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Ha senso un PdC nell'era digitale?

La rivoluzione digitale, tra i tanti settori della vita quotidiana e dell'economia che ha stravolto, ha letteralmente scardinato le regole della comunicazione.

Oggi con i nuovi software e social che l'avvento dei computer personali ha messo a disposizione un singolo cittadino ha potenza di fuoco e strumentazione che gli permettono di fare quello che un quindicina di anni fa poteva fare solo un editore, anche di una certa dimensione.

Ogni cittadino munito di personal e di connessione internet può far sentire la sua voce, potendo toccare un numero di lettori equivalenti a quelli di un quotidiano.

Mai nella storia dell'umanità il singolo cittadino ha avuto a disposizione una potenza di fuoco comunicativa paragonabile a quella che ha a disposizione nei nostri giorni.

 

La singola persona può, ordinariamente, tenere quotidianamente le relazioni con

  • tre o quattro gruppi di amici stretti (what'sApp);
  • un comunità di cinquecento, mille amici, parenti e conoscenti (Facebook, Twitter);
  • tre o quattro reti di persone che svolgono la stessa professione o hanno gli stessi hobby (Linkedin, Twitter),
  • due o più gruppi di lavoro ristretti legati alle attività quotidiane (Google drive, siti wiki),
  • l'intera comunità nazionale internazionale (blog, sito personale, news letters on line).

 

Può pubblicare un romanzo, una raccolta di poesie, un libro illustrato (Blurb), un catalogo o una rivista (Issuu) dei video, delle clips, dei cortometraggi (you tube), delle presentazoni o delle relazioni (slideshare). 

 

Ha senso dedicare tempo per un piano di comunicazione?

Un individuo, oggi, se vuole comunicare non deve fare altro che accendere il computer e incominciare a digitare. Siamo nell'era della disintermediazione, nell'era della condivisione, nell'era digitale. Il suo pensiero si propaga nella rete e nelle proprie reti e gruppi, diffondendosi. 

 

Sorge allora spontanea la domanda: ha senso dedicare tempo ed energie per scrivere un piano di comunicazione (PdC)?

 

La prima risposta è negativa. Se stiamo parlando di una persona, di un individuo il danno che ne deriva è contenuto e apparentemente non rilevabile.

Una persona ha le proprie idee, sa a chi vuole rivolgersi, che cosa vuole dire, ha una propria identità e personalità il proprio pensiero segue un percorso evolutivo, coerente o incoerente, a seconda delle caratteristiche della persona o dei parametri di giudizio.

 

Perché allora scrivere cosa e come vuole scrivere quando basta iniziare a scrivere. Per la serie, direbbero a Roma, “mo' famo!”.

 

La “strategia di James Bond”

Noi, in Officine, la definiamo la “strategia di James Bond”, apro una porta e vedo cosa succede e come faccio ad uscire dalla stanza, meglio se vivo, senza nessuna programmazione o pianificazione. Gestisco i problemi ma mano che si manifestano, senza tante strategie e precauzioni.

 

Se poi, invece, il “comunicatore” lo fa dedicando qualche minuto anche agli obiettivi per cui scrive, si autodefinisce social o digital strategist e via! Se lo fa per un'organizzazione o una piccola impresa content e project assistant. La comunicazione si colora di professionalità e competenza. Un gessetto colorato durante un diluvio.

Chissà per quale motivo in questi casi l'italiano non funziona: “stratega digitale” o “stratega sociale”; nessuno capirebbe quale pericolo questa persona potrebbe rappresentare. Analogamente “assistente di contenuti” non renderebbe particolarmente intellegibile il suo contributo alla comunità che lo ospita. Quasi come se la nostra lingua rifiutasse l'inganno lessicale, la mistificazione di competenenze, ma ben sappiamo che questo non è il nostro humus.

Forse, più realisticamente, è solo la resistenza della nostra cultura ad accogliere nuove professionalità, giacché i digital strategist esistono realmente, in numero molto inferiore a quelli che si professano tali.

