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Curarsi con il cibo

Sei a Catanzaro? Puoi tirarti su di morale andando in un posto improbabile: il ristorante di Abbruzzino. Una cucina creativa, originale, basata sulla qualità degli ingredienti e gli accostamenti dei sapori, in un ambiente sobrio e raffinato che si affaccia, con una finestra panoramica, sulla cucina, a conferma che il nostro è un Paese straordinario dove trovi sempre, e in qualunque località, delle punte di eccellenza assoluta. Questo spottino pubblicitario in realtà serviva solo ad introdurre una frase che campeggia sulla lavagna immersa nei vini del locale di Abbruzzino:

«l'uomo è quello che mangia».

Come dargli torto?

D'altronde riecheggia una frase che ci viene tramandata come di Feuerbach:

«Noi siamo quello che mangiamo».

 

Eppure ogni volta che la leggo non mi va giù, la trovo incompleta! Penso che, olisticamente, dovrebbe recitare più o meno così:

«noi siamo quello che mangia, quello che mangi».

Ovvero, fuori dal gioco verbale, è la qualità di ciò che alimenta ciò che mangerai che determinerà i tuoi cicli vitali. Se la bufala pascola su un terreno contaminato, e, quindi si alimenta con fieno contaminato, il suo latte (e, dunque, la mozzarella) e la sua carne risulteranno contaminati. 

 

Frequentando per una quindicina di anni i medici di famiglia e gestendo con loro riviste sulla salute alla fine era chiaro che come la girarvi, quale che fosse la malattia la prima terapia e il punto di partenza era:

  • mangiare sano e in modo equilibrato
  • fare del moto
  • smettere di fumare.

 

La bioterapia nutrizionale, è un’originale ed innovativa terapeutia che permette, quando non vi siano accertate ed indiscusse situazioni di non ritorno, di ripristinare, con metodi naturali, le normali funzioni fisiologiche di organi ed apparati, utilizzando il potere farmacologico dei singoli alimenti o di complesse associazioni di alimentari che, in sinergia, intervengano nelle più diverse condizioni di squilibrio o disfunzioni organiche.



 

La bioterapia nutrizionale

Ogni tipo di patologia, esclusi i traumi accidentali, trova la sua realizzazione e ragione d’essere, secondo i bioteraupeuti nutrizionali,

«in un alterato meccanismo biologico vuoi dismetabolico, vuoi di tipo tossico endogeno o esogeno, se non addirittura iatrogeno, o più semplicemente per deficit funzionale indotto da cattiva conduzione alimentare».

 

Tradotto: un cattiva alimentazione, cibi scadenti o associazioni scadenti o non controllate generano deficit funzionali che determinano patologie.

 

D'altronde l’alimento è il primo attore di tutti i processi vitali.

Da esso si traggono:

  • tutti gli aminoacidi essenziali, che non siamo in condizione di sintetizzare;
  • le proteine,
  • i sali minerali,
  • le vitamine
  • ed, infine, tutti gli altri oligoelementi

e fattori indispensabili alle complesse reazioni chimiche da cui dipende la vitalità e la vita dell’individuo.



 

Quando l’alimento sia deficitario, manipolato, non equilibrato rispetto alle esigenze quotidiane, viziato da scorrette abitudini alimentari, o da indisponibilità di scelta, ne deriva che, il complesso meccanismo vitale, si trovi sguarnito di alcuni fattori ed elementi essenziali al proprio funzionamento generando, prima semplici disfunzioni e, poi, al costante persistere della condizione di carenza, la malattia.

 



Il concetto non è poi così peregrino; infatti, in caso di malattia, nella comune pratica sanitaria, si propongono al corpo tutti quei presidi sostitutivi atti a ripristinare la condizione di normalità.

 

Così come avviene, per esempio, quando si ricorre ai farmaci per correggere un’anemia, somministrando prodotti specifici per correggere l’alterato valore ematico.


Nella maggior parte dei casi, a meno di situazioni drammaticamente critiche, quegli stessi presidi possono essere ricavati direttamente dagli alimenti, quando il medico ne conosca bene i componenti, i limiti, i meccanismi d’azione e le diverse e migliori modalità d’uso.

 



Spinaci, crescione o cicoria?

Inutile, spiegano al Centro ricerche e studi di medicina naturale applicata fondatato da Domenica Arcari Morini, sarebbe, ad esempio, somministrare ad un individuo affetto sia da anemia che da patologia renale i tanto famosi spinaci, che pur contenendo 3-5mg di ferro, sono capaci solo di peggiorare la funzione renale per il contenuto in acido ossalico che può andare da 676 a 1260mg, potassio (530mg), purine (72mg), fosforo (62mg).

 


Più utile invece si rivelerà il modesto e meno conosciuto crescione, il cui contenuto in ferro(2-5mg) sarà più biodisponibile in virtù dell’azione sinergica del contenuto in arsenico, manganese, rame e zinco, e del quale si potrà sfruttare l’azione diuretica, caratteristica dell’alimento, attribuibile allo iodio che contiene in quanto pianta della famiglia delle Crocifere.

