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La bioeconomia

“Bioeconomia” è, come del resto “ecologia”, una parola un po’ magica che indica un territorio di frontiera fra differenti discipline. Il termine “bioeconomia” è stato inventato, se così si può dire, nel 1971 dall’economista americano Nicholas Georgescu-Roegen, un personaggio lui stesso di frontiera. Nato in Romania ha studiato dapprima scienze naturali nel suo paese, poi economia in Inghilterra e, alla fine, è andato ad insegnare economia, in modo abbastanza eterodosso, in America, in una Università periferica, nello stato del Tennessee.

 
Dopo essersi occupato di economia agraria e di economia della produzione, nel 1971 pubblicò, col titolo: “La legge dell’entropia e i processi economici”, un libro (sfortunatamente non tradotto in italiano) che sostiene la sostanziale incompatibilità fra le leggi tradizionali dell’economia e quelle, non violabili, della natura e del mondo fisico.


Per quanto riguarda l’energia, la fisica spiega che tutte le forme in cui l’energia si manifesta sono uguali fra loro: il calore è uguale all’elettricità e al moto e alla energia raggiante e ciascuna forma è trasformabile in qualsiasi altra. Nella trasformazione dell’energia da una forma all’altra, la quantità di energia in gioco resta sempre la stessa: ad esempio se il calore del vapore si trasforma in energia meccanica in un motore, la somma dell’energia meccanica ottenuta e del calore disperso è rigorosamente uguale a quella del calore messo in gioco. E’ questo il “primo principio della termodinamica”, il principio della conservazione dell’energia.


Il “secondo principio della termodinamica” avverte, però, che in ogni trasformazione la “qualità” dell’energia peggiora sempre: se si diluisce l’acqua calda di una pentola con l’acqua fredda del rubinetto, il calore presente nell’ambiente è rigorosamente sempre lo stesso, ma non si può più “raccogliere” e rimettere insieme tale calore per riportare la temperatura dell’acqua a quella che aveva originariamente nella pentola.

 

Entra in campo l'entropia

C’è una grandezza che si chiama “entropia” la quale è inversamente proporzionale alla temperatura di un corpo: se si raffredda un corpo caldo, la “entropia” del sistema aumenta e la qualità dell’energia peggiora perché non si può “tornare indietro”. L’uso delle fonti energetiche commerciali, la trasformazione dei minerali, la vita stessa comportano un peggioramento della qualità dell’energia “mondiale”; in seguito ad ogni azione “economica” l’entropia dell’universo aumenta e si va verso una specie di “morte cosmica”. Naturalmente ciascuna persona partecipa a questa degradazione dell’energia universale soltanto per una frazione infinitesimale per cui non si sente proprio responsabile di questo gigantesco fenomeno. 
A livello un po’ più aggregato, di popolazione terrestre per esempio, il fenomeno è invece molto più apprezzabile: la natura ha impiegato alcune centinaia di milioni di anni per “fabbricare”, utilizzando l’energia solare, i depositi di petrolio e di gas naturale che si trovano nelle viscere della Terra. La nostra generazione consuma al ritmo del tre per cento all’anno queste riserve energetiche “comode” e concentrate dissipando poi nell’atmosfera e negli oceani il calore che si libera nella combustione di tali idrocarburi.


Davanti a questi fatti Georgescu-Roegen si chiese come è possibile che vada avanti una società le cui regole “economiche” impongono di usare sempre di più merci ed energia trasformando materiali ad alto stato di concentrazione (a bassa entropia) in materiali diffusi, di bassa qualità, irrecuperabili (ad alta entropia). La crescita economica, l’aumento del prodotto interno lordo, sono inevitabilmente accompagnati da un peggioramento dello stato fisico del pianeta. Senza contare la immissione nell’ambiente di altre scorie, rifiuti, sostanze tossiche.

 

Lo strumento per il nuovo corso economico

Tutta l’opera di Georgescu-Roegen sulle contraddizioni fra crescita economica ed aumento dell’entropia non fornisce soluzioni tecniche o politiche, ma avverte che occorre elaborare un nuovo modo di pensare coerente con le grandi leggi della natura. La “bioeconomia” è lo strumento per il nuovo corso economico perché aiuta ad analizzare i fenomeni economici con gli stessi criteri con cui i biologi analizzano i fatti e i fenomeni della natura e della vita; nello stesso tempo mostra che alcune regole elaborate per spiegare i fatti economici sono utili anche per descrivere molti fenomeni vitali.

