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Il sistema mass mediatico economico italiano

Prima o poi avremmo dovuto parlare dei nostri quotidiani nazionali, quello che nella letteratura accademica vengono definiti i mass media, mentre qui, nelle OfficineEinstein, chiamiamo il “sistema mediatico economico”.

Quali sono le tre principali caratteristiche che configurano il  “sistema mediatico economico” italiano che, nella mitologia della democrazia, dovrebbe garantire la “libertà di informazione” ovvero quel totem spesso invocato dai giornalisti della “libertà di stampa”?

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Caratteristica numero 1

I grandi quotidiani nazionali sono tutti di proprietà di grandi gruppi industriali o economici e non di editori puri. Infatti se analizziamo le proprietà dei primi dieci quotidiani (per tiratura) verifichiamo che il “Corriere della sera” (425mila copie vendute) di Rcs, ovvero di Mediobanca e della sua gang del “salotto buono” con la Fiat come principale azionista (20 per cento), “LaRepubblica” (378mila) del gruppo finanziario, smantellatore di aziende, di De Benedetti, “Il sole 24 ore“ della Confindustria (269mila), “La stampa” (230mila) della Fiat, la ”Gazzetta dello sport” di Rcs (214mila), “Il Messaggero” (144 mila) di Caltagirone (suocero di Casini) a capo di un gruppo di testate da 400mila copie al giorno, ”Qn il Resto del Carlino” (124mila) del gruppo Monti-Riffeser, ”Il Giornale” (121mila) di Mediaset, ”Avvenire” (115mila) del Vaticano.

 

Caratteristica numero due

I quotidiani vivono e chiudono i bilanci solo per il contributo dello Stato italiano. In particolare la seconda categoria di quotidiani, non quelli con tirature elevate, ma quelli legati a partiti o confessioni.

La questione italiana dei finanziamenti pubblici all’editoria è piuttosto complicata: ci sono varie forme di contributi (diretti, indiretti o tutti e due insieme), qualcuno può riceverli, altri ne sono esclusi e ci sono numerose leggi di riferimento.

Uno dei motivi per cui i quotidiani italiani trasmettono un'immagine del tutto deviata del Movimento 5 stelle è che tra le loro proposte c'è da sempre l'abolizione del finanziamento pubblico ai giornali trasformatosi anche in un disegno di legge.


Quali testate, dunque, vengono finanziate?
Nella loro forma diretta, i finanziamenti riguardano solo tre tipologie di giornali:

  1. i giornali organi dei partiti politici,
  2. quelli delle cooperative di giornalisti
  3. e quelli delle minoranze linguistiche e che fanno riferimento a «enti morali», quelli cioè per le comunità italiane all’estero.

 

Il loro elenco con relativi importi, è sul sito del governo, nelle pagine del Dipartimento per l’editoria e va dall’anno 2003 all’anno 2012.

Dalle tabelle relative all’anno 2012 risulta che il finanziamento per imprese editoriali è andato a 45 testate tra cui, per esempio:

  • Avvenire (che con € 4.355.324,42 è anche il più finanziato, ed entra nella categoria dei “quotidiani editi da imprese editrici la cui maggioranza del capitale è detenuta da cooperative, fondazioni o enti morali non aventi scopo di lucro che abbiano avuto accesso ai contributi entro il 31 dicembre 2005”),
  • Italia Oggi (€ 3.904.773,62),
  • L’Unità (€ 3.615.894,65),
  • Il Manifesto (€ 2.712.406,23, categoria “quotidiani e periodici editi da cooperative di giornalisti”)
  • Europa (€ 1.183.113,76),
  • Il Foglio (€ 1.523.106,65).

 

Repubblica, Corriere della Sera, La Stampa, Il Giornale, Il Fatto, Libero e altri tra i maggiori quotidiani nazionali non hanno dunque ricevuto contributi pubblici diretti.

