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Esiliarsi

A Stromboli puoi disegnare quasi tutto, anche se non hai mai preso in mano un pennello. O una matita.
Questo se non sei fuggito appena sceso, cosa che può capitare. Ma se sei rimasto, se sei lì, ci resti un po’ per sempre. Io vado a Stromboli da sette anni.
Bisogna arrivarci di mattina sull’isola, perché alle sei o sette è ancora addormentata e lenta, fresca dei venti notturni e della luce di Iddu che ogni 15 minuti si incarica di identificarsi per quello che è: un ombelico del mondo.


E mentre cammini e senti il rombo di una antica materia che nasce, capisci di essere un passeggero trascurabile su questo mondo, un esserino fragile che si muove fra ragioni più grandi di lui. Recuperi una dimensione, te ne appropri, la riconosci.


E quando guardi indietro o dentro e pensi alla terra da cui arrivi, capisci un’altra cosa e cioè che l’unico rapporto che puoi avere con questo paese disgraziato è quello di esiliarti. Non è per aristocrazia, per ditinismo, per quel vezzo di indicare ammaestrando, per vetero nasopuzzismo che dico questo. E’ che personalmente, l’unica via di uscita alla insensatezza, alla stupidità, alla violenza e alla volgarità dell’Italia che conosco è quella di metter distanza fra me e lei.
Occuparsi del mondo, occuparsene a fondo, con generosità, restando vivo il cuore, l’altruismo o la passione.
Ma lontani e in silenzio, senza dare ascolto, senza ascoltare se non Iddu che indica l’altezza reale.

 

Così ti guardi in giro e da questa terra ricca, nutriente ed essenziale vedi crescere la bellezza infinita dei limoni, delle arance selvatiche, delle cipolle.
E dal sud arrivano bastimenti di pomodori profumatissimi, non grida, non urla ma pomodori pizzutelli. Rossi. Veri.

 

140809 pomodorii

140809 cipolle

140809 arance

140809 limoni

140809 stromboli

 

 

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