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La eDiplomacy e nuovi scenari

La seconda giornata degli Stati generali della comunicazione politica si è aperta con un’interessantissimo incontro con Lapo Pistelli, viceministro degli Affari esteri (e non solo).

L’intervento prende avvio da una ricostruzione dell’attuale panorama delle relazioni internazionali. Se fino a ieri l’altro le relazioni avvenivano tra gli Stati e i cittadini potevano contare su una comunicazione fortemente mediata, oggi la dimensione è sovranazionale e le nuove tecnologie e l’accesso alle informazioni rendono possibile la conoscenza in tempo reale di quello che accade. 

 

Mentre il mondo cambia

Malgrado la difficoltà di schematizzare i cambiamenti avvenuti, Pistelli ci offre tre trasformazioni che hanno radicalmente cambiato le relazioni internazionali:

  • le nuove tecnologie (come anticipato),
  • la fine del sistema bipolare
  • e la globalizzazione

 

La comunicazione dell’identità dello Stato è quindi passata da una narrativa nazionalista, dalla definizione del nemico esterno e dall’agire in nome del popolo, all'essere incalzata dalla spettacolarizzazione del leader che ha bisogno di una narrazione molto persuasiva e molto forte, anche per le politiche estere. Un cambiamento nel quale il cittadino ha, inoltre, la possibilità di costruire il proprio palinsesto. 

 

Due gli eventi che Pistelli cita come testimonianza de capovolgimento della prospettiva. Il caso WikiLeaks e il ruolo della rete durante la primavera araba, e più esattamente la scelta del governo egiziano, il 25 gennaio 2011, di oscurare i server. Una risposta che scatena le software house in aiuto con la piazza e che nel giro di una settimana fa cambiare la linea governativa.

 

Tolleranza al fallimento

In questo scenario, gli strumenti e l’uso della comunicazione in diplomazia hanno subito pochi cambiamenti. 

Una trasformazione che tuttavia si vede come necessaria soprattutto da un punto di vista culturale, per ampliare la platea e per velocizzare l’ambito della rete. 

Pistelli ha molto chiaro, da questo punto di vista, una distanza quasi “antropologica” tra la rete e i diplomatici: il grado di tolleranza al fallimento. Se infatti in rete il fallimento fa parte del metodo (“ci provo e vedo cosa accade”), per la diplomazia non si può tollerare la possibilità di sbagliare. Un punto questo che potrà essere superato con una leadership molto forte che copra la scelta di innovazione, che dia un forte mandato alla diplomazia. 

 

I vantaggi

Ma quali i vantaggi dello sviluppo e applicazione della eDiplomacy? Il viceministro ne elenca cinque. 

 

1.

Un’identità più moderna e friendly delle appendici territoriali e delle istituzioni italiane. La eDiplomacy aiuta condividere i contenuti della azione internazionale e rendere la politica internazionale presente nell'agenda quotidiana. 

Per avviare il processo basta anche partire da chi ha già sperimentato un modello, e avere la consapevolezza che potrebbe essere necessario "sporcare" un po’ i contenuti che ora rimangono “integri” per i tecnici. 

Il presupposto è basilare: una cosa non è comunicata è come se non esistesse, e questo distanzia, non dà informazioni e comprensione di quello che sta accadendo.  

 

2.

Nation branding

L'Italia, in verità, non ha bisogno di affermare il proprio marchio nel mondo, anche se forse ci siamo un po’ troppo approfittati di questa “rendita” comunicativa. 

 

3.

La nostra politica estera ha fatto battaglie importanti dal profilo etico ma nascoste. 

Essere sulla rete significa anche essere “in”rete con i soggetti che possono dare peso a queste battaglie contribuendo alla loro legittimazione e arricchendone il profilo. 

 

4.

In quarto vantaggio è il coinvolgimento organico di soggetti organizzati ma anche di singoli per l'analisi delle situazioni. Il bisogno di sapere, tipico dei diplomatici, si sviluppa, arricchendosi, grazie al paradigma per eccellenza della rete: la condivisione. 

 

5.

Il quinto e ultimo vantaggio è avere un riferimento nella rete anche per avere il polso di quello che sta accadendo

In questo tuttavia ci si scontra con la consapevolezza di non avere il totale controllo del messaggio in rete, un assunto inconcepibile per la diplomazia. 

 

Cosa serve alla eDiplomacy?

La formazione soprattutto del corpo diplomatico che sia affiancata da una squadra di comunicatori digitali che aiutino a definire la strategia. Non serve un profilo esistente, ma una fusione di diverse competenze capace di far comunicare i due campi. 

Il secondo elemento necessario è una valutazione secca delle competenze linguistiche: essere almeno presenti nell’anglosfera, per non parlare del medioriente e del mondo arabo. 

Infine, un cambiamento nelle procedure. Come si fa ad aspettare il visto si stampi per ogni messaggio che deve uscire, quando i tempi sono quelli che conosciamo grazie a Twitter? 

 

Alleàti e alléati. 

La sfida proposta da Lapo Pistelli è enorme e chi lavora in comunicazione e magari ha avuto modo di entrare in contatto con le amministrazioni pubbliche sa quanto sia grande. 

Ma vogliamo chiudere con due citazioni del viceministro che sintetizzano molto bene l’urgenza di entrare in questa dimensione e che vogliono superare la dicotomia di processi e di impostazione culturale che oggi sembra dividere la rete dalla diplomazia:

se non le puoi battere, almeno alleati

e

entrare prima che ci entrino i “cattivi””.

 

 

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