 

La chiave di tutto consiste nel misurare il flusso di materiali e di energia che, sia nei fatti economici, sia in quelli ecologici, parte dalla natura e alla natura ritorna. 
Pensiamo ad un albero o ad un campo coltivato: le foglie “acquistano” (gratis) energia solare e anidride carbonica dall’aria; le radici pompano dal terreno acqua che contiene sostanze azotate e altri sali e li distribuisce nelle varie parti della pianta. Questa energia e materia, ricavate senza alcuna spesa (monetaria) dalla natura, sono rielaborate nella minuscola, ma perfetta, “fabbrica” della cellula vegetale. Dopo un po’ di tempo si osserva che nella pianta sono aumentati gli zuccheri, l’amido, la cellulosa, le proteine, i grassi. Durante questo processo la pianta “vende” all’aria circostante ossigeno, e al terreno una parte delle foglie che vengono poi decomposte e che restituiscono al terreno le sostanze sottratte qualche giorno o settimana o mese prima.


I biologi, prendendo a prestito un termine dall’economia, danno alle piante verdi il nome di organismi “produttori”. Gli organismi animali (che, sempre per lo stesso criterio, sono chiamati “consumatori”) possono nutrirsi soltanto di vegetali o di altri animali attraverso “catene alimentari” del tutto simili alle catene economiche con cui il minerale di ferro si trasforma in acciaio, e poi in lamiera, e poi in automobile, e poi in rottame.


I biologi descrivono il flusso di materia e di energia negli organismi vegetali ed animali in unità fisiche, di peso e di energia, con una vera e propria contabilità di grande utilità anche pratica. Tale contabilità “bioeconomica” spiega, per esempio, che da un campo coltivato non si può ricavare una quantità eccessiva di piante perché altrimenti si impoverisce il terreno e i raccolti successivi sono troppo scarsi; che in un prato non si può far pascolare un numero eccessivo di animali, altrimenti viene compromessa la fertilità del suolo e l’anno successivo non c’è erba per tutti; che in un tratto di mare non si può pescare una quantità eccessiva di pesci perché altrimenti si sottrae alimenti per i pesci più grossi e si turbano le catene alimentari.


La miopia, non casuale, degli economisti classici

La bioeconomia, questa giovane scienza, oltre a spiegare meglio i processi naturali, riesce, attraverso la misura dei flussi di materia e di energia dalla natura alla natura, a individuare certe importanti distorsioni dei fatti economici. In una fabbrica, per esempio, entrano delle materie prime che vengono trasformate, usando energia, in manufatti e merci. Pensiamo ad una acciaieria come quella di Taranto, che acquista, e paga al venditore, dei minerali di ferro, del carbone, del calcare, tutti materiali tratti dalla cave e dalle miniere, cioè dalla natura. Tali materiali vengono trasformati mediante impianti e macchinari, la cui fabbricazione, a sua volta, ha richiesto materiali e investimenti di denaro. Alla fine si ottiene l’acciaio nelle sue varie forme, cioè la merce che si vende in cambio di denaro. Dopo mesi o anni i manufatti di acciaio si consumano, vengono buttati via, si corrodono e i materiali originariamente impiegati ritornano alla natura, più o meno trasformati.
Anche nella nostra vita domestica si verifica lo stesso flusso di merci e di denaro; ogni giorno compriamo gli alimenti, il giornale, il gas per la cucina e l’elettricità e la benzina per l’automobile: ogni tanto compriamo le scarpe o un vestito o dei libri o dei mobili. Dopo un tempo più o meno breve questi materiali o i loro scarti ritornano alla natura.


Gli economisti descrivono i fenomeni della produzione e del consumo con una contabilità che, per comodità, associa a ciascun passaggio la quantità di denaro spesa nell’acquisto o ricavata dalla vendita di materie prime o merci. In questo modo viene esclusa dal conto la maggior parte della materia e dell’energia che entrano in gioco nei fatti analizzati. Non figurano, per esempio, i flussi di rifiuti che finiscono nell’aria o nel mare perché tale flusso non è accompagnato da nessuno scambio di denaro; non figura l’impoverimento delle riserve di minerali e di fonti di energia.


Il fatto che le generazioni future dovranno pagare un prezzo maggiore perché avranno riserve più scarse di idrocarburi o di metalli non figura nella contabilità economica, così come non figura l’aumento dell’entropia associato alle attività di produzione e di consumo delle merci. Inoltre la regola fondamentale dell’economia prescrive che in ciascun passaggio di merci si deve ottenere un aumento della ricchezza monetaria, senza tenere conto che a tale aumento corrisponde un più che proporzionale impoverimento delle riserve di risorse naturali e peggioramento della qualità dell’energia.

