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Epifania della comunicazione

Tanto è onnicomprensiva la definizione di conoscenza, tanto è specifica l’azione che oggi la comunicazione deve attuare in questo matrimonio. Il modello trasmissivo (che con una brutale traduzione può essere descritto così: "Io emetto, tu ricevi, in mezzo c’è quello che dico e tu, per favore, ascolta con attenzione."), infatti, è soppiantabile se con coraggio guardiamo in faccia al cambiamento.

Progettualità: un imperativo per il quale è possibile fare quello che ogni consumatore si attende, e cioè che la mission aziendale sia espressa dal prodotto e non solo dal sito.

 

La comunicazione non si può, detto questo, fermare alla bella brochure, ma deve entrare nella progettualità, perché quella mission, che sempre popola i siti delle imprese, è espressa dalla comunicazione stessa.

 

I nuovi paradigmi

La sfida del mercato non è più imporre un prodotto, ma costruirlo. Se è vero (i se fanno la storia) che il patrimonio aziendale è la sua conoscenza, è tempo che diventi investimento, nel momento della progettualità, ragazzi, non altrove. 

Allo stesso tempo se è vero (idem come sopra) che entriamo in relazione con l’azienda, e cioè con la sua identità, attraverso il prodotto, è colpevole pensare che mission e prodotto non siano l’uno espressione dell’altro. 

In nome di questo legame è verificabile anche il processo inverso: il prodotto modifica l’identità dell’azienda, la genera. 

Rientriamo nella contraddizione (irrisolvibile temo) che blocca la comunicazione; del resto spesso semplificare significa porre problemi e non risolverli e me ne scuso. 

 

Investire in conoscenza

Dobbiamo allora trovare un nuovo paradigma: la rete, la sua capacità di creare il contenuto, ovverosia connessioni, relazioni, collegamenti.

Perché questo si attui, però, è necessario partire da una consapevolezza deprimente (al bando l’ipocrisia): non sapere

 

Purtroppo finché la conoscenza sarà considerata come un patrimonio e non come un investimento da perdere, il punto di partenza non sarà mai raggiungibile. Per questo preferiamo lasciare che la comunicazione sia tuttologa, capace di parlare di tutto senza che debba spiegare niente, nella l’asfissia tecnocratica di “rulliana” memoria. Per questo preferiamo a volte pensare di essere alla deriva, quella forza della comunicazione che ci travolge in una navigazione “laterale”. Senza meta, incontriamo le emergenze del qui ed ora, non scelte da noi, senza mappa nè bussola.

 

Chi sa, come la mia generazione, che esistono altre forme di arricchimento oltre alla seppure importante moneta, sa che questa deriva non è inevitabile. Allo stesso tempo sa che la comunicazione deve comprendere e saper far comprendere, traducendo nella relazione, generando un nuovo contenuto. La strada è percorribile solo in una collaborazione paritaria con il proprio interlocutore, detentore della conoscenza. Perché (e questo sia chiaro) i comunicatori sanno che la materia prima non è loro. Loro è solo il processo di raffinamento. 

In questa visione ha senso parlare di alternativo (termine che nella sua normale accezione mi fa venire l’orticaria): solo con la difesa dell’altro diverso da sè e verso il quale ci definiamo alternativi, possiamo difendere anche noi stessi. 

 

Citando

da "La comunicazione generativa" di Luca Toschi.

 

«E lo si capisce bene rivelando che oggi la mission valoriale delle varie organizzazioni, quando considerata (raramente), è valutata poco più di uno stendardo per il quale si richiede al massimo un buon design comunicativo a vantaggio di una modalità operativa dominata dalla convinzione che se le cose funzionano - meglio sarebbe dire se le cose sono accolte favorevolmente dai mercati - sono senz'altro buone. Ciò che (ma anche chi) riesce a incontrare il consenso è sempre valido.»

 

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