 

Quando non comunica l'individuo ma l'organizzazione

Ma qui casca l'asino. Se l'utilizzo di tutta questa strumentazione che la rete mette a disposizione senza un piano di comunicazione non presenta eccessivi danni per il singolo individuo che si trasforma in comunicatore, i danni diventano esiziali se lo stesso comportamento è seguito da una organizzazione, grande o piccola che sia, che sia un'impresa, un'aziendina, una associazione, una fondazione, un partito, un movimento.

Questo concetto è molto chiaro alle grandi aziende e alle imprese multinazionali che, ormai da oltre un decennio, non svolgono attività di comunicazione senza pianificarle attraverso un piano o un progetto di comunicazione.

 

L'illusione, per una particolare angolazione vera, che il mezzo è il messaggio crea nelle piccole organizzazioni o nelle organizzazioni disorganizzate e non strutturate, e in particolar modo nelle start up e nelle associazioni no profit, danni tanto gravi, quanto apparentemente non rilevabili.

 

Provo a spiegarmi. Se è il rubinetto che perde, il danno è limitato perché è visibile e, quindi, si interviene per contenerlo o per annullarlo riparando o cambiando il rubinetto. Se, invece, la perdita riguarda un tubo sotto traccia, il danno si diffonde capillarmente impregnando le mura, ampliandosi significativamente prima che ce se ne renda conto.

 

Il danno di una attività di comunicazione priva delle linee guide individuate da un piano di comunicazione è un danno virale, che si diffonde in modo sotterraneo e capillare, indebolendo strutturalmente e subdolamente l'organizzazione che mal comunica.

 

Il motivo è semplice e facilmente comprensibile. Proprio la facilità nel “dar voce” alla propria comunicazione è il principale nemico di un'organizzazione disorganizzata.

Tutti i membri dell'organizzazione, i soci fondatori, i quadri direttivi, i militanti di un'associazione possono infatti comunicare per conto dell'associazione con un forte impatto.

 

Perché aiuta adottare un piano di comunicazione

Se non c'è un piano di comunicazione che definisce con chiarezza a tutti i membri dell'associazione

  • quali sono gli obiettivi dell'organizzazione,
  • come si traducono nelle finalità e nello scopo della comunicazione (politica di comunicazione),
  • quali obiettivi di comunicazione ci si prefigge,
  • a chi ci si vuole rivolgere (pubblici),
  • con quali messaggi,
  • con quali influenzamenti conseguenti tra i vari pubblici (arena di influenzamento),
  • lungo quali direttrici o linee guida (strategia di comunicazione),
  • declinandole attraverso quali strumenti, canali o azioni di comunicazione,
  • con quale periodicità (cronogramma) 

esce, inevitabilmente, una comunicazione dell'organizzazione contradditoria, contrastante, multidentitaria, con il conseguente spiazzamento e confusione per chi la fruisce o riceve.

 

Perché un'organizzazione deve comunicare

Scopo principale di un'attività di comunicazione per un'organizzazione è, infatti,

  • comunicare un'identità riconoscibile e caratterizzante (quindi è intuitivo il danno che si procura raccontando identità e finalità diverse)
  • e generare e gestire la reputazione (credibilità, attendibilità, eticità, onestà) dell'organizzazione.

 

E questo lo si può ottenere solo allineando le file e marciando in modo compatto o, quantomento, nella stessa direzione e con coerenza. Appunto adottando un piano di comunicazione, rispettandolo, aggiornandolo man mano che la comunicazione fatta produce i suoi effetti e le sue distorsioni

 

Leggi anche

E. Ripanti, L. Massacesi (2013), Il piano di comunicazione, OfficineEinstein, 30 aprile 2013.

E. Ripanti (2013), Conosci la figura del comunicatore?OfficineEinstein, 1 maggio 2013.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Certamente non è tutto, ma la sua trasversalità la rende simile al prezzemolo, sta bene ovunque.

 
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Parleremo di strumenti, di attività, di canali di comunicazione.

 
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