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Mantenersi facendo un lavoro che si ama

Qualche volta il miracolo accade. E non è toccato al figlio di qualcuno. E' toccato a uno come tanti. Si chiama Giacomo Cardaci. Un ragazzo diventato adulto in fretta, con la passione dei libri, il rispetto per chi ha qualcosa da dire e la capacità di far decollare i sogni.

Studiava al Parini, liceo classico della Milano bene, quando i compagni allagavano il liceo per evitare un compito in classe di greco. Ne tirò fuori un diario, intitolato “Gli alligatori” (Mondadori), spaccato milanese di una gioventù orfana d’impegno e di una scuola non sempre all’altezza delle aspettative.

 

Poi sparì, ma in realtà si curava. Linfoma di Hodgkin: un tumore aggressivo ma per fortuna (grazie ad un medico italiano, Gianni Bonadonna) curabile e guaribile.

Dopo un anno di chemioterapia ne tirò fuori una storia avvincente, fatta di ospedali, iniezioni, capelli perduti e speranze ritrovate. Titolo: “La formula chimica del dolore”. Consigliato a tutti quelli che non si arrendono.

 

E adesso rieccolo. Laureato, ricercatore, assunto all’Università Bicocca dopo il concorso pubblico. Sempre con lo stesso entusiasmo e la stessa fiducia nella vita. Che è bella e dipende anche da noi.

 

Uno che ce la fa

Uno che ce la fa ci dice che non tutto è perduto. Che siamo vivi. Che c’è ancora qualche barlume di speranza. Questo testo consigliato da Fabio Genovese sul gruppo di Linkedin Sono NotiziePositive è un manifesto sulla fiducia che meritano i giovani nel nostro paese, una fiducia che lo Stato purtroppo non riesce più a dare schiacciato dai milioni di interessi corporativi incrociati che garantisce.

 

Uno che ce la fa è l'eccezione che conferma il triste luogo comune che non c’è spazio per i giovani nel mondo del lavoro.

«A 27 anni posso affermare di appartenere già a quella che ai giorni d’oggi si può considerare una casta di privilegiati: coloro che si mantengono facendo un lavoro che amano. Di questi tempi, mi sento una specie di miracolato, sebbene per vincere il concorso di dottorato abbia studiato molti mesi. Il cuore in fibrillazione, gli occhi inchiodati sui manuali, l’erosione lenta dei risparmi racimolati con il mio vecchio lavoro. Il terrore del fallimento. Il salto a piè pari sulle vacanze al mare con gli amici. Ma soprattutto: la rinuncia a desistere, nonostante gli spettri del nipote di X, dell’amico di Y, o della smorfiosa che gironzola intorno al vecchio Z, che mi raggelavano ogni volta che qualcuno mi sussurrava si sa come vanno le cose, in Università…»

 

«Le borse di ricerca sono prenotate per gli amici o i parenti o i soliti paraculati. Non è vero. Non è sempre così. La mia è una felicità rara, sebbene dimezzata: riuscirò a comprare una casa nei prossimi anni? Prevedo di no. Riuscirò a mantenere un bambino? Nemmeno. Sono preoccupato per il mio futuro? Sì. Ma almeno potrò galleggiare per qualche anno, in autonomia, passando le giornate a fare qualcosa che mi piace, a differenza di molti giovani ambiziosi e avviliti, inerpicati in stage di cui aspettano con angoscia un sudato rinnovo; ragazzi che le ore piccole, al sabato sera, le fanno in ufficio, davanti al monitor del computer. Ce ne sono tanti: basta fare un giro per il centro di Milano dopo le otto o le nove o le dieci di sera, puntare lo sguardo verso l’alto, osservare le sagome che si muovono sotto le luci accese dei grattacieli. Sono loro. In tempi di crisi, bisogna faticare il doppio, e loro faticano il doppio. Ciò che risucchia le loro speranze, frantumandole in mille pezzi, non è, o non è soltanto – che molti di loro non trovano un lavoro, o non lo trovano in Italia: il dramma è che, quand’anche finalmente abbiano un’occupazione nelle mani, sono in molti casi infelici, perché lo spazio tra ciò che sognavano di fare “da grandi” e ciò che poi realmente fanno per rimanere a galla, in questi tempi di crisi, va sempre più dilatandosi. Non c’è niente di male nell’arrabattarsi durante i primi tempi di carriera, raggranellando un rimborso spese o poco più: ma si stringono i denti soltanto se il futuro è una strada luminosa da percorrere, non se è un temporale in arrivo da affrontare».

 

Aspirazioni che evaporano

Quanti progetti di piccole star-up evaporano ogni giorno?

Quanti sognano di aprire un piccolo ufficio, giovani architetti, commercialisti, ingegneri, designer, pittori, meccanici, informatici…, ma non ce la fanno?

Come sarebbe bello se questa tornasse ad essere un’epoca in cui sono in molti, e non una striminzita minoranza,  coloro che possono riconvertire le proprie passioni, i propri ideali, i propri entusiasmi, nella loro professione, ricavandone un profitto emotivo, umano ed economico.

 

Il nostro Stato quando pretende le tasse dovrebbe restituire coraggio ai suoi giovani: e il modo più generoso per spronarli, per prendersi cura di loro, è contribuire a far sì che ogni ragazzo, grazie al proprio lavoro, realizzi le sue più entusiasmanti aspirazioni, assecondi le sue più giuste inclinazioni, sviluppi la sua più sincera natura.

 

Potenzi la propria creatività e possa così diventare un adulto sereno e, magari, un uomo indipendente.

 

Fonti

Estratto di notizie positive del 16 gennaio a cura di Patrizia Bonaca, La notizia scelta è stata postata su Linkedin, da Fabio Genovese, partecipante del gruppo Solonotiziepositive.

 

Corsera.it, Giangiacomo Schiavi, Lo studio, la malattia, la laurea. Ecco un giovane che ce l’ha fatta, 

Giacomo Cardaci, Gli alligatori, Mondadori

Giacomo Cardaci, La formula chimica del dolore, Mondadori

 

 

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C’è qualcosa di bello nella gestazione per la nascita di un cambiamento o di una nuova idea. La fiducia nella forza dell’entusiasmo e della volontà sapiente!