsabilità etica del comunicatore. Ammesso che i meccanismi economici di questa nostra società ne consentano ancora una (di coscienza e di responsabilità etica).


Fonti

Officine Einstein

Huffington post

Wikipedia

 

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