testata

La cultura motore di un nuovo sviluppo

Il “brand Italia” perde posizioni sullo scenario internazionale in termini di offerta e attrattività culturale. Il grido d’allarme, lanciato dal Gruppo Sole 24 Ore, promotore degli Stati generali della cultura, con la partecipazione del Presidente della Repubblica. presentato l'indice dell'attrattività culturale del Paese (indice24). Quattro richieste precise per un rilancio dell'industria culturale nazionale: un accesso al credito per lo sviluppo dell’imprenditorialità creativa; la costituzione di un’agenzia per l’esportazione della produzione creativa; una chiara strategia di valorizzazione globale dei brand culturali italiani, una maggiore capacità di integrare la produzione creativa nel manifatturiero di qualità.

 

5,4 percento del Pil. Oltre 100 miliardi di euro. Assumendo l'industria culturale italiana in un'accezione più ampia si calcola che determini il 15 percento del Pil nazionale, pari ad oltre 300 miliardi di euro. Occorre riscoprire la centralità della cultura come motore dello sviluppo economico e sociale del Paese e, insiste su questo il Presidente Giorgio Napolitano nel suo intervento, come fonte di crescita personale per tutti i cittadini: un investimento a 360 gradi, dalla scuola all’università, dalla tutela dei beni culturali all’innovazione scientifica. Infine, e, soprattutto, occorrono proposte concrete per cambiare rapidamente rotta per avviare una fase di profondo rinnovamento nei modelli e nella gestione della conservazione e della tutela del nostro patrimonio storico, paesaggistico ed identitario.

Gli Stati generali della cultura
Questo il messaggio forte, suggellato dall’intervento del Presidente della Repubblica, che viene dagli Stati generali della cultura, tenuti a Roma il 15 novembre 2012. L’assise, promossa da Gruppo Sole 24 Ore, dall'Accademia nazionale dei Lincei, dall'Istituto dell’enciclopedia italiana Treccani e svoltosi sotto l’Alto patronato della Presidenza della Repubblica, si è aperta con l’intervento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ed ha registrato anche i contributi dei ministri Francesco Profumo (Istruzione), Lorenzo Ornaghi (Cultura), Fabrizio Barca (Coesione territoriale) e Corrado Passera (Sviluppo economico) oltre che autorevoli esponenti del mondo delle istituzioni, della cultura e dell’economia. Evento che ha suscitato grande interesse e attenzione e notevole affluenza di pubblico con una partecipazione molto attiva anche grazie alla diretta web oltre che nel racconto in live twitting con l’hashtag #SGCultura12.

Dilapidato, in 200 anni, un patrimonio culturale
Quella che è emersa dalla giornata di confronti e dibattiti, anche accesi, è un Italia «che vive sulle spalle di un grande passato».
Il nostro Paese, negli ultimi decenni ha dilapidato, e continua a dilapidare, una rendita di posizione storica che si assottiglia sempre di più diventando sempre meno capaci di rendere visibili e attraenti a livello globale i nostri contenuti culturali, e di trasmetterli efficacemente alle catene del valore dei settori di eccellenza del Made in Italy.
L’effetto più recente di questa situazione è che il "brand Italia" perde competitività a livello internazionale: in altre parole la filiera culturale italiana estesa non riesce a produrre abbastanza valore perché soffre, soprattutto nei settori chiave dell’industria culturale, di una bassissima capacità di penetrazione sui mercati internazionali, e ciò finisce per influenzare negativamente la competitività dell’intero sistema del Made in Italy.

L’indice di attrattività culturale
La situazione si riflette in modo evidente nell’indice di attrattività culturale elaborato dal professor Pier Luigi Sacco, docente di economia della cultura allo Iulm di Milano e adottato dal Sole 24 Ore, che, a partire dai database Google-Harvard e Google Trends, permette di misurare quanto il "brand" di un Paese, nel nostro caso l’Italia, sia associato a livello globale, rispetto ai principali paesi concorrenti, ai principali settori di produzione culturale e creativa e ai relativi attributi di valore. I dati mostrano chiaramente come, dal 1800 al 2000, l’Italia abbia perso quote significative di capacità di influenza in tutti i principali settori della produzione culturale, tanto industriale che non, mantenendo in qualche modo le posizioni nei settori simbolo della sfera creativa come il design e la moda e mostrando un unico vero caso di influenza crescente nel settore del food

Tuttavia la filiera dell’industria culturale e creativa vale il 5,4 percento del Pil, ma in una sua accezione più ampia arriva al 15 percento secondo un’analisi tecnico economica accompagnata da una proposta concreta che si articola in quattro punti:

  • un impegno a garantire un più facile accesso al credito per lo sviluppo dell’imprenditorialità creativa;
  • costituzione di un’agenzia per l’esportazione della produzione creativa italiana;
  • chiara strategia di valorizzazione globale dei brand culturali italiani;
  • maggiore capacità di integrare la produzione creativa nel manifatturiero di qualità.


Queste le quattro proposte concrete avanzate dal Gruppo Sole 24ore per il rilancio del Paese dopo l’analisi messa a punto con Indice24 della cultura. Il nuovo strumento che il quotidiano diretto da Roberto Napoletano rinnoverà ogni anno per dare precise indicazioni economiche sul quadro competitivo globale e sulle possibilità concrete di sviluppo senza fondi pubblici dell’industria culturale italiana.

Documenti
L'intervento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano agli Stati generali della cultura


Fonti
Ferpi
Presidenza della Repubblica italiana

 


 

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Share

Ofe4.2-buonenotizie

Un nuovo modello di sviluppo

Ci piace la società

nella quale viviamo? Ha raggiunto un suo equilibrio? E' la migliore delle possibili?

Tre domande, retoriche, che hanno un'unica risposta "no". 

 

Probabilmente è la migliore

delle società che hanno abitato il pianeta; ma, certamente ci sono tanti passi in avanti da fare. Sostenibilità, limiti delle risorse, inquinamento, dipendenza alla sviluppo continuo, dispersione energetica, rumore, stress.

 

La lista dei miglioramenti

potrebbe continuare. Ma c'è un passaggio fondamentale, capire se oltre alla società dei consumi è possibile garantire l'accesso alla popolazione mondiale dei frutti del progresso tecnologico, senza far collassare il pianeta.