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E adesso, che c'entra l'estetica?

Estate, tempo di letture. La primavera è dedicata alla lista di cosa leggere e l'estate disobbedisce ai buoni proprositi. Così ci si rifugia sui testi di estetica che attendono pazienti in libreria avendo fatto un patto segreto con ogni estate. 

Avviene allora che si legge "L'enigma della bellezza" di Franco Rella e si capisce perchè poi se si parla di comunicazione ci si sente anche attratti dall'estetica. 

No, non parliamo di una bella brochure. 

E nemmeno di quella sensazione pacificante che associamo alla bellezza.

Al contrario, qui si tratta di contraddizione, di selva, dell'uomo come soglia, del brivido che sgomenta, della fragilità. Leggetevi Rella. 

Tutte cose che, diciamocelo con franchezza, la comunicazione tende a risolvere, perchè il suo compito è spiegare, semplificare, oppure coprire, nascondere. A seconda di come la si vede e del decennio che hai vissuto durante l'infanzia. 

 

Chiunque abbia incontrato la Bellezza, soprattutto quella artistica, sa che non se ne esce sereni. No. 

Il minimo che può succedere è rendersi conto di far parte del genere animale che l'ha realizzata e allo stesso tempo esplode la consapevolezza di essere assolutamente incapace di raggiungerla di nuovo, autonomamente. Non è una bella sensazione. 

 

Poi si ritorna a parlare di comunicazione e proprio la Bellezza si rivela la strada maestra per renderla efficace, laddove la bellezza diventa la porta di accesso al buono e al vero (perchè sono il buono e il vero che ci interessano, giusto?). 

 

Contraddizione nella contraddizione: la comunicazione non può fare a meno della bellezza, la Bellezza nega la missione della comunicazione. 

Del resto lo dice molto bene Adorno in "Teoria estetica":

Il contenuto di verità delle opere d’arte è la soluzione obiettiva dell’enigma, di ciascuna di esse. Esigendo la soluzione, essa rimanda al contenuto di verità solo attraverso la riflessione filosofica. Ciò e nient’altro giustifica l’estetica. Nessun messaggio si potrebbe cavar fuori dall’Amleto, il suo contenuto di verità non è perciò più piccolo.

 

Ora il fatto che citi Amleto rende questo passaggio ancora più prezioso. Ma è chiaro no? 

Nessun messaggio. 

 

E qui è ancora più chiaro:

A prescindere da cosa ne pensa il produttore, essa (l’opera d’arte ndr) non è qualcosa di costruito in funzione di un osservatore, neppure di un soggetto trascendentale appercepiente; nessuna opera d’arte è descrivibile o spiegabile in base a categorie della comunicazione.


La soluzione sembra ovvia. Dividiamo: un conto la comunicazione, un conto l'arte, l'estetica e tutto il resto. E forse lo abbiamo sempre fatto. 

 

Oppure...

Oppure rimaniamo così fermi, davanti alla contraddizione e copiamo quello che fanno i migliori comunicatori che esistono al mondo, i comici, coloro che riescono a produrre nel pubblico un feedback addirittura fisico: la risata.

E cosa fa il comico? 

Sfrutta tutta la potenza della contraddizione costruendovi sopra una narrazione e al momento di risolverla semplicemente non la risolve, ma ne scatena la tensione come due zolle tettoniche che alla fine non ce la fanno più e si rilassano in un terremoto. Eccola, la risata. 

 

Mostrarla. La contraddizione. Signore e signori. 

 

C'è un solo problema, non so se questo è il compito della comunicazione o forse solo degli artisti che lo fanno ogni volta. Ma se vogliamo seguire la Bellezza, non mi viene in mente altra soluzione. 

 

Post scriptum uno. I miei refusi sono delle celebrità. Ma stavolta soprattutto maiuscole e minuscole hanno un senso. Così, solo per dirvelo. 

Post scriptum due. Sono entrata a piè pari dentro secoli, millenni di pensiero e speculazione filosofica. Perdonatemi. Sarà colpa del caldo. 

 

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