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Senza conservanti, dolcificanti, addensanti

Ricordando quello che mi piacque della semiotica, mi rendo conto che ogni oggetto ha in sé una naturale tendenza alla manifestazione.
Come un corso d’acqua che si infiltra negli interstizi che incontra, indipendente dalla nostra volontà.
Poiché, anche riprendendo un concetto espresso magistralmente da Luca Toschi, la comunicazione è “far vedere semplici le cose più eccezionali e straordinarie”, appare evidente quanto il naturale moto dell’oggetto alla propria rappresentazione (uguale “far vedere”) sia un elemento che modifica anche l’approccio della e alla comunicazione.
Come?

 

Cosa possiamo fare?

La necessità di riformulare il ruolo della comunicazione e quindi la sua azione appare in questa impostazione necessaria. Se l’oggetto si manifesta da sé, se l’acqua scorre indipendentemente da noi, cosa possiamo e dobbiamo fare?

 

Ci tocca il governo del processo, attraverso la cura del letto del corso d’acqua, in modo da incanalare secondo le necessità scelte l’acqua stessa: scavare il letto del fiume, curarlo contro le sterpaglie che potrebbero frenarlo o magari far straripare l’acqua, accompagnarlo fino alla foce.
In concreto questo significa partire dai canali di comunicazione (che guarda caso si chiamano canali!) che tuttavia sono una parte del sistema complesso di ogni atto o strategia di comunicazione. Si intrecciano con l’identità, lo stile, il pubblico, i mezzi, gli strumenti.
Tutti elementi nascenti dall’opera del comunicatore, questo è indubbio.

 

Rimane che la rappresentazione non è costruita dal comunicatore, ma proviene direttamente dall’oggetto; questa poi diventa sensibile al nostro essere nel mondo attraverso il sistema costruito dalla comunicazione. 
Detto questo, facciamo un passo in avanti, molto pericoloso perché rappresenta la vera novità.
Se infatti il moto naturale alla manifestazione non dipende da me comunicatore, da cosa dipende? La risposta è di un’ovvietà allarmante: dall’oggetto stesso.

 

Qualità al di là della comunicazione

Se il prodotto (cerchiamo di tradurre la parola “oggetto” secondo le necessità specifiche) è buono, buona sarà la sua manifestazione e davvero allora la comunicazione sarà semplicemente un’accompagnamento del corso d’acqua.
Se il prodotto, però, non è buono, non posso certo lasciarlo a se stesso: esso è ingenuo, si manifesterebbe secondo la sua natura, mostrando anche i lati del suo “carattere” che non collimano con la volontà unica che muove tutto questo ambaradam: che il prodotto piaccia al cliente per venderlo (scusate la venialità, ma non è che ci possiamo nascondere dietro a un dito).
A questo punto cosa deve fare il comunicatore?

Comunicazione fumo. Modificare solo a livello di rappresentazione, non potendolo fare a livello strutturale perché malgrado tutto (e malgrado quello che pensano i comunicatori stessi) non siamo onnipotenti, non possiamo modificare la natura del prodotto.
Nasce così, in modo molto semplice, la schizofrenia del "Mulino Bianco". Una non corrispondenza tra realtà e rappresentazione che è alla base di tutte le accuse fatte al comunicatore come falsificatore.

 

La bontà dell'oggetto

 


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In questo video (dal sedicesimo minuto in poi), Guido Martinetti, co-fondatore di Grom e responsabile della sua comunicazione (un’identità di ruoli in un’unica persona che è alla base di quello che sto per scrivere) afferma che fare comunicazione per Grom è "semplicissimo"! Lui non fa altro che raccontare quello che sa.
Quel "semplicissimo" mi ha fatto riflettere, perchè, lo confesso non è proprio un "semplicissimo" che riscontro nella realtà.

La soluzione è nella personalità dell'oggetto: è "semplicissimo" perché il gelato è buono e non solo a livello gustativo (e già questo per me basterebbe), ma proprio come "carattere". Ha in sè una sorta di innocenza e ricchezza che rappresenta una delle cose più "semplici" (attenzione "semplice", non "facile") da comunicare. Quindi Grom racconta e accompagna.

 

Eravamo rimasti al comunicatore come falsificatore. 

Forse è possibile un'altra strada. 

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