 

L'economia dei beni comuni 

La “bioeconomia” suggerisce di riscrivere le regole economiche in modo che esse tengano conto anche dei beni che entrano nel processo economico (l’aria, l’acqua) senza che nessun prezzo venga pagato per essi, e delle “merci negative”, le scorie, i rifiuti, che finiscono nell’ambiente e nella natura senza che venga pagato alcun prezzo per queste offese alle risorse naturali collettive. 
Nel libro prima citato, “La legge dell’entropia e i processi economici”, l’economista Georgescu-Roegen propone una contabilità integrata economica e ecologica la cui redazione pratica presenta però enormi difficoltà perché si è costretti a trattare grandezze molto eterogenee.

Come si può sommare la quantità di acciaio venduta in cambio di soldi con la quantità di polveri e fumi “venduti” all’aria senza alcuno scambio di denaro?

Come si può sommare il peso del pane e della carta dei giornali, acquistati ogni giorno, con il peso dei rifiuti che vanno a finire nelle fogne o che vengono messi ogni sera fuori dalla porta di casa?


Comunque la bioeconomia spiega bene che se non si fanno queste nuove analisi, inventando anche un nuovo sistema di contabilità, molte delle operazioni di disinquinamento e molte leggi ecologiche vengono vanificate.

 

L’analisi bioeconomica dei fenomeni di produzione e di consumo di recente ha anche suggerito che la quantità di merci che sono presenti in un mercato segue delle leggi analoghe a quelle che descrivono il numero di animali che occupano un territorio.
Ad esempio la produzione, espressa in tonnellate all’anno o in numero di macchine all’anno, di una merce aumenta dapprima lentamente, quando la merce è nuova, è ancora poco nota ed è ancora costosa; a mano a mano che la produzione aumenta e il prezzo diminuisce e la gente conosce la merce o la macchina, anche il consumo aumenta, fino a che si raggiunge un punto in cui il mercato diventa praticamente saturo e la produzione sopravvive soltanto per sostituire le merci fuori uso.

 

Contro l'illusione folle della crescita continua

Avviene proprio come quando una popolazione animale invade un territorio; questo può ospitare e sfamare un certo numero di individui e non di più; analogamente una famiglia può avere due o tre televisori e due automobili, ma non saprebbe dove mettere dieci televisori o cinque automobili; lo stesso vale per la quantità di energia o di elettricità che un paese può consumare e che raggiunge prima o poi la saturazione. Questo spiega perché molte scelte produttive, basate sulla illusione di mercati in eterna espansione, si sono risolte in un disastro. I responsabili delle previsioni hanno ignorato … la “bioeconomia”!


Una volta avviati su questa strada si scoprono molte altre analogie; i casi più suggestivi riguardano la concorrenza fra merci. Immaginiamo un mercato in cui sia presente una merce che assolve bene il suo compito, come erano le penne stilografiche negli anni quaranta. Le prime penne a sfera che sono comparse alla fine degli anni quaranta erano molto costose e poco efficienti; in breve tempo la loro produzione è aumentata, il prezzo è diminuito, la qualità è migliorata, e le penne stilografiche sono state gradualmente espulse dal mercato dalla aggressiva invasione delle penne a sfera.


Il processo a ossigeno per la produzione dell’acciaio, introdotto in Italia per la prima volta a Taranto, ha soppiantato i precedenti sistemi usati nelle altre acciaierie; la diffusione delle fibre sintetiche a partire dagli anni cinquanta del Novecento ha soppiantato in gran parte i tessuti di lana e cotone; la diffusione dei detergenti sintetici ha soppiantato il sapone, che sopravvive soltanto per gli usi di toilette personale; attualmente i detersivi liquidi stanno soppiantando quelli in polvere.


Questi e molti altri fenomeni di concorrenza fra merci possono essere descritti con le stesse equazioni che i biologi hanno elaborato per descrivere la concorrenza fra due specie di animali che si contendono il cibo e lo spazio di un territorio di dimensioni limitate; l’invasore dapprima sopravvive con difficoltà, poi si fa più numeroso e riesce spesso a soppiantare la specie che occupava originariamente il territorio.


Le analisi bioeconomiche del mercato offrono un modo nuovo di esaminare la crescita, la concorrenza, il declino delle “popolazioni di merci” alla luce delle analogie con quanto avviene nelle popolazioni di animali. E’ come se ci fosse, negli eventi economici e in quelli viventi, una unità di meccanismi e di comportamenti. E forse c’è davvero e non ce ne siamo ancora accorti.

 

Giorgio Nebbia

professore emerito di merceologia dell'Università di Bari

 

Nota della redazione

I titoli dei paragrafi sono un intervento redazionale. Il mio maestro e amico Giorgio me li perdonerà. (luca massacesi)

 

Fonte

Fondazione Micheletti

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