 

Tra chi ha ricevuto contributi in quanto imprese editrici di periodici che risultino esercitate da cooperative, fondazioni o enti morali, ci sono 136 testate: tra quelle che hanno ricevuto i contributi più consistenti ci sono:

  • Famiglia Cristiana (€ 142.069,68),
  • Rho Settegiorni (€ 127.551,95),
  • Quaderni di Milano (€ 139.389,12),
  • Il Giornalino (€ 136.708,56),
  • Il Biellese (€ 121.326,79).

E, ancora: ”il Romanista”, ”La Voce di Mantova”, ”Buonasera Campania”, ”America oggi” e il ciellino “Trenta Giorni”, ”La Padania” della Lega, ”Motocross”, ”il Salvagente”, ”Nuova ecologia”, ”Cristiano sociali news”, ”Dolomiten”, ”Civiltà cattolica”, ”Ecce mater tua”, a cui si accoda religiosamente ”Buddismo e società”

 

Scrive l’Espresso, gruppo De Benedetti, proprietario anche delle testate legate a La Repubblica:

«La maggioranza dei quotidiani italiani, che rappresentano il 90 per cento del totale delle copie diffuse in Italia, non riceve contributi diretti (...) solo il 10 per cento delle copie diffuse, attualmente percepisce un contributo pubblico».

 

Nella lista, in effetti, mancano testate ben più famose come Il Corriere della Sera, Repubblica, Sole 24 ore che ricevono invece contributi indiretti ovvero pagano l'Iva al 4 per cento (come tutta l'editoria, per fortuna, un piccolo contributo dello Stato alla cultura).
Si tratta, in questo caso, non di soldi dati direttamente ai quotidiani o ai periodici ma di mancate entrate per lo Stato, il cui importo, secondo una recente inchiesta di Lettera 43,

«è quasi impossibile conoscere visto che non risulta agli atti del bilancio della presidenza del Consiglio. E l'Agenzia delle entrate, che ha questi dati, non li ha mai resi noti».

 E questo ci riporta al principale cancro del BelPaese una amministrazione pubblica opaca, asservita, professionalmente priva di dignità.

 

Caratteristica numero tre

I quotidiani italiani sono tra i meno letti tra i paesi occidentali e andando a guardare i numeri delle app scaricate nel nuovo media mondiale, la rete, si ha la sensazione che i lettori nei quotidiani non cercano la notizia o il commento, bensì la pubblicità.

 

Le prime pagine dei giornali sono scritte da una stampa che è diventata come la conosciamo oggi, perché l'attuale editoria è figlia della stampa nata in Inghilterra tre secoli fa. Gli investitori del periodo vittoriano avevano bisogno di notizie aggiornate su qualsiasi cosa potesse inficiare i loro affari.

A questo si aggiunse una certa tradizione alle notizie di cronaca, le quali servivano più che altro a vendere il giornale a persone che non erano, tutto sommato, interessate a quanto accadeva, per esempio nelle Indie o sul mercato delle spezie, sì da coprire, in tutto o in quota, le spese che servivano a raccogliere le informazioni sul mercato delle spezie per gli investitori.

 

In Italia il conformismo giornalistico è impressionante. Pensate ai Tg di tarda notte, quelli che si aprono con la rassegna stampa dei quotidiani del giorno dopo. Tutte le prime pagine sono uniformate. Il novanta per cento dello spazio delle prime pagine di 20 quotidiani sono riempite dalle stesse notizie mentre migliaia di notizie interessanti e utili per il Paese non riescono a fare capolino.
Il risultato è che i giornali non informano, o, meglio, informano rispettando l'interesse delle proprietà, asserviti alla logica della “fonte”; quindi non sono interessanti per la maggior parte della popolazione di una Nazione, in particolare in Italia (d'altronde il loro scopo non è fare informazione, ma informare e condizionare i poteri economici e politici, non a caso viene definita il “quarto potere”).

