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Il nuovo welfare? Circolare

C’è un modello di welfare che sta franando, come ormai è sotto gli occhi di tutti. Ma un nuovo welfare è già pronto a entrare in campo. Anzi, già è all'opera in alcune realtà: dimostrazione che funziona e può essere esportato. Dal welfare state alla welfare society. Zamagni, economista ritiene che un'intera società possa farsi carico del benessere dei suoi membri se diventa una comunità responsabile.

L'economista Stefano Zamagni, che da presidente dell'Agenzia per il Terzo settore (un ente promosso da Prodi che è stato poi chiuso dal Governo Monti) ha contribuito a scrivere le nuove regole del sistema, oggi è più che mai convinto che un'intera società possa farsi carico del benessere dei suoi membri, grazie a una “sussidiarietà circolare”, grazie all'educazione di “comunità responsabili”.
Lo ha spiegato venerdì scorso a Mestre, nella sede dell'università salesiana Iusve, a una platea di futuri operatori sociali – pardon... “imprenditori sociali”, corregge Zamagni – del dipartimento di Pedagogia. Un modello già operante, dicevamo, che ha origini antiche.
 
In un momento di crisi del welfare state il passo in avanti che occorre sembra quasi un passo indietro: nel 1200 era dalla società civile che nascevano le università, gli ospizi, gli ospedali...
L'idea del welfare inteso come fornitura di servizi alla persona nel bisogno è un'idea tipicamente cattolica, che inizia a prendere forme di organizzazione nel 1200. E' il guardare a quell'esperienza che induce a pensare che occorre superare la nozione di operatore sociale e arrivare a quella di imprenditore sociale: perché operatore è chi è succube di qualcun altro. Invece imprenditore sociale è chi ha la dignità di intraprendere, di denunciare e di proporre soluzioni. Come fecero appunto i nostri antenati: pensiamo al francescanesimo, ai vari ordini religiosi, alle congregazioni formate in gran parte da laici. Oggi dobbiamo tornare all'antico, non nelle forme ma nello spirito. E dobbiamo sposare questa idea: che chi opera nel mondo dell'associazionismo deve considerarsi un imprenditore sociale, non un mero esecutore.
 
Quali vantaggi può portare questa impostazione?
Il primo è che torneranno le risorse, perché mentre l'operatore dice “dammi i soldi che poi faccio”, l'imprenditore è uno che le risorse le tira fuori dai sassi. Il secondo è che si supererà quell'impostazione tipica del modello statalista di welfare, che ti dà i servizi, ma senza rispettare la dignità della persona. La persona che è nel bisogno ha certamente necessità di avere pane, medicine, ma non ha solo quello: ha anche un volto, dei sentimenti. Se continuo a erogare questi servizi in maniera anonima, impersonale, te li butto lì... tu ti sfamerai, ma non sarai contento. Abbiamo bisogno di lasciare spazio alla dimensione relazionale.
 
La transizione dal welfare state alla welfare society?
Attraverso quel modello che si chiama di “sussidiarietà circolare”. Un modello nel quale le tre sfere che compongono la società - quella degli enti pubblici, delle imprese e della società civile organizzata - realizzano un patto tra di loro per dialogare e operare assieme, cioè co-operare. Questo è l'obiettivo verso il quale dobbiamo tendere. Questo modello di sussidiarietà circolare si sta già realizzando in diverse parti d'Italia. Ovviamente non è facile. Bisogna agire, primo, sul piano culturale: bisogna cambiare i programmi di insegnamento quando si fa formazione. Abbiamo ancora troppi docenti che hanno in mente il modello del welfare state e che cercano solo di ritoccarlo. Poi bisogna agire a livello politico, chiedendo ai nostri politici di cambiare le leggi, ancora basate sul vecchio modello. Terzo, dobbiamo prendere in seria considerazione la cosiddetta emergenza educativa: dobbiamo tornare a educare, non solo a istruire. Anche molti ambienti cattolici hanno inseguito questo slogan: non si deve educare, perché non si deve coartare la libertà della persona, si deve solo insegnare la storia, la geografia, la matematica... Invece l'educazione, oggi, è ancora più necessaria.
 

Il triveneto, rispetto al modello di welfare society?
La vostra è una regione avanzatissima. Il problema è che si è sempre privilegiato il modello della sussidiarietà orizzontale e non circolare. Avete imprenditori anche molto generosi, ma fanno sussidiarietà orizzontale. Danno i soldi alla parrocchia, all'associazione... in un rapporto bilaterale. Invece dobbiamo arrivare a rapporti trilaterali. Ci sono buoni rapporti tra ente pubblico e associazionismo: bilaterali. O tra imprese e associazionismo: bilaterali. Ma si fa una fatica tremenda a mettere insieme tutte e tre le sfere. Questo è il limite. Ma come tutti i limiti si possono superare, perché altri l'hanno fatto e non si capisce perché i veneti non dovrebbero farcela.
 
Fonte
Gv online
GenteVeneta, numero 44 del 2012

 

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Un nuovo modello di sviluppo

Ci piace la società

nella quale viviamo? Ha raggiunto un suo equilibrio? E' la migliore delle possibili?

Tre domande, retoriche, che hanno un'unica risposta "no". 

 

Probabilmente è la migliore

delle società che hanno abitato il pianeta; ma, certamente ci sono tanti passi in avanti da fare. Sostenibilità, limiti delle risorse, inquinamento, dipendenza alla sviluppo continuo, dispersione energetica, rumore, stress.

 

La lista dei miglioramenti

potrebbe continuare. Ma c'è un passaggio fondamentale, capire se oltre alla società dei consumi è possibile garantire l'accesso alla popolazione mondiale dei frutti del progresso tecnologico, senza far collassare il pianeta.