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L'open journalism

«L'open journalism è un giornalismo totalmente calato nella rete di informazioni di cui disponiamo oggi. E' collegato alla rete, la setaccia e la filtra, e sfrutta le capacità di chiunque sia in grado di proporre e condividere contenuti per offrire un quadro più completo della realtà». Il nome, e la definizione, lo si deve a Alan Rusbridger, il pacato rivoluzionario direttore del Guardian. Per Rusbridger l'open journalism è diventato quasi una religione.

Ha messo da parte la questione economica e si è chiesto cosa è cambiato nel mondo dell'informazione.
Dove sta andando il giornalismo?
Quali sono le nuove sfide che deve affrontare?

Oggi è impensabile che una redazione possa competere con la quantità di informazioni accessibili in rete e seguire gli avvenimenti internazionali come si faceva un secolo fa.

Forse possono permetterselo il Financial Time e il Wall Street Journal, che vendono informazioni finanziare per le quali il tempismo è fondamentale. 

Per un giornale generalista le cose sono un po' diverse. Vediamo come lo spiega  Alan Rusbridger sulle pagine di Intelligence life, in un articolo di Tim de Lisle tradotto da Internazionale. «In prima fila a  uno spettacolo del National theatre  c'è Michael Billington, autorevole critico teatrale. C'è ancora bisogno di lui? No. Billington è la voce del Guardian, è l'esperto. Ma è possibile che le altre novecento persone presenti in sala non abbiano niente di interessante da dire? No, ovviamente ce l'hanno, e se non sfruttiamo la loro esperienza, lo farà qualcun altro. Inoltre tra queste novecento persone, poi, ce ne sono una trentina piuttosto competenti: se il giudizio di Billington vale nove, il loro vale un bel sei. A questo punto possiamo decidere di alzare un muro intorno a Billington e farci pagare quella differenza di tre punti. Oppure possiamo coinvolgere tutti, totalizzando un 9+6. Non scegliere la seconda opzione è giornalisticamente sbagliata, perché significa precludersi una possibilità che altri possono sfruttare. Scegliere il 9+6 ci consente di offrire una cronaca dell'evento più articolata, e magari finiremo per chiederci se abbia senso mandare una sola persona a teatro. Resta il problema di come controllare i commenti e trovare persone che sappiano distinguere tra un'opera di Brecht e un musical, ma possiamo risolverlo in parte con il software e in parte con un lavoro di verifica tradizionale».

La domanda successiva è un'altra: quello che funziona per il teatro, vale anche in altri settori? Noi di OfficineEinstein riteniamo che funzioni per tutto: inchieste, cronaca, scienza, ambiente, letteratura ed esteri. Costruendo reti di informazioni si segue il flusso degli eventi e si fa un giornalismo più completo ed efficace. Riaffrontiamo il problema economico. L'editoria quotidiana stampata sta affrontando una crisi strutturale, ma se si alza un muro facendo pagare i contenuti non si affronta la vera questione del cambiamento.

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Politiche di comunicazione

Per chi si occupa di una professione capita spesso di ritenere che questa professione sia al centro del mondo. Se non altro per questo ci potrà essere perdonato quando sosteniamo che:

 
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Certamente non è tutto, ma la sua trasversalità la rende simile al prezzemolo, sta bene ovunque.

 
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Parleremo di strumenti, di attività, di canali di comunicazione.

 
Sopratutto noi

di OfficineEinstein indulgeremo a rileggere la comunicazione come una competenza da saper adoperare con maestria per accompagnare il cambiamento senza indulgere alla manipolazione.