 

Chi non fosse in grado di procurarsi il crescione, o addirittura l’ortica, dai simili effetti antianemici, può contare sul ferro (3,3mg) contenuto nella umilissima, ma preziosissima cicoria, tra l’altro presente quasi tutto l’anno, che, nell’essere un drenante renale, permette di non aggravare la funzione di un organo così importante e delicato, mentre fa utilizzare tutto il ferro attraverso l’azione congiunta del magnesio, manganese e zolfo.


 

Questo voleva essere solo un semplicissimo esempio.



Secondo la bioterapia nutrizionale, come potete notare, di ogni alimento bisogna considerare non solo il principio attivo, o l’elemento di cui è più ricco, bensì la biodisponibilità dello stesso e il tipo di cofattori che ne permettono l’utilizzazione, tenendo altresì presente la costituzione del soggetto a cui è diretta la terapia.

 


E non basta; è oltretutto necessario tenere conto delle interreazioni tra i vari alimenti; ed è qui che diventano importanti lo studio e le conoscenze, ad evitare che una scelta associativa impropria vanifichi il programma terapeutico che ci siamo proposti.

 

Cibarsi per sconfiggere l’ansia

Altro esempio al volo. Ansia e depressione sono i mali del nostro secolo; quali sono gli alimenti per combattere, per esempio, l’ansia?

La stabilità glicemica è il fattore principale. Bisogna, quindi, cercare di non eccedere con gli zuccheri durante il giorno, perché determinano un effetto destabilizzante emotivo.

Sorpresa: i grassi sono i migliori amici del sistema nervoso. Il cervello è fatto di grassi.

Tra i cibi da preferire figurano

  • l’avocado,
  • le mandorle,
  • le noci,
  • la frutta secca,
  • il cocco,
  • l’olio d’extravergine d’oliva.

Rimane, dunque, come punto di riferimento la vera dieta mediterranea.

 

Insomma, bisogna dimenticare le calorie e imparare ad associare i cibi. Ma non solo. Bisogna anche stare attenti all'utilizzo di materie prime lavorate il meno possibile:

«meglio il latte intero di quello scremato, no ai succhi di frutta, si è al frutto, meglio una colazione con pane burro e marmellata, che barrette dimagranti»

come ha sottolineato la dottoressa Renata Luongo, medico chirurgo e nutrizionista, che domani incontrerò.

 



Quattro anni di specializzazione

La bioterapia nutrizionale non è specializzazione semplice. Per diventare bioterapeuti nutrizionali occorre una preparazione della durata di quattro anni, come tutti i programmi specialistici, e un periodo di tirocinio di 12 mesi con tutore, certificato. Questo serve ad evitare di affrontare le patologie con grande disponibilità d’animo ma scarsa conoscenza della materia, soprattutto perché il tipo di paziente che chiede l’intervento risolutore della bioterapia nutrizionale è spesso un individuo affetto da patologie complesse, dove la medicina farmacologica ha già fallito.


Niente professionisti improvvisati, dunque, che vantino conoscenze, solo per aver ascoltato un certo numero di lezioni, e si fregino di preparazioni mai portate a termine.

 

Proprio e anche per questi motivi nel nuovo modello di sviluppo che si sta affacciando e che, a nostro parere, dovrebbe trovare nell'identità locale e nel rispetto dei valori naturali del territorio il proprio catalizzatore, un significativo ripensamento dovrà coinvolgere tutta la catena dell'alimentazione e dell'agricoltura.

 

Non intendo attaccare, a priori, la medicina industriale, di origine chimica. Conservo sempre nella memoria Antonio Cederna che, durante i consigli direttivi nazionali di Italia Nostra, età media oltre 70 anni, ed io con i miei 25 abbassavo molto la media, quando si affrontava il tema dell'industria farmaceutica si alzava in piedi tuonando:

«Siamo tutti dei redivivi. Senza le medicine e i progressi della medicina oggi non ci sarebbe nessuno di noi. Saremmo già tutti morti».

 

E, riflettendoci, quante persone che conosciamo sono arrivate a 60 o 70 anni senza essere incappati in una malattia o in un incidente che, probabilmente, per la generazione che ci ha preceduto, poteva risultare definitiva.

 

E' sempre un problema di complessità e di adeguatezza, dove, ogni volta che è possibile, è meglio ricorrere a rimedi che non sono dettati da leggi ed interessi economici.

 

Fonte

Centro ricerche e studi di medicina naturale applicata

 

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Un nuovo modello di sviluppo

Ci piace la società

nella quale viviamo? Ha raggiunto un suo equilibrio? E' la migliore delle possibili?

Tre domande, retoriche, che hanno un'unica risposta "no". 

 

Probabilmente è la migliore

delle società che hanno abitato il pianeta; ma, certamente ci sono tanti passi in avanti da fare. Sostenibilità, limiti delle risorse, inquinamento, dipendenza alla sviluppo continuo, dispersione energetica, rumore, stress.

 

La lista dei miglioramenti

potrebbe continuare. Ma c'è un passaggio fondamentale, capire se oltre alla società dei consumi è possibile garantire l'accesso alla popolazione mondiale dei frutti del progresso tecnologico, senza far collassare il pianeta.