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Sondaggi uguale manipolazione?

Ultimo incontro della prima giornata degli Stati generali della comunicazione politica al quale abbiamo assistito è stato dedicato ai sondaggi. Un tema che, malgrado l’allontanarsi del dopo elezioni, rimane caldo. 

Intorno al tavolo, moderato da Paolo Mancini (università di Perugia e associazione Comunicazione politica), Carlo Buttaroni (Tecnè), Massimo Chiais (università di Perugia), Antonio Noto (Ipr marketing). 

Partendo dalla considerazione che i sondaggi sono molto amati dai giornalisti perché i numeri sono facili da trattare, il professore Mancini pone alcune domande sul ruolo dei sondaggi in relazione alle scelte politiche: 

  • quanto di scientifico e quanto di semplificazione c’è in un sondaggio?
  • quanto esso influenza le scelte di un governo?
  • e quanto modifica i comportamenti di un elettore?

 

Queste le domande, rafforzate dall’intervento del professor Chiais il quale evidenzia la capacità manipolatoria dei sondaggi: questi possono essere manipolati a loro volta e elaborati ad hoc. Se riescono, infatti, a incrociare le catene semantiche di maggiore rilevanza, possono realizzare la profezia. 

 

Una posizione che non è appoggiata (come prevedibile) da Carlo Buttaroni e da Antonio Noto che, in qualità di “addetti ai lavori” pongono la discussione su diversi piani. 

Prima di tutto il sondaggio non è uno strumento finito, non può essere quindi interpretato come se non avesse uno sviluppo intrinseco. In secondo luogo il sondaggio è scientifico e non editoriale. Insomma: un conto è il sondaggio in sé, un conto il suo valore di notiziabilità, che non è solamente legato da ciò che l’indagine rileva. 

Soprattutto il carattere scientifico troppo speso è dimenticato e a questo proposito, Buttaroni richiama ala mente le polemiche che hanno seguito la “presunta” sottovalutazione del Movimento 5 stelle a seguito delle elezioni. 

Una serie di polemiche ingiustificabili se si pensa che l’errore commesso dai sondaggisti è stato davvero minimo. Basti pensare che se trasportassimo sul Movimento 5 stelle l’errore che negli ultimi anni è stato rilevato nella valutazione del Pil, il M5s sarebbe dovuto essere quantificato dal 4 al 70 per cento. 

 

La cultura del sondaggio

Più che soffermarsi sull’ “oggetto sondaggio” allora, è importante evidenziare altri aspetti connessi ma che coinvolgono ambiti più ampi. 

Il primo è quello che Noto chiama cultura del sondaggio e che in Italia non esiste. E’ necessario definire anche da un punto di vista legislativo che cosa è un sondaggio (oggi anche i televoti possono aspirare a questa definizione) e quindi creare un posizionamento di questi strumenti nella loro pluralità. 

 

Il secondo ambito critico è la relazione tra gli istituti di sondaggio e i committenti. Questi ultimi troppo spesso si interessano ad aspetti metodologici (ad esempio formulando le domande) che sono invece di stretta competenza dei primi e non si concentrano a chiedere quello che davvero serve: l’obiettivo strategico dell’indagine, lasciando spazio ai ricercatori di costruire un modello di indagine adeguato e professionale

Questo spostamento di attenzione da parte dei committenti, che spesso si verifica anche nella comunicazione, confessiamolo, si aggrava ancora di più quando il budget per la ricerca tende al ribasso, mettendo a rischio la qualità. 

 

Infine Buttaroni richiama a uno dei veri obiettivi del sondaggio che non può essere preso come una previsione del futuro (anche solo per il fatto che registra il passato), ma come elemento che costruisce nel tempo il movimento e l’andamento del fenomeno studiato. Un approccio anglosassone questo che non si concentra sul numero, ma sullo sviluppo analizzato. 

 

Insomma, per chiudere con le parole di Buttaroni, il problema non è avere i vasi di fiori in balcone, ma se qualcuno li afferra e li butta giù colpendo qualcuno

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