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Più cultura, meno armi, meno banche

Venticinque, trentasette, quaranta, contro uno e mezzo. Ecco i numeri che, se modificati nell'ordine, darebbero l'impressione di un cambio di passo del nostro Belpaese.

Parliamo di miliardi, quelli spesi dallo Stato italiano, nell'ordine, per spese militari, spese militari plus F35, salvataggio delle banche e cultura.

 

Stanotte Enrico Letta, presidente del Consiglio, democratico, si è incontrato con Renzi per difendere il suo governo dalle critiche del segretario del Partito democratico convinto che il governo di coalizione non abbia fatto nulla. Di innovativo, vorrei aggiungere, per non rischiare, anch'io, un incontro con Letta. Probabilmente il governo Letta ha amministrato l'ordinario, dando ampia soddisfazione all'Unione europea e alle sue richieste.

 

Di nuovo non abbiamo visto nulla. Né nel turismo, né nel campo culturale, nè nella politica agraria. Tre settori citati non a caso, perché un nuovo Rinascimento italiano potrà venire solo se su questi tre settori assisteremo ad una rivoluzione di 180 gradi (per la politica agraria potrebbero bastarne 90, di gradi). Niente di utile anche per la politica industriale.

 

Il patrimonio paesaggistico ed artistico della Nazione

Quali buone notizie possiamo aspettarci, nel 2014, per il «paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione» (per usare le parole dell’articolo 9 della Costituzione)?

L’"Iconologia del Cavaliere Cesare Ripa Perugino Notabilmente Accresciuta d'Immagini, di Annotazioni, e di Fatti dall'Abate Cesare Orlandi", edita per la prima volta a Roma nel 1593, senza illustrazioni, poi ripubblicata, sempre a Roma, nel 1603, con un ricco corredo di xilografie che, da sempre, furono considerate derivate in gran parte dai disegni di Giuseppe Cesari, detto il Cavalier d’Arpino, il più importante repertorio di immagini della prima età moderna contiene un’allegoria della Conservazione il cui senso è che la «durazione» delle cose si può assicurare solo a condizione di una «trasmutazione». È proprio così: l’ambiente e il patrimonio storico e artistico dureranno solo se gli italiani «trasmuteranno» la loro mentalità. Per farlo abbiamo bisogno di pensieri diversi, di parole che non siano quelle fruste, inefficaci, fallimentari che affondano ogni giorno il discorso pubblico italiano.

 

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L'allegoria della Conservazione in Iconologia del Cavaliere Cesare Ripa Perugino Notabilmente Accresciuta d'Immagini, di Annotazioni, e di Fatti dall'Abate Cesare Orlandi"

 

Il primo ‘mantra’ da cambiare è:

«non ci sono soldi per il patrimonio».

Da almeno vent’anni è questo il dogma su cui si basa la non politica culturale italiana, sostenuta dall'indicativa affermazione

»Con la cultura non si mangia»

di un recente plenipotenziario dell'Economia del Paese. Infatti la mancanza di soldi non è una catastrofe naturale: è una scelta politica. Una scelta regressiva, e irresponsabile: se nemmeno una delle prime potenze economiche al mondo ritiene di poter investire sul proprio patrimonio culturale, cosa mai dovrebbero fare paesi come la Grecia, l’Egitto, l’Afghanistan o l’Iraq?

 

Cinque miliardi di euro

Ma quanto ci vorrebbe per mantenere il patrimonio culturale italiano (arte, biblioteche, archivi, opera lirica, teatro, cinema…) senza che vada in rovina, chiuda o debba vivere di elemosine?

Basterebbe un quinto della spesa militare, un decimo di quanto lo Stato ha speso per salvare le banche che si erano colpevolmente esposte nella crisi finanziaria.

 

«Dopo che, nel 2008, Sandro Bondi dimezzò il bilancio dei Beni culturali (allora attestato sui tre miliardi e mezzo l’anno, già insufficienti), i suoi successori Giancarlo Galan e Lorenzo Ornaghi hanno perso un altro mezzo miliardo: oggi siamo circa a un miliardo e mezzo. Giusto poco più dello stipendio dei funzionari e dei custodi addetti alla salvaguardia».

 

«Le armi, invece, ci costano circa venticinque miliardi cui forse se ne aggiungeranno altri dodici per i bombardieri F-35.»

«Il salvataggio delle banche, rimaste coinvolte nel grande risiko finanziario che ha portato alla crisi è costata ai cittadini italiani (già vittime di quella stessa crisi, e dunque di quelle stesse banche) oltre quaranta miliardi».

 

140116 armiF35

L'Italia spenderà 12miliardi di euro per gli F35 e il loro equipaggiamento di "pace", illustrato da questa tavola. Alla cultura 1,5 miliardi, dieci volte di meno. 

 

Venticinque, trentasette, quaranta, contro uno e mezzo. Le cifre del suicidio culturale italiano. Un suicidio a cui chi ha facoltà di ragionare ha il dovere di proporre un’alternativa: perché non è vero che non c’è alternativa a un’autodistruzione consumata in nome della sovranità della finanza globale, della grettitudine, dei circoli ristretti che governano il pianeta.

 

Finanza che si trova alleata con l'inettitudine della nostra classe politica visto che in Europa, dove il potere della finanza globale non fa sconti, le cose stanno diversamente:

«a fronte della nostra spesa per la cultura (1,1 per cento della spesa pubblica), la media europea è esattamente il doppio, 2,2 per cento (è di 2,5 in Francia, di 3,3 in Spagna).

Se raddoppiassimo torneremmo alla cifra pre-Bondi: e sarebbe già un successo».

 

Se, con una svolta di sana razionalità, decidessimo di investire in qualcosa che ci fa bene, e riuscissimo ad arrivare a 5 miliardi l’anno, avremmo un patrimonio mantenuto con lindore svizzero, e senza chiedere aiuto a nessuno.

 

«Certo, saremmo sopra la media europea: ma il nostro patrimonio non lo è?»

 

 140117 Nave crociera a Venezia

Una nave crociera si affaccia su Venezia, un'immagine simbolica della fragilità del nostro patrimonio storico di fronte a un turismo incapace di "trasmutare", come direbbe Cesare Ripa, mentalità.

 

Per approfondire

Napolitano e la cultura

L'intervento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano agli Stati generali della cultura

La cultura motore di un nuovo sviluppo

Il nostro petrolio

 

Fonti

www.labirintoermetico.com

Tomaso Montanari, "L’utopia (possibile) del nuovo anno" Corsera.it

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Ofe4.2-buonenotizie

Un nuovo modello di sviluppo

Ci piace la società

nella quale viviamo? Ha raggiunto un suo equilibrio? E' la migliore delle possibili?

Tre domande, retoriche, che hanno un'unica risposta "no". 

 

Probabilmente è la migliore

delle società che hanno abitato il pianeta; ma, certamente ci sono tanti passi in avanti da fare. Sostenibilità, limiti delle risorse, inquinamento, dipendenza alla sviluppo continuo, dispersione energetica, rumore, stress.

 

La lista dei miglioramenti

potrebbe continuare. Ma c'è un passaggio fondamentale, capire se oltre alla società dei consumi è possibile garantire l'accesso alla popolazione mondiale dei frutti del progresso tecnologico, senza far collassare il pianeta.