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Come un'adolescente

E scoprirsi generativa.

Nel modello gerarchico, la conoscenza è un patrimonio da proteggere, non una ricchezza da reinvestire. E forse è venuto il momento di chiedere una patrimoniale.

O almeno, soppiantiamo il modello gerarchico con quello conoscitivo: una comunicazione che generi nuove identità perché rimette in circolo la conoscenza. D’accordo che semplifico, ma sembra comunque facile, vero?

Lo sappiamo tutti, poi non ce lo diciamo anche per comodità: non è facile cedere conoscenza. Per facilitare l’atto di donazione potrebbe essere utile ricordare i punti di partenza e di arrivo: le microstorie, ciò che sembra infinitamente piccolo di fronte alla complessità fino alla res, l’idea cosa, l’oggetto attraverso il quale tocchiamo il mondo.

Nel mezzo l’apocalissi: la possibilità che testi e grammatiche, perennemente in relazione, possano influenzarsi a vicenda e creare l’altro da sè. Attenzione; non ricreare, ma creare. Altrimenti che generazione sarebbe?

Toschi avverte: il gioco si fa duro perché un numero infinito di script, precisamente definiti al loro interno, ci danno la sicurezza di una strada già battuta: “le cose si fanno così”. Peccato che questi script rispondino a un modello gerarchico, a difesa della conoscenza patrimonio.

Da sempre ce lo dicono, e in fondo è vero: conviene esplorare strade nuove perché quegli script cominciano a non funzionare e, se proprio posso essere franca, a darmi sui nervi.

Progettare l’esplorazione è già realizzarla e viverla, almeno è così per il visionario. Non c’è differenza tra visione e realizzazione. Come quando affermo che arrivati al menabò il libro è praticamente scritto. Come quando affermo che un’idea entrata in testa esiste, indipendentemente da me.

Siamo in una terra di mezzo, meravigliosi trentenni. Ancora non ce la sentiamo di passare dal patrimonio all’investimento, ma iniziamo a capire che dobbiamo fare qualcosa. In questa crisi adolescenziale, anche la comunicazione deve scegliere: rimanere legata alla mano di papà e percorrere strade percorse da un altro, oppure lasciare la presa per provare ad essere capace di stare, autonomamente, al mondo.

Ciò significa ridimensionare il suo ego, entrare in relazione con chi pretende non per affetto parentale ma per giustizia, costruire i propri limiti e assicurarsi un posto nel mondo.

Se è vero che tutti comunichiamo, qui lo dico e qui lo nego, l’adolescenza della comunicazione è anche la nostra.

 

 

tratto da “La comunicazione generativa” di Luca Toschi. 

La buona comunicazione, infatti, opera su quattro piani:

1. crea cose-idee-cose che, progettando un futuro migliore, ne rappresentano gli strumenti operativi per attuarlo;

2. genera saperi, conoscenza, competenze adeguate al salto di sistema che la nostra storia sta vivendo;

3. attiva e garantisce un processo reciprocamente generativo fra grammatiche e testi della realtà, in tutti i suoi aspetti; 

4. crea comunità di cultura conflittuale con quella oggi dominante, dando vita a un tessuto antropologicamente mutato.

(Pagina 214)

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