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Tim Cahill, una storia di (non ordinaria) lealtà

Il calcio regala spesso delle “storie”. Purtroppo, il più delle volte, sono a sfondo negativo (incidenti, cinismo di giocatori, allenatori, dirigenti, ecc.), altre volte a sfondo positivo.

Questo è il caso di Tim  Cahill, centrocampista della nazionale australiana che ieri, durante la partita contro l’Olanda ha segnato una rete splendida, da far vedere nelle scuole-calcio di tutto il mondo.


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Molti l’avranno scoperto ieri, altri magari ricordano altre sue reti con la nazionale (soprattutto quelle durante i mondiali, cinque in totale, più di Messi e Cristiano Ronaldo nessi insieme!).

 

Tuttavia, quasi nessuno sa che Cahill (35 anni, ormai praticamente arrivato a fine carriera) ha giocato tanti anni in Premier League, con l’Everton, squadra che ha lasciato nel 2012 per andare a giocare negli Stati Uniti.

 

Su questa esperienza, stamattina, sentendo uno dei tanti notiziari sui mondiali, scopro che, durante un’intervista, ha detto parole importanti, profonde, che secondo me, offrono interessanti spunti di riflessione per chi si occupa di apprendimento:

«La cosa più importante? La lealtà... E' la prima cosa che ho imparato... E' il fondamento della mia educazione. Ecco perché tra i miei compagni e la mia famiglia non c'è differenza. L'Everton per me ha rappresentato tutto questo. In Premier non sarei mai andato in nessun’altra squadra».

 

Lealtà, valore che ormai si tende a trascurare, in nome magari di altri aspetti che sembrano soddisfarci maggiormente, salvo poi scoprire, chissà, quando magari ormai è troppo tardi, che senza alcuni valori di base (tra i quali, appunto, la lealtà) siamo poco più di nulla.

 

Ecco, la “storia” di questo (quasi sconosciuto) calciatore rappresenta un bell’esempio di una metafora (quella del calcio), in cui si ritrova (nonostante tutto) un po’ di tutto, dal lavoro di gruppo, al carisma, la gestione degli obiettivi, la collaborazione, la strategia.

 

Quindi non siamo soli ed agiamo sempre in un contesto, di forte relazione con gli altri, comunque e dovunque sia. Quindi, come diceva anche il coach Tony D’Amato (interpretato da Al Pacino) in Ogni maledetta domenica,

«O noi risorgiamo adesso come collettivo, o saremo annientati individualmente. È il football ragazzi, è tutto qui».

 


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Estenderei questo concetto alla vita, in generale!

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