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Perché il comico come modello di comunicazione

Prima di capire perché comico e comunicazione sono così correlati, vogliamo iniziare con una bella testimonianza di Walter Chiari: 

Un trucco che uso sempre è rifiutare gli applausi e le risate registrate: davanti alle telecamere ho bisogno di un pubblichetto di cinquanta persone che con le sue reazioni spontanee mi mentte in contatto con l'altro, enorme, che sta davanti al televisore. 

 

In questa frase appare tutta la natura dialogica della comicità. Una dimensione dialogica che sempre di più si sta imponendo nella comunicazione più avanzata. 

Ma la relazione tra comico e comunicazione nasce dalla composizione e dalla modalità attraverso sui la comicità stessa svolge il suo compito di definizione e di descrizione della realtà anche nel caso di un comico assoluto. 

 

La moltiplicazione degli oggetti, il gioco di manipolazione che avviene direttamente sugli oggetti e sul codice, la compresenza degli interlocutori quale elemento necessario per la conclusione del processo, la tradizione che sembra accompagnare questo complesso quadro grammaticale. Questi sono gli ingredienti del comico e, se ci facciamo caso, anche della comunicazione. 

Eppure sia nella manifestazione della logica sia della sua rottura, sia nella composizione del soggetto, dello spazio e dell'interlocutore non è mai possibile individuare nel comico una scelta univoca. 

Perché ?

Il comico ha bisogno del paradosso, dell'ossimoro e, soprattutto, necessità che questo non venga risolto perché vive della tensione cognitiva generata dagli opposti che si incontrano. 

Ma come fare e non prevedere nessuna soluzione? 

Moltiplicando i livelli e le possibili risposte, inglobando l'esterno da sè, rendendolo partecipe in modo da creare da solo un relativismo che rappresenti l'ambiente più idoneo a favorire una risposta a un conflitto. Attraverso la moltiplicazione della serie, la comunicazione diventa risultato, e l'unico punto di arrivo non è tanto la risposta, oppure la consapevolezza che ci sia, ma l'atto stesso della comunicazione, sufficiente a se stessa. 

Nel comico è allora impossibile comunicare perché è nell'atto stesso che si conclude il risultato finale. 

 

Ma oltre allo statuto del comico che, lo ripetiamo, ha bisogno di un un cosa, un come, un quando, un perché e un chi, quello che avvicina la più alta forma di rappresentazione umana alla comunicazione è la realizzazione di un mondo spesso assurdo dove però il pubblico entra, senza fare resistenze. 

Questo il miracolo del comico: la realizzazione di una partecipazione corporea, evidente nel gesto della risata e che, immaginiamo, prezioso per coloro che lavorano giorno e notte per comprendere le reazioni del proprio pubblico. 

Insomma, potremmo sostituire a Walter Chiari qualsiasi comunicatore e la citazione potrebbe andare benissimo. 

 

Per questo ci piace il comico: ci forza alla reazione, facendoci entrare direttamente nel'assurdo e, allo stesso modo, possiede la capacità di non farci schiacciare dall'assurdo. 

Questo probabilmente il ruolo della comunicazione, che ha l'eterno e ingrato compito di spiegarci il perché anche quando, spesso, questo perché non è spiegabile. 

 

Fonte

La citazione di Walter Chiari è ripresa dal volume: 

D. Aloi, G.P. caprettini, A Gedda "Una tivù da ridere. Cinquant'anni di satira nella/sulla televisione italiana". Edizioni Ananke.

 

 

 

 

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