 

Silenzio stampa

Queste tre caratteristiche, probabilmente, sono alla radice dei motivi per i quali ci sono alcune importanti verità, o notizie, che sui giornali non compaiono. Non vorrei parlare di quelle legate ai grandi misteri della politica, alle indagine e agli sviamenti dei servizi segreti, alle lotte per il potere istituzionale dove è evidente che la trasparenza ha cattivo gioco.

Ma di notizie che apparentemente sono neutrali o, come quelle che citerò che il governo politico del Paese e quello economico dovrebbero essere lieti di far sapere. Eppure non compaiono

Sono dieci verità sulla competitività italiana rese pubbliche da un rapporto della Fondazione Symbola, di Unioncamere e della Fondazione Edison

Per ora mi limiterò a citarne alcune, ma ci torneremo sopra: 

  1. Solo 5 paesi al mondo possono vantare un surplus commerciale manifatturiero superiore a 100 miliardi di dollari. L’Italia è uno di questi.
  2. C’è un paese in Europa che attira più turisti cinesi, statunitensi, canadesi, australiani e brasiliani di ogni altro. E’ l’Italia.
  3. C’è un paese che primeggia in quanto ad efficienza ambientale, meno CO2 e meno rifiuti, delle proprie imprese: è l’Italia.
  4. E c’è un Paese che durante la crisi globale ha visto il proprio fatturato estero manifatturiero crescere più di quello tedesco. Questo paese è l’Italia.

Perché sui giornali non c'è, verso queste notizie, la stessa enfasi con la quale veniamo tenuti aggiornati sullo stato di crisi del Paese. Che interesse viene tutelato da questa opacità?

 

Eppure ne uscirebbe un'Italia diversa. L’analisi non superficiale dei numeri dell’Italia dimostra la straordinaria capacità delle nostre imprese di essere competitive sui mercati internazionali. La forza dell’Italia non è nella standardizzazione dei grandi numeri ma nella qualità di un’offerta altamente specializzata, che troviamo soprattutto nelle filiere e nei distretti che ci fanno grandi nel mondo: il saldo attivo commerciale italiano si concentra quasi interamente nelle province distrettuali. Spesso al di fuori dei poteri economici forti perché è una competitività distribuita.

 

 

E qui siamo arrivati al punto

Quella che i giornalisti chiamano “libertà di stampa” e la mitologia della democrazia “libertà di informazione” è stata in realtà ben ingabbiata dai poteri economici forti del pianeta. Ricordate? 85 famiglie posseggono lo stesso patrimonio di 3,5 miliardi di persone. E vi può sembtrare realistico che queste famiglie che possono viaggiare tutte insieme su un autobus non abbiano avuto l'idea di mettersi insieme e decidere come tutelare la propria posizione di privilegio? Di certo non gli mancano i mezi per farlo.

 

Per questo i comunicatori, cioè quelle persone che per mestiere gestiscono le relazioni con i pubblici, sanno che non dovrebbero parlare genericamente e tecnicamente di “mass media” bensì di “sistema mediatico economico” e il fatto che non lo facciano apre un'interessante parentesi sull'etica professionale di chi ha il delicatissimo compito di far sapere ai propri e altrui pubblici cosa accade.

Interessante supporto di questa tesi può risultare questa interessante mappa dell'intreccio tra potere economico e consigli di amministrazione delle testate “nazionali”

 

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Fonti

Siviero Giulia (2014), Come funzionano i fondi all’editoria, Post, 10 gennaio 2014.

Mastellarini Gabriele (2004), Assalto alla stampa, controllare i media per governare l’opinione pubblica, edizioni Dedalo, collana Strumenti scenari 43, Bari, settembre 2004.

 

Leggi anche

Massacesi Luca (2014), Cos'è che fa leggere un giornale?, OfficineEinstein, 19 luglio 2014.

Massacesi Luca (2013), Verità invisibili ai media, OfficineEinstein,13 ottobre 2013.

Massacesi Luca (2014), Il divario crescente della ricchezza, OfficineEinstein, 6 ottobre 2014.

Massacesi Luca (2014), Ottantacinque ricchi di troppo, OfficineEinstein, 5 febbraio 2014.

 

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